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Iran Canada isole Golfo Persico: una dichiarazione congiunta firmata a Ottawa riapre la disputa su Abu Musa, Grande Tunb e Piccola Tunb. Il governo canadese sostiene esplicitamente la posizione degli Emirati Arabi Uniti, mentre Teheran rivendica la sovranità sui territori che controlla dal 1971. Dietro lo scontro diplomatico, una nuova partnership economica e militare tra Canada ed Emirati, con opportunità di investimento fino a 70 miliardi di dollari canadesi Il dossier Iran Canada isole Golfo Persico si apre con una presa di posizione diplomatica che porta Ottawa direttamente all’interno di una delle controversie territoriali più persistenti del Medio Oriente. In una dichiarazione congiunta pubblicata il 28 ottobre, il primo ministro canadese Mark Carney e il principe ereditario di Abu Dhabi, Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan, hanno chiesto la fine di quella che definiscono l’occupazione delle tre isole di Abu Musa, Grande Tunb e Piccola Tunb, attualmente sotto controllo iraniano ma rivendicate dagli Emirati Arabi Uniti. Il documento, diffuso sia dal governo canadese sia dal ministero degli Esteri emiratino, non si limita a incoraggiare una soluzione negoziata: qualifica espressamente la situazione come una violazione della sovranità degli Emirati. La risposta di Teheran è arrivata attraverso il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, che ha respinto le dichiarazioni dei due governi, ribadendo che le isole costituiscono parte integrante del territorio iraniano. La controversia non è nuova, ma la scelta canadese assume un significato particolare per il contesto nel quale è maturata. La dichiarazione sulle isole compare infatti nel documento che sancisce l’elevazione dei rapporti fra Canada ed Emirati Arabi Uniti a partenariato strategico, al termine della visita ufficiale compiuta a Ottawa dal principe ereditario il 26 e 27 ottobre. L’intesa comprende cooperazione commerciale, investimenti, energia, minerali critici, tecnologie avanzate, difesa e sicurezza. Non si tratta dunque di un comunicato dedicato esclusivamente alla disputa con l’Iran, bensì di un accordo politico molto più ampio nel quale Ottawa ha scelto di assumere una posizione esplicita su una questione territoriale particolarmente sensibile per Abu Dhabi. La circostanza non dimostra che il sostegno diplomatico canadese sia stato una contropartita degli accordi economici, ma mostra come la controversia sia entrata formalmente nell’agenda di una relazione bilaterale in forte espansione. La dichiarazione di Ottawa: il Canada adotta la posizione emiratina Il passaggio decisivo compare nella sezione del comunicato dedicata alla sovranità e al diritto internazionale. Dopo aver richiamato i principi della Carta delle Nazioni Unite, il rispetto dell’integrità territoriale e la soluzione pacifica delle controversie, i due governi chiedono la cessazione dell’occupazione delle tre isole, identificate come appartenenti agli Emirati Arabi Uniti. La formulazione è politicamente significativa perché non descrive semplicemente l’esistenza di rivendicazioni contrapposte: assume come riferimento la sovranità emiratina e definisce il controllo iraniano un’occupazione. È tuttavia necessario distinguere la posizione diplomatica espressa dai firmatari da un accertamento giuridico definitivo. La dichiarazione Canada-Emirati non equivale a una sentenza internazionale sulla sovranità delle isole e non risolve la controversia. Rappresenta invece una scelta ufficiale del governo canadese a favore dell’interpretazione sostenuta da Abu Dhabi. Questo elemento spiega la durezza della reazione iraniana: Teheran non contesta soltanto il richiamo alla necessità di risolvere una disputa, ma il fatto che uno Stato esterno alla regione abbia sottoscritto una qualificazione territoriale incompatibile con la posizione della Repubblica islamica. La verifica delle fonti primarie elimina un’ambiguità importante. Il testo non è un’interpretazione della stampa iraniana né una formulazione introdotta