(AGENPARL) - Roma, 15 Ottobre 2026 - Il presidente ucraino annuncia la fine della sospensione degli attacchi alle raffinerie russe, dopo tre giorni di tregua energetica sollecitata da Washington. Nell’intervista al Financial Times denuncia il proseguimento dei bombardamenti russi, le difficoltà nell’accesso ai sistemi americani di allerta e il rallentamento delle comunicazioni Starlink. Sullo sfondo, una crisi nei rapporti tra Kiev e gli Stati Uniti che coinvolge anche gli interessi energetici di Washington
«The block is out. We’re done». Il blocco è finito, abbiamo chiuso. Con queste parole, pronunciate durante un’intervista al Financial Times a Londra, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato la fine della sospensione degli attacchi contro le raffinerie russe. Una decisione che segna il fallimento, almeno secondo la ricostruzione fornita da Kiev, del tentativo di tregua energetica promosso dal presidente americano Donald Trump e rende evidenti le tensioni tra l’Ucraina e il suo principale partner militare.
La dichiarazione arriva dopo alcuni giorni nei quali Kiev aveva accettato di interrompere temporaneamente le operazioni contro le infrastrutture energetiche russe. Zelensky ha spiegato di aver sospeso gli attacchi per tre giorni, rispondendo alla richiesta statunitense di favorire una de-escalation nel settore energetico. La Russia, tuttavia, avrebbe continuato a colpire impianti e infrastrutture ucraine, provocando nuove vittime civili e danni alla rete elettrica del Paese. Secondo il presidente ucraino, oltre cento persone sarebbero state uccise nell’ultima settimana.
La sequenza degli avvenimenti è significativa. L’11 ottobre Trump aveva annunciato attraverso Truth Social una tregua energetica tra Russia e Ucraina, sostenendo che entrambe le parti avessero accettato di interrompere gli attacchi alle rispettive infrastrutture. L’annuncio, tuttavia, avrebbe preceduto una comunicazione formale alle parti interessate. Zelensky, pur non essendo stato preventivamente informato dell’intesa, aveva successivamente dichiarato la disponibilità ucraina ad aderire alla proposta.
Nelle ore seguenti, Kiev aveva denunciato nuovi attacchi russi contro infrastrutture energetiche, tra cui una centrale termoelettrica a Kharkiv e un impianto nella capitale. Il 13 ottobre Zelensky aveva ribadito che l’Ucraina si era astenuta per due giorni dal colpire le raffinerie e gli impianti energetici russi, mentre Mosca aveva proseguito le proprie operazioni. La dichiarazione del 15 ottobre rappresenta dunque, nella versione ucraina, la conclusione di una sospensione che non avrebbe prodotto la reciprocità attesa.
Il punto, tuttavia, non riguarda soltanto la ripresa annunciata delle operazioni contro il settore petrolifero russo. Zelensky ha affrontato direttamente il ruolo degli Stati Uniti e le pressioni esercitate dall’amministrazione Trump sulle scelte militari di Kiev.
Washington avrebbe insistito affinché l’Ucraina interrompesse gli attacchi alle raffinerie russe, considerando la stabilizzazione dell’offerta di carburanti una condizione utile per contenere i prezzi energetici negli Stati Uniti. Questa posizione sarebbe collegata anche a un’intesa per l’acquisto di centinaia di migliaia di tonnellate di gasolio russo.
Se confermato nei suoi dettagli, il quadro delineerebbe una tensione tra due obiettivi differenti: da una parte la volontà americana di limitare le conseguenze economiche della guerra sui mercati energetici, dall’altra la strategia ucraina di colpire infrastrutture considerate rilevanti per le entrate e per la capacità logistica della Russia. Per Kiev, infatti, le raffinerie non rappresentano soltanto obiettivi industriali, ma fanno parte di un sistema economico che contribuisce a sostenere lo sforzo bellico di Mosca.
È in questo contesto che Zelensky ha espresso il timore di ulteriori accordi commerciali tra Washington e il Cremlino. «La domanda sarà quando arriverà il prossimo accordo. Forse sarà sul gas. Sicuramente sarà sul gas», ha dichiarato, suggerendo che nuove intese economiche potrebbero offrire alla Russia risorse aggiuntive mentre la guerra prosegue.
Le sue parole costituiscono una valutazione politica, non la conferma dell’esistenza di ulteriori accordi già conclusi. Ma indicano con chiarezza la preoccupazione della leadership ucraina: che la ricerca di una stabilizzazione dei mercati energetici finisca per prevalere sull’obiettivo di ridurre la capacità della Russia di finanziare il conflitto.
Le tensioni sul sostegno militare americano
Ancora più delicato è il capitolo relativo all’assistenza militare e tecnologica degli Stati Uniti. Zelensky ha sostenuto che, nonostante la sospensione degli attacchi ucraini, le sue forze si siano trovate prive dell’accesso ad alcuni sistemi americani di allerta preventiva contro i missili balistici in arrivo.
