(AGENPARL) - Roma, 21 Ottobre 2026 - Il ministro degli Esteri iraniano illustra i tentativi di agevolare il transito delle navi irachene attraverso Hormuz e riferisce di intese tecniche con l’Oman. Restano aperti i negoziati indiretti con Washington, mentre Teheran avverte di essere pronta a una nuova escalation militare.
L’Iran cerca di alleggerire le conseguenze economiche della crisi dello Stretto di Hormuz sull’Iraq attraverso corridoi marittimi dedicati alle navi irachene. A illustrarlo è stato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, in un’intervista all’emittente Al-Iraqiya ripresa dall’Iraqi News Agency (INA), nella quale ha affrontato anche i negoziati con gli Stati Uniti, le intese sulla navigazione con il Sultanato dell’Oman e il rischio di una nuova offensiva militare contro Teheran.
Araghchi ha riconosciuto che le restrizioni al traffico marittimo hanno provocato perdite significative all’economia irachena, sottolineando che l’Iran ha cercato di limitarne le conseguenze. Tra le iniziative indicate dal ministro figura la predisposizione di rotte speciali per consentire il passaggio delle navi irachene attraverso lo Stretto di Hormuz.
La questione è particolarmente delicata per Baghdad, la cui economia dipende in larga misura dalle esportazioni di greggio. Le difficoltà della navigazione nel Golfo hanno costretto l’Iraq a cercare soluzioni alternative e a intensificare i contatti con Teheran per garantire il movimento delle petroliere.
Non si tratta del primo tentativo di ottenere condizioni particolari di transito. Già ad agosto erano stati annunciati permessi eccezionali per alcune petroliere irachene, dopo interlocuzioni tra i due governi. Le nuove dichiarazioni di Araghchi confermano quindi la volontà iraniana di mantenere aperto un canale specifico con Baghdad, pur senza annunciare una riapertura generalizzata dello Stretto.
Il ministro ha attribuito le difficoltà economiche regionali alle operazioni militari statunitensi e israeliane contro l’Iran, sostenendo che le conseguenze del conflitto abbiano colpito non soltanto Teheran, ma anche gli altri Paesi del Golfo.
La disponibilità a facilitare il traffico iracheno assume così anche un significato diplomatico. L’Iran cerca di preservare i rapporti con un vicino strategico, mentre la crisi della navigazione continua a produrre effetti sulle esportazioni energetiche e sui costi del trasporto marittimo.
Le intese con l’Oman e il nodo della navigazione
Nella stessa intervista, Araghchi ha riferito che l’Iran e il Sultanato dell’Oman hanno raggiunto intese sulla definizione di percorsi per le navi in ingresso e in uscita dallo Stretto di Hormuz.
Secondo il ministro, sarebbero già state predisposte le mappe delle rotte e individuate le relative coordinate geografiche. Il passaggio successivo riguarderebbe le procedure presso l’Organizzazione marittima internazionale, necessarie per la valutazione e l’eventuale formalizzazione degli assetti proposti.
Le dichiarazioni descrivono un lavoro tecnico preparatorio, non l’entrata in vigore di un nuovo sistema di navigazione. La piena operatività delle rotte, ha precisato Araghchi, resta legata al raggiungimento di un’intesa politica con Washington.
Il coinvolgimento dell’Oman è significativo per la posizione geografica del Sultanato, che condivide con l’Iran le acque dello Stretto. La regolamentazione dei percorsi marittimi richiede tuttavia di tenere conto anche del diritto internazionale applicabile al transito delle navi.
Sul piano economico, la situazione rimane complessa. Le tensioni nel Golfo e gli attacchi contro il traffico commerciale hanno aumentato i costi assicurativi e di trasporto, inducendo diversi operatori a modificare le proprie strategie. Anche quando il passaggio resta possibile, il rischio di incidenti o nuove ostilità incide sulle condizioni del commercio energetico.
Washington, diplomazia aperta e rischio militare
Araghchi ha confermato che i contatti indiretti tra Iran e Stati Uniti proseguono attraverso Paesi mediatori, tra cui Qatar e Pakistan.
Il ministro ha richiamato la proposta iraniana articolata su sette giorni, che prevede la riapertura dello Stretto al sesto giorno qualora Washington accetti e rispetti le condizioni poste da Teheran. Ha sostenuto che gli Stati Uniti abbiano risposto alle richieste iraniane presentando a loro volta ulteriori condizioni, sulle quali restano divergenze.
Al centro della posizione iraniana figura il rispetto degli impegni che Teheran attribuisce al memorandum di Islamabad. Araghchi ha ribadito che, senza un’intesa politica, l’Iran non considera possibile una riapertura completa e sicura del traffico marittimo.
Le parole del ministro arrivano mentre Washington continua a esercitare pressioni economiche e militari sull’Iran. Il confronto riguarda anche il programma nucleare iraniano, sul quale le posizioni delle due parti restano distanti.
Araghchi ha accusato gli Stati Uniti di aver compromesso precedenti tentativi negoziali e ha sostenuto che il suo Paese non intende rinunciare alla diplomazia, pur mantenendo una piena capacità di risposta militare.
Nell’intervista ha inoltre dichiarato che Teheran considera possibile una nuova offensiva statunitense o israeliana e si prepara a fronteggiarla. Ha rivolto critiche dirette al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, accusandolo di perseguire obiettivi che, secondo la valutazione iraniana, non coincidono necessariamente con gli interessi americani.
Il ministro ha affrontato anche le tensioni nello Yemen e nel Mar Rosso, sostenendo che il movimento Ansar Allah e Hezbollah assumano autonomamente le proprie decisioni. Ha inoltre ribadito la disponibilità iraniana a favorire un dialogo tra gli Houthi e l’Arabia Saudita, precisando di non aver ricevuto risposte alla proposta di mediazione.
Per Baghdad, tuttavia, il punto più immediato resta il petrolio. La possibilità di garantire corridoi di transito alle proprie navi rappresenta un interesse economico concreto, indipendentemente dall’esito del negoziato tra Washington e Teheran.
Le dichiarazioni di Araghchi mostrano dunque due percorsi paralleli: da un lato il tentativo di assicurare condizioni particolari di navigazione ai Paesi vicini, a cominciare dall’Iraq; dall’altro la trattativa sulla riapertura complessiva di Hormuz, ancora legata alle condizioni politiche e di sicurezza poste dall’Iran agli Stati Uniti.
Finché non sarà raggiunta un’intesa più ampia, i corridoi speciali potranno attenuare alcune difficoltà, ma non eliminare l’incertezza che continua a gravare sul commercio energetico regionale.