unilateralmente dagli Emirati dopo l’incontro. Compare nella dichiarazione pubblicata sul sito del primo ministro canadese ed è riprodotto anche dal ministero degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti. Il Canada, pertanto, risulta direttamente associato alla posizione espressa nel documento. La risposta di Teheran e il richiamo alla sovranità iraniana Il 30 ottobre l’agenzia iraniana Tasnim ha riportato la reazione del portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, che ha condannato le dichiarazioni di Emirati Arabi Uniti e Canada definendole un’ingerenza inaccettabile. Secondo Baqaei, Abu Musa, Grande Tunb e Piccola Tunb costituiscono parti inseparabili del territorio iraniano e la ripetizione di rivendicazioni contrarie non può modificarne, nella prospettiva di Teheran, la realtà storica, geografica e giuridica. Il portavoce ha rivolto una critica specifica a Ottawa, accusando il governo canadese di aver ripreso le rivendicazioni territoriali emiratine e di aver agito in contrasto con i principi della Carta delle Nazioni Unite. Si tratta di un’accusa formulata dal governo iraniano, non della constatazione di una violazione del diritto internazionale accertata da un organo giudiziario competente. Baqaei ha inoltre sostenuto che il comportamento canadese potrebbe comportare responsabilità internazionali, senza che ciò equivalga all’avvio documentato di una procedura giudiziaria. Nella dichiarazione iraniana compare anche un riferimento polemico ai rapporti tra Canada e Stati Uniti. Baqaei richiama le pressioni e le rivendicazioni territoriali provenienti dall’amministrazione americana per accusare Ottawa di incoerenza: secondo il ragionamento iraniano, il Canada dovrebbe mostrarsi particolarmente sensibile alla difesa della sovranità territoriale anziché sostenere le pretese di un altro governo. È un argomento politico destinato a mettere in difficoltà la posizione canadese sul piano della coerenza diplomatica, ma non modifica il contenuto della controversia sulle isole. Teheran ha infine invitato gli Emirati Arabi Uniti a rispettare i principi di buon vicinato e ad abbandonare rivendicazioni che considera prive di fondamento. Per il governo iraniano, infatti, la questione non riguarda territori da negoziare, bensì la difesa di una sovranità che considera già acquisita. È proprio questa distanza fra le posizioni di partenza a rendere difficile una soluzione condivisa. Abu Musa e le due Tunb: una disputa che risale al 1971 Per comprendere la controversia occorre tornare al 1971, quando il Regno Unito si preparava a concludere il proprio ruolo di potenza protettrice degli emirati della costa meridionale del Golfo Persico. In quel contesto l’Iran dello scià Mohammad Reza Pahlavi assunse il controllo di Grande Tunb e Piccola Tunb, isole rivendicate dall’emirato di Ras al-Khaimah. La situazione di Abu Musa fu diversa: alla vigilia della nascita degli Emirati Arabi Uniti, l’Iran e l’emirato di Sharjah raggiunsero un memorandum d’intesa che disciplinava alcuni aspetti della presenza iraniana e dell’amministrazione dell’isola, senza risolvere in maniera definitiva la questione della sovranità. La distinzione storica è importante. Le tre isole vengono frequentemente trattate come un unico dossier diplomatico, ma gli eventi che portarono alla presenza iraniana non furono identici. Nel caso delle Tunb il passaggio del controllo fu accompagnato da uno scontro con le forze locali; per Abu Musa esistette invece un’intesa specifica con Sharjah, successivamente interpretata in modo divergente dalle parti. Nel corso dei decenni l’Iran ha consolidato la propria amministrazione e presenza militare, mentre gli Emirati hanno mantenuto le rispettive rivendicazioni, facendo della questione un tema ricorrente della propria diplomazia regionale. Oggi il dato materiale è chiaro: le tre isole sono sotto controllo effettivo iraniano. Ciò non significa che la controversia sulla sovranità sia stata risolta. Abu Dhabi continua a rivendicarle e sostiene la necessità di ottenere una soluzione attraverso negoziati