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La Cina rivendica la legittimità delle proprie attività nell’Artico, sostenendo che siano conformi al diritto internazionale e orientate alla pace, alla stabilità e allo sviluppo sostenibile della regione. Lo ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, durante una conferenza stampa a Pechino, rispondendo alle preoccupazioni espresse dall’Unione europea per la crescente presenza cinese nell’area polare e per la cooperazione tra Pechino e Mosca. La dichiarazione, riportata dall’agenzia Xinhua il 22 ottobre, ribadisce la posizione secondo cui l’Artico, pur essendo soggetto ai diritti sovrani e alle competenze degli Stati della regione, coinvolge anche interessi più ampi della comunità internazionale. Mao Ning ha sottolineato che i diritti e le libertà degli Stati di svolgere attività nell’Artico, nel rispetto delle norme internazionali, devono essere pienamente riconosciuti. Ha inoltre criticato gli approcci che rischiano di trasformare la regione in un nuovo terreno di contrapposizione geopolitica. Secondo la portavoce, dividere i Paesi in blocchi sulla base di una mentalità da Guerra fredda e alimentare il confronto tra potenze non favorisce la pace, la stabilità e lo sviluppo dell’Artico. Il messaggio di Pechino è dunque quello di distinguere le attività economiche, scientifiche e commerciali consentite dal diritto internazionale dalle valutazioni politiche e strategiche formulate dagli altri attori internazionali. Gli interessi della Cina nell’Artico La posizione espressa dal ministero degli Esteri si inserisce nella strategia con cui Pechino cerca da anni di consolidare il proprio ruolo nelle questioni artiche. Sebbene non sia uno Stato artico, la Cina considera la regione importante per il commercio internazionale, la ricerca scientifica, la tutela ambientale e lo sviluppo delle rotte marittime. Nel 2018 il governo cinese ha pubblicato un documento programmatico dedicato alla propria politica artica, sostenendo la partecipazione degli Stati non regionali alle attività consentite dalle norme internazionali e promuovendo la cooperazione in campo scientifico, economico e ambientale. Uno degli aspetti centrali riguarda le trasformazioni climatiche. La progressiva riduzione della copertura glaciale modifica profondamente gli ecosistemi polari, ma può anche rendere più accessibili alcuni collegamenti marittimi tra Asia ed Europa. Per la Cina, grande potenza commerciale fortemente dipendente dai trasporti internazionali, queste prospettive rivestono un evidente interesse economico e logistico. Pechino ha inoltre sviluppato programmi di ricerca polare e spedizioni scientifiche per studiare i cambiamenti climatici, le condizioni oceanografiche e l’evoluzione dell’ambiente artico. La dimensione concreta di questi interessi emerge anche dalla collaborazione con la Russia lungo la Rotta marittima del Nord. Come riportato da Agenparl in un approfondimento del 24 luglio 2026, il direttore generale di Rosatom, Alexey Likhachev, aveva dichiarato che nel 2025 erano state trasportate lungo il percorso artico 5 milioni di tonnellate di merci cinesi, pari a circa il 15% del traffico complessivo. Secondo le previsioni illustrate allora dal gruppo russo, nel 2026 erano attesi un aumento dei collegamenti portacontainer e un raddoppio dei volumi trasportati, mentre Mosca e Pechino puntavano a raddoppiare il traffico lungo la rotta entro il 2030. Si tratta di obiettivi annunciati da Rosatom, non di risultati già definitivamente conseguiti, ma che mostrano come l’interesse cinese per l’Artico abbia una dimensione commerciale e infrastrutturale concreta. La cooperazione con Mosca rappresenta quindi una componente importante della presenza cinese nella regione. La Russia