(AGENPARL) - Roma, 20 Ottobre 2026 - Secondo quattro fonti iraniane citate da Reuters, Teheran punta a prolungare lo stallo con Washington fino alle elezioni americane del 3 novembre. Lo Stretto di Hormuz, il prezzo del petrolio e il timore di nuovi attacchi pesano su una trattativa che rischia di trasformarsi in un confronto sul tempo.
Il tempo potrebbe essere diventato una delle principali armi negoziali dell’Iran contro Donald Trump. A due settimane dalle elezioni americane di metà mandato, Teheran starebbe deliberatamente rallentando i colloqui con Washington per evitare di offrire alla Casa Bianca un successo diplomatico prima del voto del 3 novembre.
È quanto emerge da una ricostruzione pubblicata il 20 ottobre dall’agenzia Reuters, basata sulle testimonianze di quattro fonti iraniane rimaste anonime, tre delle quali indicate come alti funzionari. Non si tratta dunque di una strategia ufficialmente annunciata dal governo iraniano, ma di un orientamento attribuito alla leadership della Repubblica islamica.
Il calcolo politico sarebbe quello di mantenere aperta la possibilità di un accordo senza arrivare rapidamente a una conclusione che Trump possa presentare agli elettori come una vittoria.
La guerra iniziata a febbraio con gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran ha prodotto conseguenze che si estendono ben oltre il Medio Oriente. La crisi dello Stretto di Hormuz, le difficoltà dei traffici marittimi e le pressioni sui mercati energetici hanno assunto anche una dimensione politica interna agli Stati Uniti.
Secondo le testimonianze raccolte, Teheran ritiene che prolungare l’incertezza possa aumentare il costo politico dello stallo per l’amministrazione americana. Ma dietro questa scelta vi sarebbe anche una motivazione più profonda: la sfiducia iraniana nella possibilità di ottenere garanzie durature da Washington.
Hormuz e petrolio, la pressione arriva alle urne
Lo Stretto di Hormuz rimane il principale nodo strategico del confronto. Attraverso questo passaggio, prima del conflitto, transitava una quota rilevante del commercio mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto.
Le restrizioni alla navigazione e le operazioni militari nell’area hanno compromesso la regolarità dei traffici. Parallelamente, il blocco navale statunitense e le sanzioni hanno esercitato una forte pressione sulle esportazioni petrolifere iraniane.
Si è così creato un equilibrio nel quale entrambe le parti cercano di utilizzare le proprie leve economiche e militari. Washington punta a ottenere concessioni sul programma nucleare e sulle condizioni di sicurezza regionale. Teheran cerca invece un alleggerimento della pressione economica e garanzie contro nuove operazioni militari.
Il calendario elettorale americano aggiunge un ulteriore elemento di complessità. Un accordo prima del 3 novembre potrebbe essere rivendicato da Trump come un risultato della propria politica estera. Il protrarsi della crisi, al contrario, rischia di mantenere alta l’attenzione degli elettori sui costi economici del confronto.
Il sondaggio Reuters/Ipsos del 19 ottobre, condotto a livello nazionale, ha indicato un indice di approvazione del presidente del 31%. La rilevazione ha inoltre registrato, tra gli elettori iscritti, un vantaggio dei Democratici sui Repubblicani nelle preferenze per il Congresso.
Questi dati non consentono di prevedere automaticamente l’esito delle singole competizioni elettorali, ma contribuiscono a spiegare perché il fattore economico possa pesare sulle scelte della Casa Bianca.
Sul piano diplomatico, uno dei punti centrali rimane la proposta iraniana trasmessa attraverso la mediazione del Qatar. Il piano prevede un percorso per ripristinare la navigazione nello Stretto di Hormuz, accompagnato da richieste relative alla revoca del blocco marittimo, alle esportazioni petrolifere e allo sblocco di risorse finanziarie.
Il ministro degli Esteri Abbas Araqchi ha confermato la disponibilità iraniana a proseguire il confronto attraverso i canali diplomatici.
La divergenza principale riguarda tuttavia l’ordine delle concessioni. Washington considera il programma nucleare una questione da affrontare fin dall’inizio. Teheran chiede invece misure preliminari sulla sicurezza e sulle restrizioni economiche.
Non è una differenza soltanto procedurale. Stabilire chi debba compiere il primo passo significa decidere quale parte conserverà maggiore forza negoziale nelle fasi successive.
Il rischio di una strategia che pesa anche su Teheran
Se il rallentamento dei negoziati fosse effettivamente una scelta politica, il suo costo non ricadrebbe soltanto sugli Stati Uniti.
L’economia iraniana continua infatti a risentire delle restrizioni commerciali, delle difficoltà nelle esportazioni energetiche e dell’incertezza provocata dal conflitto.
Secondo i dati attribuiti al Centro statistico iraniano, l’inflazione annua ha raggiunto a settembre il 73,6%. La svalutazione della moneta nazionale ha ulteriormente aggravato la pressione sulle famiglie e sulle imprese.
Prolungare lo stallo potrebbe quindi offrire a Teheran un vantaggio politico temporaneo, ma rischierebbe anche di ritardare un’intesa capace di attenuare le difficoltà economiche interne.
A complicare il quadro contribuisce il timore di nuovi attacchi. Le fonti iraniane descrivono una leadership che, pur mantenendo aperti i canali negoziali, continua a considerare possibile una ripresa delle operazioni militari statunitensi o israeliane.
La sfiducia affonda le radici anche nelle precedenti fasi del confronto, quando il dialogo diplomatico non è riuscito a impedire l’escalation.
In questa prospettiva, la questione non riguarda soltanto il contenuto di un eventuale accordo, ma la sua credibilità. Teheran teme che concessioni immediate non siano accompagnate da garanzie sufficienti sulla fine delle ostilità e sulla stabilità delle intese raggiunte.
Il possibile obiettivo di indebolire Trump prima delle elezioni si intreccia così con una preoccupazione strategica più ampia: evitare di trovarsi in una posizione di maggiore vulnerabilità dopo aver rinunciato alle proprie leve negoziali.
Resta però aperta una contraddizione. Più a lungo si prolunga il confronto, maggiore può diventare la pressione politica sulla Casa Bianca; allo stesso tempo, aumentano i costi economici e i rischi per la sicurezza iraniana.
Il 3 novembre diventa quindi una scadenza geopolitica oltre che elettorale. Per Trump, un accordo potrebbe rappresentare un risultato internazionale da rivendicare. Per Teheran, attendere potrebbe ridurre quel vantaggio e rafforzare la propria posizione al tavolo.
Ma il voto americano non garantirà, da solo, una soluzione.
La domanda decisiva è se l’Iran stia effettivamente guadagnando tempo oppure consumando le proprie possibilità di accordo. Perché, mentre il calendario elettorale avanza, Hormuz rimane un punto critico della sicurezza internazionale e l’economia iraniana continua a pagare il prezzo dello stallo.
