(AGENPARL) - Roma, 22 Ottobre 2026 - Stati Uniti e Israele continuano a valutare una nuova offensiva contro l’Iran, mentre nel Golfo Persico aumentano gli incidenti navali e gli avvertimenti militari. Al centro delle ricostruzioni pubblicate oggi da diverse testate internazionali figura un piano per una campagna di bombardamenti concentrata in 72 ore, destinata a colpire infrastrutture nucleari, installazioni missilistiche, sistemi per droni e potenzialmente obiettivi energetici iraniani. L’operazione, secondo le informazioni attribuite a funzionari americani e ad altre persone informate sui preparativi, potrebbe essere presa in considerazione dopo le elezioni statunitensi del 3 novembre. Non risulta tuttavia che il presidente Donald Trump abbia autorizzato l’attacco.
Il dato politicamente più rilevante non è soltanto l’esistenza di nuove opzioni militari, già emerse nelle scorse settimane, ma il contesto nel quale vengono nuovamente discusse. Washington e Tel Aviv intensificano la pressione su Teheran, il governo israeliano considera insufficiente la sola deterrenza e le autorità iraniane minacciano una risposta che potrebbe estendersi alle basi americane nella regione. Nel frattempo, lo Stretto di Hormuz continua a rappresentare uno dei punti più vulnerabili della sicurezza energetica internazionale.
La prospettiva di un’offensiva limitata a tre giorni pone quindi un interrogativo decisivo: una campagna militare di durata prestabilita può davvero costringere l’Iran a negoziare, oppure rischia di provocare una risposta impossibile da contenere nello stesso intervallo di tempo?
Il piano delle 72 ore e gli obiettivi militari
Secondo la ricostruzione pubblicata oggi dal New Indian Express, che riprende informazioni del New York Times, le forze statunitensi e israeliane avrebbero sviluppato piani specifici per una campagna breve ma intensa contro obiettivi strategici iraniani. Le ipotesi comprenderebbero installazioni legate al programma nucleare, infrastrutture missilistiche, depositi e impianti per droni, oltre a possibili bersagli nel settore energetico.
Le due forze armate avrebbero inoltre intensificato le attività preparatorie, comprese esercitazioni aeree nello spazio regionale. Sempre secondo le ricostruzioni giornalistiche, il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha discusso le opzioni militari con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Il piano si inserisce in un confronto che dura ormai da mesi e nel quale le operazioni militari, le sanzioni economiche e le restrizioni alla navigazione non hanno prodotto un accordo stabile tra Washington e Teheran. Alcuni ambienti americani ritengono che un’ulteriore pressione sulle capacità militari e sull’economia iraniana possa modificare la posizione negoziale della Repubblica islamica. Altri osservatori mettono invece in dubbio che nuovi bombardamenti possano raggiungere un risultato politico non ottenuto dalle precedenti operazioni.
Occorre distinguere tra la durata ipotizzata dell’offensiva e quella di un eventuale conflitto successivo. Un attacco pianificato per 72 ore non comporta necessariamente la cessazione delle ostilità al termine del terzo giorno. La risposta iraniana, le possibili perdite e l’eventuale coinvolgimento di altri Paesi potrebbero modificare rapidamente lo scenario.
Non è stata inoltre resa pubblica una lista definitiva degli obiettivi, né esiste una conferma ufficiale che tutte le infrastrutture citate dalle indiscrezioni siano state effettivamente selezionate per un’operazione imminente.
Netanyahu alza il livello dello scontro politico
Un ulteriore elemento emerge dalle dichiarazioni attribuite oggi a Benjamin Netanyahu. Secondo il Washington Post, il primo ministro israeliano ha sostenuto che la minaccia rappresentata dall’Iran non possa essere eliminata senza un cambiamento del sistema politico di Teheran.
La posizione è particolarmente significativa perché introduce un obiettivo politico più ampio rispetto alla distruzione o al ridimensionamento di specifiche capacità militari. Colpire installazioni nucleari e arsenali missilistici è un’operazione con finalità militari identificabili; perseguire un cambiamento di governo comporta invece conseguenze strategiche e istituzionali molto più difficili da prevedere.
Il giornale americano riferisce che Netanyahu ha accusato la nuova guida iraniana, Mojtaba Khamenei, di proseguire una politica ostile a Israele e di perseguire capacità nucleari militari. Si tratta di accuse del governo israeliano, non di una verifica indipendente delle attività nucleari iraniane.
Le dichiarazioni arrivano a pochi giorni dalle elezioni parlamentari israeliane del 27 ottobre. L’esito del voto potrebbe incidere sulla posizione politica di Netanyahu e sulla capacità del prossimo governo di sostenere una nuova offensiva. Sarebbe però improprio considerare il calendario elettorale una prova dell’imminenza dell’attacco.
La distanza tra gli obiettivi di Washington e quelli dichiarati da Netanyahu costituisce uno dei punti più delicati della crisi. Gli Stati Uniti continuano a presentare la questione nucleare e la sicurezza regionale come temi centrali; le parole del primo ministro israeliano indicano una prospettiva che potrebbe andare oltre un’operazione militare circoscritta.
Golfo Persico, i Guardiani della Rivoluzione annunciano sette navi colpite
La novità più concreta del 22 ottobre riguarda il confronto navale nel Golfo Persico. Secondo quanto riportato da Reuters, la Marina dei Guardiani della Rivoluzione iraniani ha dichiarato che sette imbarcazioni sono state coinvolte in incidenti nella regione.