dispone di un’estesa fascia costiera affacciata sull’Oceano Artico e considera strategiche le infrastrutture portuali, energetiche e logistiche settentrionali. Per Pechino, lo sviluppo di questi collegamenti può contribuire alla diversificazione delle rotte commerciali e all’ampliamento delle opportunità di trasporto. Allo stesso tempo, la crescente collaborazione sino-russa richiama l’attenzione dei Paesi occidentali, che osservano le implicazioni economiche e di sicurezza di una presenza sempre più strutturata delle due potenze nell’area. Il diritto internazionale e i limiti delle attività cinesi La rivendicazione di Pechino si fonda sul principio secondo cui anche gli Stati non artici possono esercitare i diritti riconosciuti dal diritto internazionale, nel rispetto della sovranità e delle competenze degli Stati costieri. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare disciplina, tra gli altri aspetti, la navigazione, la ricerca scientifica marina e i diritti degli Stati nelle diverse zone marittime. La possibilità di svolgere determinate attività dipende quindi dall’area interessata e dalle norme applicabili, senza attribuire a un Paese esterno alla regione una libertà generale e illimitata di operare in qualsiasi spazio artico. Questa distinzione è essenziale per comprendere la posizione cinese. Pechino può rivendicare la partecipazione alla ricerca scientifica, alla navigazione internazionale e alla cooperazione economica, ma non dispone di diritti territoriali equivalenti a quelli degli Stati artici. Le attività nelle acque territoriali, nelle zone economiche esclusive e nelle aree soggette a specifiche regolamentazioni devono rispettare le competenze delle autorità interessate e gli obblighi ambientali previsti dagli accordi internazionali. La conformità al diritto internazionale deve pertanto essere valutata in relazione alle singole iniziative, distinguendo le dichiarazioni politiche dalle condizioni giuridiche effettivamente applicabili. La risposta alle preoccupazioni europee Le parole di Mao Ning arrivano dopo la presentazione della nuova strategia europea per l’Artico, nella quale Bruxelles ha richiamato l’attenzione sulla crescente presenza della Cina e sulla collaborazione con la Russia come fattori rilevanti per la sicurezza regionale. L’Unione europea guarda con particolare interesse alla protezione delle infrastrutture critiche, alla sicurezza delle rotte marittime e alla stabilità di un’area che sta acquisendo maggiore importanza economica e strategica. Pechino contesta tuttavia un’impostazione che considera troppo legata alla competizione geopolitica. Il ministero degli Esteri cinese sostiene che le attività svolte nel rispetto delle norme internazionali debbano essere riconosciute come legittime e che la cooperazione nella regione non debba essere ostacolata dalla formazione di blocchi contrapposti. La posizione riflette una divergenza di prospettive: da una parte, la Cina presenta il proprio coinvolgimento come contributo allo sviluppo e alla cooperazione internazionale; dall’altra, l’Unione europea valuta anche le possibili conseguenze strategiche della crescente presenza sino-russa. La dichiarazione del 22 ottobre non annuncia nuove operazioni cinesi nell’Artico né risulta collegata, nelle informazioni diffuse da Xinhua, a uno specifico incidente nella regione. Rappresenta piuttosto una riaffermazione della linea diplomatica di Pechino in risposta alle valutazioni europee. Il nodo centrale resta il ruolo degli Stati non artici in una regione in rapida trasformazione, dove la crescente importanza delle rotte commerciali, delle risorse e delle infrastrutture rende sempre più necessario conciliare cooperazione internazionale, tutela ambientale, diritti degli Stati costieri e sicurezza.