bilaterali o strumenti giuridici internazionali. Teheran, al contrario, rifiuta l’idea che la propria sovranità possa essere rimessa in discussione. Anche l’eventuale ricorso alla Corte internazionale di giustizia richiederebbe una base di giurisdizione appropriata: non basta che una parte chieda un giudizio perché la Corte possa automaticamente pronunciarsi. La disputa sopravvive quindi a numerose trasformazioni politiche regionali: la rivoluzione iraniana del 1979, la guerra Iran-Iraq, la crescita economica degli Emirati, le crisi del Golfo e i tentativi più recenti di migliorare i rapporti fra Teheran e Abu Dhabi. Il fatto che le relazioni economiche tra Iran ed Emirati possano svilupparsi non elimina necessariamente il contrasto sulla sovranità, che conserva un forte valore simbolico e strategico per entrambi i Paesi. Il Golfo Persico, Hormuz e il valore strategico delle isole La rilevanza delle tre isole non dipende dalle loro dimensioni territoriali, relativamente ridotte, ma dalla posizione geografica in un bacino attraversato da alcune delle rotte energetiche più importanti del mondo. Abu Musa e le due Tunb si trovano nel settore meridionale del Golfo Persico, in prossimità degli accessi alle principali direttrici marittime che conducono verso lo Stretto di Hormuz. Non controllano da sole il passaggio né coincidono con il suo punto più stretto, ma la loro posizione assume valore per la sorveglianza del traffico navale, la presenza militare e la capacità di osservare movimenti in una regione altamente sensibile. Attraverso Hormuz transitano importanti flussi internazionali di petrolio e gas naturale liquefatto provenienti dai produttori del Golfo. Ogni crisi che coinvolga le infrastrutture marittime, le coste o le installazioni militari della regione può quindi avere conseguenze che superano i confini dei Paesi direttamente interessati. Ciò non significa che la dichiarazione canadese abbia provocato un’interruzione dei traffici o un’immediata escalation militare: al 30 ottobre non emergono, dalle informazioni esaminate per questo articolo, elementi sufficienti per sostenere un simile sviluppo. La questione è piuttosto il peso strategico di territori sui quali due governi mantengono posizioni incompatibili.…

Mentre l’Unione Europea cerca nel Canada un partner strategico per la transizione ecologica, le decisioni del governo Carney raccontano una politica energetica più complessa: meno vincoli climatici, nuovi progetti petroliferi e investimenti nelle tecnologie pulite. Un rapporto indipendente segnala il rischio di mancare gli obiettivi sulle emissioni, mentre le organizzazioni ambientaliste canadesi avvertono Bruxelles delle possibili conseguenze commerciali e normative. Dietro l’immagine di Mark Carney come alleato privilegiato dell’Europa nella lotta al cambiamento climatico si nasconde una contraddizione che Bruxelles non può permettersi di ignorare. Il primo ministro canadese, accolto dalle istituzioni europee come interlocutore particolarmente vicino agli obiettivi della transizione ecologica, guida contemporaneamente un Paese che punta ad ampliare la produzione e le esportazioni di petrolio e gas. Non si tratta soltanto della tradizionale dipendenza canadese dalle risorse energetiche: una serie di decisioni adottate dal governo di Ottawa dal 2025 ha modificato concretamente gli strumenti della politica climatica nazionale, mentre il Canada cerca di consolidare una partnership sempre più stretta con l’Unione Europea. Il vertice UE-Canada del 29 e 30 ottobre a Montreal rende questa contraddizione particolarmente attuale. Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa incontrano Carney per discutere di commercio, sicurezza, tecnologie, materie prime critiche ed energia. La presidente della Commissione ha più volte sottolineato la vicinanza politica tra Bruxelles e Ottawa, indicando il cambiamento climatico tra i settori nei quali le due parti condividono una visione comune. Ma la convergenza diplomatica non implica necessariamente un’identità di politiche energetiche, e proprio le scelte più recenti del governo canadese suggeriscono che l’Europa dovrebbe valutare attentamente questa distinzione. Dalla finanza climatica alla guida di una potenza energetica La reputazione ambientalista di Carney non nasce da un’operazione di comunicazione recente. Durante il suo mandato alla guida della Banca d’Inghilterra, l’ex governatore contribuì a portare i rischi climatici al centro del dibattito finanziario internazionale. Nel settembre 2015, con il discorso conosciuto come The Tragedy of the Horizon, sostenne che il cambiamento climatico avrebbe potuto produrre conseguenze economiche e finanziarie difficilmente gestibili attraverso gli ordinari orizzonti decisionali delle imprese e degli investitori. Successivamente Carney ricoprì il ruolo di inviato speciale delle Nazioni Unite per l’azione e la finanza climatica e promosse iniziative destinate a coinvolgere il settore finanziario nella riduzione delle emissioni. Questo percorso spiega perché molti interlocutori europei continuino a considerarlo un punto di riferimento della transizione ecologica. Ma la responsabilità di governare il Canada, uno dei principali produttori mondiali di petrolio, lo ha portato ad adottare una strategia nella quale sicurezza energetica, competitività industriale, esportazioni e obiettivi climatici devono convivere, anche quando entrano in tensione. La svolta è emersa fin dall’inizio del suo mandato. Il governo Carney ha eliminato il prezzo federale del carbonio applicato ai consumatori, una delle misure più riconoscibili della precedente amministrazione di Justin Trudeau. Ha inoltre sospeso l’obbligo nazionale relativo alle vendite di veicoli a emissioni zero, orientandosi verso un diverso sistema regolatorio. Sul fronte petrolifero, Ottawa ha rinunciato a procedere con il tetto alle emissioni del settore oil & gas precedentemente proposto. Queste decisioni sono documentate da Climate Action Tracker, il progetto indipendente che valuta le politiche climatiche dei Paesi, e dalle comunicazioni ufficiali del governo canadese. Non tutte le misure sono state cancellate e non sarebbe corretto sostenere che Carney abbia abbandonato la decarbonizzazione. Restano strumenti di tariffazione industriale del carbonio, interventi sulle emissioni di metano e investimenti nelle infrastrutture elettriche. La questione è diversa: il governo ha ridimensionato alcuni vincoli precedenti e attribuito un ruolo più importante all’espansione energetica e alla competitività delle imprese, sostenendo che questa combinazione possa restare compatibile con l’obiettivo delle emissioni nette zero entro il 2050. L’accordo con l’Alberta: la contraddizione nei documenti ufficiali Il documento più significativo per comprendere questa impostazione è l’accordo tra il governo federale e la provincia dell’Alberta, principale centro dell’industria petrolifera canadese. Il memorandum sottoscritto il 27 novembre 2025 e il successivo accordo attuativo del 15 maggio 2026 delineano una strategia che punta esplicitamente a sviluppare le risorse petrolifere e gasiere dell’Alberta, rafforzare le esportazioni verso mercati diversi dagli Stati Uniti e realizzare nuove infrastrutture energetiche. Tra gli obiettivi figura un oleodotto verso la costa occidentale canadese, destinato a facilitare l’accesso ai mercati asiatici. Il testo ufficiale del maggio 2026 conferma contemporaneamente l’intenzione di mantenere il percorso verso la neutralità climatica entro il 2050, di rafforzare il sistema industriale di prezzo del carbonio e di sostenere investimenti nelle energie rinnovabili e nella cattura della CO₂. Ma ribadisce anche l’impegno federale a non introdurre il previsto tetto alle emissioni del settore petrolifero e del gas, oltre a prevedere specifiche condizioni per la sospensione delle norme federali sull’elettricità pulita in Alberta. È qui che la strategia di Carney appare nella sua forma più chiara. Il Canada non intende scegliere tra sviluppo dell’industria fossile e investimenti nelle tecnologie pulite: vuole perseguire entrambi gli obiettivi, confidando nella tariffazione del