Nella versione fornita dalle autorità iraniane, quattro navi impegnate in trasferimenti di petrolio considerati illegali sarebbero state colpite simultaneamente nel settore settentrionale del Golfo Persico, prendendo fuoco. Altre tre imbarcazioni avrebbero invece urtato mine navali a ovest dello Stretto di Hormuz.
Queste informazioni provengono dai Guardiani della Rivoluzione e non devono essere presentate come un bilancio integralmente verificato da fonti indipendenti. La loro rilevanza è comunque evidente: Teheran rivendica la capacità di esercitare pressione sulle rotte marittime in una fase in cui Stati Uniti e Israele discutono nuove opzioni militari.
Nello stesso contesto, i Guardiani della Rivoluzione hanno avvertito Washington che ulteriori iniziative considerate provocatorie potrebbero determinare una risposta più ampia, diretta anche contro le basi americane nella regione.
Il rischio di escalation riguarda quindi non soltanto il territorio iraniano, ma un sistema di installazioni militari, rotte commerciali e infrastrutture energetiche distribuite tra il Golfo Persico e gli Stati vicini.
Hormuz e il rischio di una crisi energetica più ampia
Lo Stretto di Hormuz rimane uno dei principali punti di pressione della crisi. La sua importanza deriva dal ruolo che svolge nel collegare i produttori energetici del Golfo ai mercati internazionali e dalla concentrazione di traffico commerciale in uno spazio marittimo relativamente ristretto.
L’eventuale estensione degli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane aumenterebbe il rischio di ritorsioni contro installazioni petrolifere, terminali, navi commerciali e infrastrutture di trasporto della regione. Non è possibile prevedere con certezza quali bersagli verrebbero scelti da Teheran, ma le minacce iraniane e gli incidenti navali descritti oggi mostrano quanto il settore energetico sia diventato uno strumento di pressione strategica.
Le conseguenze interesserebbero anche l’Europa. Un aumento dell’insicurezza nel Golfo potrebbe tradursi in maggiori costi assicurativi e logistici per il trasporto marittimo, volatilità dei prezzi dell’energia e nuove difficoltà per le catene di approvvigionamento.
Per l’Italia, che risente dell’andamento dei mercati energetici internazionali, il rischio principale non sarebbe necessariamente un coinvolgimento militare diretto, ma l’impatto economico di una crisi prolungata.
Un’altra questione riguarda la distinzione tra obiettivi militari e infrastrutture civili. L’eventuale attacco a impianti energetici dovrebbe essere valutato alla luce del diritto internazionale umanitario, che impone regole sulla distinzione tra obiettivi militari e beni civili, sulla proporzionalità e sulle precauzioni negli attacchi. Il semplice valore economico di un’infrastruttura non basta, da solo, a renderla un obiettivo militare legittimo.
La diplomazia non è scomparsa
Nonostante il linguaggio sempre più duro, i canali diplomatici non risultano definitivamente chiusi. Nelle dichiarazioni riportate il 21 ottobre da The National, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha confermato l’esistenza di contatti indiretti con Washington attraverso mediatori regionali, indicando però profonde divergenze sulle condizioni necessarie per un accordo.
Tra i nodi principali rimangono le restrizioni che interessano lo Stretto di Hormuz, le sanzioni economiche, la cessazione delle ostilità e il programma nucleare iraniano.
Le parti continuano a partire da priorità differenti. Washington vuole ottenere garanzie sulle attività nucleari e sulla sicurezza regionale; Teheran insiste sulla necessità di porre fine alla pressione militare ed economica prima di accettare nuove concessioni.
È proprio questa distanza a rendere incerto l’effetto di un’eventuale campagna di bombardamenti. Se gli Stati Uniti considerassero l’attacco uno strumento per accelerare i negoziati, l’Iran potrebbe interpretarlo come la prova che le concessioni non garantiscono la cessazione della pressione militare. Il risultato potrebbe essere un irrigidimento delle posizioni, anziché un avvicinamento.
Tre giorni di attacchi non significano tre giorni di guerra
La preparazione di opzioni militari è parte delle attività ordinarie dei comandi strategici, soprattutto quando il confronto politico raggiunge livelli elevati. Ma l’attuale crisi presenta elementi che aumentano il rischio di errori di valutazione: la presenza di forze militari di diversi Paesi, le tensioni sulle rotte marittime, la vulnerabilità delle infrastrutture energetiche e l’avvicinarsi di appuntamenti elettorali decisivi.
Il piano delle 72 ore resta, sulla base delle informazioni disponibili, un’ipotesi operativa riferita da fonti giornalistiche e non un attacco autorizzato dal presidente americano. Non vi sono elementi sufficienti per affermare che l’offensiva comincerà dopo il 3 novembre o che il suo avvio sia inevitabile.
Le dichiarazioni israeliane e gli avvertimenti iraniani, tuttavia, mostrano che la crisi sta assumendo una dimensione politica sempre più ampia. Mentre Israele prospetta obiettivi che vanno oltre il contenimento delle capacità militari iraniane, Teheran minaccia di estendere la risposta alle installazioni americane e alle rotte strategiche della regione.
Il rischio principale è che una nuova offensiva, concepita per ottenere rapidamente concessioni, produca invece una sequenza di rappresaglie nella quale nessuno dei protagonisti riesca a controllare tempi e intensità dello scontro.
La domanda decisiva non è quanto possano durare i bombardamenti programmati da Washington e Israele, ma se esista una strategia politica credibile per fermare la guerra dopo il loro eventuale inizio.