Zelensky incontra a Oslo l’inviato di Trump e i partner europei. Washington lavora a una proposta articolata su garanzie di sicurezza, ricostruzione e rapporti con Mosca, mentre resta incerta la successiva missione in Russia La diplomazia statunitense tenta di riaprire il negoziato sulla guerra in Ucraina attraverso un passaggio preliminare con Kiev e gli alleati europei, prima di sottoporre a Mosca una nuova proposta. L’inviato speciale del presidente Donald Trump, Steve Witkoff, è atteso martedì 20 ottobre a Oslo per una serie di consultazioni con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e rappresentanti europei. L’obiettivo è consolidare una piattaforma negoziale che possa essere successivamente presentata al presidente russo Vladimir Putin. Secondo quanto riferito da Axios, citando un funzionario statunitense, Witkoff intende recarsi in Russia dopo gli incontri norvegesi per illustrare le idee elaborate in collaborazione con l’Ucraina e i partner europei. Il viaggio, tuttavia, rimane un’intenzione diplomatica e non equivale alla conferma di un incontro già concordato con il Cremlino. Anche Reuters, sulla base di fonti informate sui preparativi, ha precisato che il calendario delle missioni potrebbe subire modifiche. La tappa di Oslo ha invece una base ufficiale. Il governo norvegese ha confermato la partecipazione di Zelensky, del presidente finlandese Alexander Stubb e del primo ministro Jonas Gahr Støre, insieme agli inviati statunitensi Witkoff e Jared Kushner. Quest’ultimo seguirà i colloqui a distanza, mentre Witkoff sarà presente nella capitale norvegese. La partecipazione americana è stata richiesta dall’Ucraina, secondo quanto comunicato dall’ufficio del primo ministro norvegese. Alle consultazioni dovrebbero inoltre prendere parte rappresentanti dei quattro Paesi del gruppo E4 – Regno Unito, Francia, Germania e Polonia – oltre a funzionari dell’Unione europea e della NATO. La composizione prevista del tavolo evidenzia la volontà di coinvolgere gli alleati nella preparazione di un’eventuale proposta da sottoporre alla Russia, evitando che il confronto tra Washington e Mosca si sviluppi completamente al di fuori delle capitali europee. Due percorsi negoziali, dalla sicurezza ucraina ai rapporti con Mosca L’elemento più significativo delle anticipazioni americane riguarda la struttura del lavoro diplomatico. Secondo Axios, la Casa Bianca sta sviluppando due percorsi paralleli, concepiti come parti di un possibile accordo complessivo. Il primo riguarda il futuro dell’Ucraina: garanzie di sicurezza credibili, prospettive di integrazione europea e un quadro economico per il dopoguerra che affronti le necessità finanziarie del Paese e favorisca investimenti e ricostruzione. Non si tratterebbe quindi soltanto di individuare una formula per interrompere i combattimenti, ma anche di definire quali strumenti possano garantire la stabilità ucraina dopo un’eventuale intesa. Il secondo percorso riguarda direttamente la Russia e le condizioni per una pace duratura. L’amministrazione Trump intende elaborare una proposta che affronti le questioni necessarie alla conclusione della guerra, includendo un nuovo assetto di sicurezza tra Mosca e l’Europa e possibili forme di cooperazione economica nel dopoguerra. Sono obiettivi indicati da una fonte americana, non condizioni già concordate dalle parti. La distinzione è decisiva. Le garanzie richieste da Kiev e la ridefinizione dei rapporti di sicurezza tra Russia ed Europa costituiscono questioni strettamente collegate, ma non necessariamente compatibili nelle rispettive formulazioni. Un accordo che offrisse rassicurazioni a Mosca senza assicurare all’Ucraina strumenti credibili di protezione rischierebbe di essere considerato insufficiente da Kiev. Allo stesso modo, un progetto di sicurezza europea privo di un confronto sulle posizioni russe potrebbe incontrare ostacoli nella fase negoziale successiva. È su questo equilibrio che si misurerà la possibilità di trasformare le consultazioni diplomatiche in un negoziato effettivo. I colloqui mentre crescono le tensioni tra Kiev e Washington La nuova iniziativa arriva in un momento particolarmente delicato nei rapporti tra Stati Uniti e Ucraina. Negli ultimi giorni Zelensky ha denunciato restrizioni alla condivisione di informazioni di intelligence e ritardi nella disponibilità di sistemi e munizioni destinati alla difesa ucraina. Tra i punti di attrito figurano anche le forniture di missili per i sistemi Patriot, comprese