carbonio, nell’innovazione e nei sistemi di abbattimento delle emissioni per limitarne l’incompatibilità. La questione, per l’Europa, è se questo equilibrio sia realmente sostenibile sul piano climatico e se possa essere trasferito in una partnership con un’Unione che dispone di un quadro normativo ambientale differente. Il giudizio indipendente: il Canada rischia di mancare i propri obiettivi Un elemento che rende il problema più concreto è la valutazione di Climate Action Tracker. Secondo le proiezioni pubblicate dal progetto, con le politiche attualmente in vigore le emissioni canadesi nel 2030 potrebbero attestarsi intorno a 662 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, escluse quelle legate all’uso del suolo e alle foreste. Questo corrisponderebbe a una riduzione di circa il 13% rispetto al 2005, significativamente inferiore al percorso necessario per rispettare gli impegni climatici nazionali. Le misure pianificate, secondo la stessa analisi, non sembrerebbero sufficienti a colmare il divario. Climate Action Tracker attribuisce una parte rilevante del problema alla riduzione dell’ambizione regolatoria e alla prospettiva di un aumento della produzione di petrolio e gas, che potrebbe compensare una quota dei progressi ottenuti in altri settori. Queste cifre non rappresentano un risultato già verificatosi, ma proiezioni basate sulle politiche considerate nell’analisi. La distinzione è importante: il Canada non ha ancora mancato il traguardo del 2030, ma un organismo indipendente ritiene che gli strumenti attuali siano insufficienti per raggiungerlo. Il governo canadese sostiene invece che la propria strategia possa conciliare crescita economica e riduzione delle emissioni. Nell’accordo con l’Alberta, Ottawa indica il rafforzamento della tariffazione industriale del carbonio, l’espansione della rete elettrica e gli investimenti in tecnologie a minore intensità emissiva come componenti centrali del nuovo approccio. È una posizione ufficiale che va considerata insieme alle critiche, senza confondere gli obiettivi dichiarati con i risultati già ottenuti. L’avvertimento canadese all’Europa: il rischio è anche commerciale…

Erdogan e Carney rafforzano le relazioni tra i due Paesi con tre intese su industria militare, trasporto aereo ed energia. Il nuovo partenariato prevede un piano triennale e apre prospettive di collaborazione tra le imprese dei due alleati NATO Turchia e Canada avviano una nuova fase della loro cooperazione strategica, con un accordo sull’industria della difesa che segna un significativo riavvicinamento tra due importanti membri della NATO. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il primo ministro canadese Mark Carney hanno presenziato giovedì, nel complesso presidenziale di Ankara, alla firma di tre intese riguardanti il settore militare, il trasporto aereo e l’energia, al termine di colloqui bilaterali e incontri tra le rispettive delegazioni. La visita di Carney, la prima di carattere bilaterale compiuta da un primo ministro canadese in Turchia, ha assunto una portata politica più ampia rispetto alla sottoscrizione dei singoli documenti. I due governi hanno infatti annunciato l’avvio di un partenariato strategico accompagnato da un piano d’azione triennale, articolato attorno a quattro priorità: commercio e investimenti, difesa e sicurezza, energia e rapporti tra le rispettive società. L’iniziativa riflette interessi convergenti. Ankara punta a consolidare il ruolo internazionale della propria industria militare e ad ampliare le collaborazioni tecnologiche con i partner occidentali. Ottawa, parallelamente, cerca nuovi interlocutori economici e industriali per diversificare le relazioni commerciali e rafforzare la sicurezza delle proprie catene di approvvigionamento. Difesa, un memorandum per la cooperazione industriale Il documento di maggiore interesse strategico è il memorandum d’intesa sulle partnership nell’industria della difesa, sottoscritto da Haluk Görgün, presidente dell’Agenzia turca per l’industria della difesa, e dalla ministra degli Esteri canadese Anita