(AGENPARL) - Roma, 21 Ottobre 2026 - Secondo il Financial Times, Israele aveva preparato una campagna di bombardamenti per il 10 ottobre, poi sospesa per l’opposizione della Casa Bianca. Le dichiarazioni del premier israeliano sul cambio di regime a Teheran confermano una linea politica dura, mentre Washington continua a cercare una via negoziale.
Un’offensiva militare di più giorni contro l’Iran, preparata per il fine settimana del 10 ottobre e mai avviata. Sullo sfondo, l’opposizione del presidente americano Donald Trump, determinato a evitare una nuova escalation regionale prima delle elezioni di metà mandato del 3 novembre. È la ricostruzione pubblicata dal Financial Times, che attribuisce a tre persone informate sui preparativi la notizia di un piano israeliano per colpire nuovamente il territorio iraniano.
Secondo il quotidiano britannico, il primo ministro Benjamin Netanyahu avrebbe incaricato le forze armate di predisporre un’operazione su larga scala, con bombardamenti distribuiti su più giorni. Tra gli obiettivi indicati dalle fonti figuravano centrali elettriche, impianti nucleari e strutture riconducibili al potere iraniano. La campagna non sarebbe stata eseguita a causa della contrarietà americana alla ripresa delle ostilità in quella fase.
Non esiste, tuttavia, una conferma pubblica dell’ordine operativo attribuito a Netanyahu, né una dichiarazione ufficiale della Casa Bianca che certifichi un veto presidenziale nei termini descritti dal giornale. Il racconto del Financial Times resta dunque una ricostruzione giornalistica fondata su fonti riservate, da distinguere dalle posizioni politiche espresse apertamente dai protagonisti.
Ed è proprio sul terreno delle dichiarazioni pubbliche che emerge il dato più significativo: Netanyahu non ha nascosto di considerare il cambiamento del regime iraniano un obiettivo strategico di Israele.
La linea di Netanyahu oltre il piano militare
Il 20 ottobre, secondo quanto riportato da Iran International, il premier israeliano ha affermato di aver discusso ripetutamente con Trump della necessità di eliminare l’attuale regime iraniano, facendo riferimento anche a un recente colloquio con il presidente americano.
Due giorni prima, il Times of Israel aveva riferito che Netanyahu, durante un incontro con giornalisti israeliani, aveva ribadito la volontà di arrivare al rovesciamento del potere di Teheran. Sono dichiarazioni che confermano la durezza dell’obiettivo politico israeliano, senza però dimostrare l’esistenza o l’imminenza di una specifica operazione militare.
La distinzione è decisiva. Sostenere pubblicamente un cambiamento di regime non equivale ad annunciare un bombardamento; allo stesso modo, preparare opzioni militari non significa necessariamente aver deciso di eseguirle. Ma la successione degli eventi descrive una leadership israeliana che continua a considerare la pressione militare uno strumento centrale nei confronti dell’Iran.
Le indiscrezioni sulle pressioni esercitate da Netanyahu nei confronti di Washington, del resto, precedono l’inchiesta del Financial Times. Già il 14 ottobre il Times of Israel aveva ripreso un servizio dell’emittente israeliana Channel 12, secondo cui il premier avrebbe sollecitato Trump a riprendere le operazioni contro l’Iran prima delle scadenze elettorali israeliane e americane.
Nello stesso periodo, però, Netanyahu aveva dichiarato pubblicamente che un attacco israeliano o statunitense nell’immediato non sarebbe stato opportuno. Una posizione apparentemente più prudente, che non cancella necessariamente eventuali preparativi precedenti ma mostra quanto la scelta dei tempi possa pesare sulle decisioni militari.
Il punto, quindi, non è soltanto stabilire se l’offensiva del 10 ottobre fosse pronta. È comprendere perché, pur in presenza di una linea politica israeliana così esplicita, l’operazione non sia stata avviata.
Le elezioni americane e il negoziato con Teheran
Nella ricostruzione del Financial Times, la risposta va cercata anche nel calendario politico degli Stati Uniti. Le elezioni di metà mandato del 3 novembre rappresentano una scadenza ravvicinata per Trump, che si troverebbe ad affrontare le conseguenze economiche e strategiche di un nuovo conflitto con l’Iran proprio nella fase finale della campagna elettorale.
Una ripresa dei bombardamenti potrebbe aggravare l’instabilità regionale, aumentare la pressione sui mercati energetici e compromettere ulteriormente la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz. Si tratta di rischi geopolitici concreti, anche se non possiamo attribuirli automaticamente alle motivazioni personali del presidente americano.
La posizione di Washington appare inoltre diversa da quella israeliana sul piano degli obiettivi immediati. Mentre Netanyahu continua a evocare la fine dell’attuale regime iraniano, l’amministrazione Trump mantiene aperta, almeno formalmente, la prospettiva di un accordo negoziato con Teheran.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha riconosciuto quanto sia difficile raggiungere un’intesa con l’Iran. Secondo le dichiarazioni riportate da Al Jazeera, la pressione economica americana proseguirà finché Teheran continuerà a minacciare la navigazione commerciale nello Stretto di Hormuz.
Dall’altra parte, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha ribadito che la riapertura dello stretto resta legata all’accettazione delle condizioni iraniane da parte di Washington, mentre i contatti indiretti proseguono attraverso Pakistan e Qatar.
Non è quindi una fase di distensione. È piuttosto una situazione nella quale la diplomazia continua a operare sotto la pressione di minacce militari, sanzioni e interessi economici contrapposti.
Per Israele, un’intesa che lasciasse intatto il potere iraniano potrebbe risultare insufficiente rispetto all’obiettivo strategico indicato da Netanyahu. Per Washington, invece, un accordo capace di ridurre le minacce regionali potrebbe rappresentare un risultato politicamente più sostenibile di una nuova campagna militare.
Questa divergenza non dimostra una rottura tra i due governi. Evidenzia però una possibile differenza sulle priorità e, soprattutto, sui tempi.
Il piano del 10 ottobre, se confermato, mostrerebbe quanto il rischio di una nuova guerra sia stato vicino. Ma anche senza una conferma ufficiale dei preparativi, le dichiarazioni di Netanyahu e le difficoltà del negoziato indicano che il confronto con Teheran resta aperto.
La domanda decisiva riguarda ciò che accadrà dopo il 3 novembre: se la contrarietà americana riferita dal Financial Times sia legata principalmente alla scadenza elettorale, il rinvio dell’offensiva non equivale necessariamente alla sua cancellazione.
Ed è questa l’incognita più rilevante: la diplomazia riuscirà a produrre un’intesa prima che l’opzione militare torni al centro delle decisioni?