quelle finanziate o trasferite attraverso Paesi terzi. Le accuse ucraine sono state contestate da funzionari statunitensi e non tutte le circostanze indicate da Kiev risultano accertate in modo indipendente. Il contrasto, tuttavia, è diventato un elemento politico rilevante, perché riguarda strumenti militari considerati essenziali per contrastare gli attacchi russi. Il tema si collega direttamente alla questione affrontata da Agenparl nell’articolo del 19 ottobre, Ucraina, Zelensky: gli USA ritardano i missili Patriot. La controversia sulle forniture rende ancora più complesso il compito degli inviati americani: convincere Kiev della solidità di un futuro accordo richiede infatti di ricostruire anche la fiducia nei rapporti con Washington. Un ulteriore elemento di tensione riguarda gli attacchi ucraini contro le infrastrutture energetiche russe. Secondo precedenti ricostruzioni di Axios, l’amministrazione Trump ha esercitato pressioni per limitarli, nel contesto delle preoccupazioni americane per l’andamento dei prezzi dei carburanti. Washington ha inoltre avviato contatti con Mosca sulle esportazioni russe di diesel, una scelta che ha alimentato nuove frizioni con Kiev. È in questo scenario che Oslo assume un significato politico particolare. La presenza dei principali interlocutori europei consente di discutere non soltanto la formulazione di un piano, ma anche il grado di sostegno che gli alleati sarebbero disposti a garantire nella sua eventuale attuazione. Per l’Ucraina, la partecipazione europea rappresenta un elemento importante nella definizione delle garanzie future. Per Washington, invece, un’intesa preliminare con Kiev e con le capitali europee potrebbe rafforzare la posizione negoziale dell’inviato americano nel successivo confronto con Mosca. La missione russa e le incognite del negoziato La prospettata visita di Witkoff in Russia costituisce dunque il possibile secondo passaggio dell’iniziativa. Secondo Reuters, tra i temi che potrebbero essere affrontati figura anche il caso di Stephen Hubbard, cittadino statunitense detenuto in Russia, la cui liberazione rappresenta un ulteriore dossier nei rapporti bilaterali.…

La Russia denuncia l’aumento delle attività militari e di ricognizione dell’Alleanza nel Mar Nero. La Romania propone un comando congiunto con Bulgaria e Turchia, mentre gli attacchi con droni contro navi mercantili accrescono le preoccupazioni per la sicurezza della regione. La crescente presenza militare della NATO nel Mar Nero rischia di provocare nuovi incidenti e un ulteriore aggravamento delle tensioni con la Russia. È l’avvertimento lanciato da Vladislav Maslennikov, direttore del Dipartimento per gli Affari europei del ministero degli Esteri russo, in un’intervista pubblicata il 20 ottobre dal quotidiano Izvestia. Le dichiarazioni arrivano mentre la Romania propone un nuovo comando militare regionale e la Bulgaria chiede un rafforzamento delle difese dell’Alleanza, dopo una serie di attacchi contro il traffico mercantile e di incursioni di droni. Secondo Maslennikov, la NATO avrebbe intensificato le attività di sorveglianza aerea e di raccolta di informazioni, utilizzando anche velivoli da ricognizione operativi dalla Romania. Il diplomatico sostiene che i dati acquisiti vengano trasferiti alle autorità ucraine e che l’aumento delle operazioni occidentali renda più probabili incidenti anche involontari. A sostegno delle sue preoccupazioni ha richiamato l’episodio del marzo 2023, quando un drone statunitense MQ-9 Reaper precipitò nel Mar Nero dopo un’interazione con aerei militari russi. Le accuse sul trasferimento di informazioni a Kiev rappresentano la posizione di Mosca e non sono accompagnate, nell’intervista, da elementi che consentano una verifica indipendente. Al centro del confronto diplomatico si trova la proposta avanzata dalla Romania per istituire un comando militare congiunto degli Stati NATO affacciati sul Mar Nero. Il ministro della Difesa romeno Radu Miruță ha proposto al suo omologo bulgaro una lettera comune indirizzata ai vertici dell’Alleanza, con l’obiettivo di creare una struttura di coordinamento regionale. Il progetto prevede una rotazione della sede e della guida tra i Paesi partecipanti. Bucarest si è dichiarata disponibile a ospitare e dirigere il comando a partire dal 2028. Per la fase precedente, Miruță ha indicato la possibilità di una sede sulla costa turca, con la partecipazione di ufficiali romeni e bulgari. Si tratta tuttavia di una proposta, non