Anand. L’intesa costituisce una cornice istituzionale per sviluppare la collaborazione tra i rispettivi comparti industriali. Il suo significato risiede soprattutto nella possibilità di favorire contatti tra imprese, programmi tecnologici e future iniziative comuni in un settore nel quale entrambi i Paesi possiedono competenze rilevanti. La Turchia ha progressivamente ampliato le proprie capacità produttive nei sistemi aerei senza pilota, nell’elettronica militare, nei mezzi terrestri e nelle piattaforme navali. Il Canada dispone, a sua volta, di competenze nei settori aerospaziale, elettronico e delle tecnologie avanzate, che possono offrire opportunità di complementarità industriale. È importante, tuttavia, distinguere il valore politico del memorandum dai suoi possibili sviluppi commerciali. La firma non equivale all’annuncio di una specifica fornitura di armamenti: nelle comunicazioni relative alla cerimonia non risultano identificati nuovi contratti militari, importi o programmi congiunti già definiti. La portata concreta dell’accordo dipenderà dalle successive iniziative delle amministrazioni e delle aziende coinvolte. Il nuovo quadro di cooperazione interessa anche la NATO. Turchia e Canada partecipano alla stessa alleanza militare, ma hanno attraversato fasi di tensione sulle esportazioni di tecnologie per la difesa. Il riavvicinamento potrebbe contribuire a rendere più strutturati i rapporti industriali tra i due Paesi, in una fase nella quale gli alleati attribuiscono crescente importanza alla disponibilità di capacità produttive, componenti e tecnologie strategiche. Il precedente delle restrizioni canadesi Per comprendere il significato dell’intesa firmata ad Ankara occorre considerare il precedente delle restrizioni canadesi sulle esportazioni militari verso la Turchia. Nel gennaio 2024 Ottawa aveva eliminato la politica che prevedeva, in linea generale, il diniego delle autorizzazioni per l’esportazione di materiale militare destinato ad Ankara. Il provvedimento aveva rappresentato un passaggio importante dopo anni di divergenze sull’impiego e sulla possibile riesportazione di tecnologie sensibili, comprese quelle utilizzabili nei sistemi aerei senza pilota. La modifica non aveva però introdotto una liberalizzazione indiscriminata. Le autorità canadesi avevano mantenuto l’esame delle richieste di autorizzazione caso per caso, secondo la normativa nazionale e i criteri di valutazione dei rischi previsti per il commercio di materiali militari. Restano inoltre specifiche condizioni relative all’utilizzatore finale e all’eventuale trasferimento delle tecnologie verso Paesi terzi. Il memorandum del 22 ottobre si inserisce dunque in un percorso di progressiva normalizzazione dei rapporti industriali. Non elimina automaticamente i controlli canadesi sulle esportazioni, ma segnala la volontà politica di costruire una collaborazione più stabile, superando alcune delle difficoltà che avevano condizionato le relazioni bilaterali. Energia e trasporti completano le intese Accanto alla difesa, Ankara e Ottawa hanno firmato un accordo sul trasporto aereo, sottoscritto dal ministro turco dei Trasporti e delle Infrastrutture Abdulkadir Uraloğlu e dalla ministra canadese Anita Anand. L’intesa si colloca nel rafforzamento dei collegamenti tra i due Paesi, considerati un elemento utile per sostenere gli scambi economici, gli investimenti e la mobilità delle imprese. Una maggiore connettività aerea può inoltre agevolare i rapporti tra i rispettivi comparti industriali, anche nei settori ad alta specializzazione. Il terzo documento è una dichiarazione congiunta sulla cooperazione energetica, firmata dal ministro turco dell’Energia e delle Risorse naturali Alparslan Bayraktar e dal suo omologo canadese Tim Hodgson. Le prospettive di collaborazione riguardano il gas naturale liquefatto, l’energia nucleare e i minerali critici. Si tratta di ambiti nei quali il Canada dispone di risorse e tecnologie di interesse per la Turchia, impegnata a diversificare le proprie fonti energetiche e a sviluppare nuove capacità produttive.…