di una decisione già approvata dalla NATO. Il ministro ha motivato l’iniziativa con la necessità di affrontare minacce che non possono più essere considerate problemi esclusivamente nazionali. Dagli attacchi ai mercantili alla risposta militare La proposta romena arriva dopo settimane di crescente insicurezza lungo le rotte commerciali del Mar Nero occidentale. Già il 6 ottobre, come ricostruito da Agenparl nell’articolo Mar Nero, la tensione arriva sulle rotte della NATO, tre navi mercantili erano rimaste coinvolte in due distinti episodi davanti alle coste di Romania e Bulgaria. Gli attacchi avevano evidenziato la vulnerabilità dei collegamenti marittimi tra Ucraina, Turchia e Mediterraneo, sollevando interrogativi sulla sicurezza delle aree vicine ai Paesi dell’Alleanza. Una settimana dopo, il 13 ottobre, un nuovo attacco contro due mercantili al largo della Bulgaria aveva provocato l’affondamento di una nave e il danneggiamento della Chelsea 3. Sofia aveva annunciato un confronto con la NATO, precisando tuttavia che non disponeva di prove definitive sull’identità dei responsabili. La distinzione resta importante: le accuse politiche rivolte alla Russia non equivalgono a un’attribuzione ufficialmente accertata dei singoli episodi. Le preoccupazioni si sono ulteriormente accentuate a metà ottobre, quando altri droni hanno colpito navi mercantili nei pressi delle coste romene. Il 17 ottobre, secondo quanto riferito dal ministero della Difesa di Bucarest, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti da caccia F-16 romeni sopra le acque territoriali del Paese. Il ministro Miruță ha indicato come probabile l’impiego di droni di fabbricazione russa, mentre la NATO ha ribadito la propria disponibilità a intervenire per proteggere gli alleati. La Bulgaria ha chiesto formalmente all’Alleanza ulteriori aerei da combattimento e sistemi di difesa contro i droni. Per Sofia, la protezione dello spazio aereo e della navigazione commerciale è diventata una priorità immediata, anche per le conseguenze economiche che gli attacchi possono produrre sulle rotte, sui costi assicurativi e sulle attività portuali. Il ruolo della Turchia e la presenza italiana La cooperazione tra Romania, Bulgaria e Turchia dispone già di una struttura operativa. Dal 2024 i tre Paesi partecipano al gruppo navale MCM Black Sea, costituito per individuare e neutralizzare le mine presenti nella regione. L’iniziativa rappresenta un precedente concreto per il coordinamento militare tra gli alleati rivieraschi, anche se il nuovo comando proposto da Bucarest avrebbe compiti più ampi. La posizione della Turchia rimane particolarmente delicata. Ankara controlla gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli e, dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, applica le restrizioni previste dalla Convenzione di Montreux al transito delle navi militari. Queste limitazioni rendono più complesso il rafforzamento navale attraverso unità provenienti da Paesi esterni alla regione e accrescono l’importanza delle capacità già presenti lungo le coste del Mar Nero. Nel dispositivo difensivo NATO sul fianco sudorientale è coinvolta anche l’Italia, che guida il gruppo tattico multinazionale dell’Alleanza schierato in Bulgaria. È una responsabilità già esistente, distinta dalla proposta romena. Al momento non risultano decisioni su un eventuale coinvolgimento italiano nella futura struttura di comando. Da Mosca, il rafforzamento delle infrastrutture militari occidentali viene invece interpretato come un ulteriore passo verso la militarizzazione della regione. Gli analisti interpellati da Izvestia ritengono possibile una risposta russa attraverso maggiori capacità di sorveglianza, difesa antiaerea e contrasto ai droni. Non escludono neppure nuovi contatti diplomatici con Ankara, considerata un interlocutore fondamentale per gli equilibri regionali. Il confronto riflette due letture profondamente diverse della sicurezza nel Mar Nero. Per Romania e Bulgaria, l’aumento delle capacità difensive risponde a minacce già manifestatesi contro il territorio e il traffico commerciale. Per il governo russo, invece, l’espansione delle attività NATO accresce il rischio di uno scontro. La proposta di un comando regionale, ancora da discutere all’interno dell’Alleanza, diventa così un nuovo elemento di una crisi nella quale la guerra in Ucraina, la libertà di navigazione e la presenza militare delle potenze rivierasche sono sempre più strettamente collegate.