Il presidente ha inoltre denunciato un rallentamento delle comunicazioni satellitari Starlink sul territorio ucraino, con conseguenze sulle operazioni militari e sulla capacità di condurre attacchi a medio raggio contro obiettivi russi.
Si tratta di affermazioni che, per la loro rilevanza, richiedono una distinzione rigorosa tra quanto dichiarato da Zelensky e quanto verificato indipendentemente. Non sono disponibili, negli elementi finora esaminati, riscontri tecnici autonomi sull’entità delle limitazioni denunciate, né una spiegazione ufficiale americana delle loro cause.
Se tali difficoltà fossero confermate, le conseguenze andrebbero comunque oltre la questione delle raffinerie. I sistemi di allerta precoce contribuiscono alla capacità di individuare tempestivamente le minacce missilistiche, mentre le comunicazioni satellitari sono diventate una componente importante del coordinamento operativo ucraino. Eventuali limitazioni in questi ambiti inciderebbero quindi su aspetti essenziali della sicurezza del Paese.
Zelensky ha definito «pericolosa» la situazione determinata dalla sospensione della condivisione dell’intelligence americana e dalle difficoltà nelle comunicazioni Starlink. Ha tuttavia ribadito la necessità di mantenere un rapporto strategico con Washington, riconoscendo l’importanza del sostegno statunitense nella difesa contro l’invasione russa.
È una posizione che contiene una contraddizione soltanto apparente: Kiev contesta alcune decisioni dell’amministrazione americana, ma non può prescindere dal contributo degli Stati Uniti. La critica politica convive dunque con la necessità di preservare una collaborazione militare dalla quale dipendono capacità difficilmente sostituibili in tempi brevi.
Il deterioramento dei rapporti tra Kiev e Washington si inserisce in una fase di particolare tensione, che richiama l’acceso confronto avvenuto alla Casa Bianca nel febbraio 2025. Zelensky ha criticato anche l’atteggiamento di Trump nei confronti di Vladimir Putin, attribuendo al presidente americano una particolare considerazione per i leader che mantengono il potere per molti anni.
«Parla apertamente e ad alta voce del fatto che ama queste persone e le rispetta. Per lui, persone che possono essere leader per venti, trenta, quarant’anni devono essere molto forti», ha affermato Zelensky. È un giudizio esplicitamente politico sul presidente americano, che segnala quanto il confronto abbia ormai superato la sola dimensione delle forniture militari.
Nonostante il tono dell’intervista, Zelensky ha lasciato aperta la possibilità di una nuova sospensione degli attacchi alle raffinerie russe. Alla domanda se Kiev fosse disposta a interromperli nuovamente per migliorare i rapporti con la Casa Bianca, anche in presenza di ulteriori bombardamenti russi, ha risposto che potrebbe farlo in cambio di maggiori forniture di intercettori americani per i sistemi di difesa aerea Patriot.
Il passaggio è importante perché chiarisce la natura della posizione ucraina. La sospensione degli attacchi non viene esclusa in linea di principio, ma subordinata a una contropartita concreta sul piano della difesa. Kiev chiede, in sostanza, che una rinuncia operativa sia accompagnata da misure capaci di ridurre la vulnerabilità del territorio ucraino ai bombardamenti.
Energia, diplomazia e sicurezza
La vicenda mette in evidenza quanto la dimensione energetica sia ormai intrecciata alle trattative diplomatiche e alle decisioni militari. Gli attacchi alle raffinerie russe, le operazioni contro la rete elettrica ucraina, il prezzo dei carburanti negli Stati Uniti e le possibili intese commerciali tra Washington e Mosca appartengono a piani differenti, ma finiscono per condizionarsi reciprocamente.
Per l’amministrazione americana, una tregua sulle infrastrutture energetiche può rappresentare uno strumento per limitare l’instabilità dei mercati e creare uno spazio negoziale. Per l’Ucraina, invece, interrompere gli attacchi senza ottenere una cessazione effettiva dei bombardamenti russi rischia di tradursi in una rinuncia unilaterale a uno degli strumenti di pressione di cui dispone.
La distanza tra queste due prospettive spiega perché un’iniziativa presentata come misura di de-escalation possa diventare rapidamente un nuovo terreno di scontro diplomatico.
Resta inoltre da chiarire quale sia stato l’effettivo grado di adesione delle parti alla tregua annunciata l’11 ottobre. La ricostruzione degli eventi indica che l’annuncio americano non sarebbe stato preceduto da un’intesa formalmente condivisa. È un elemento essenziale per valutare la portata dell’iniziativa: una sospensione delle ostilità richiede condizioni riconosciute da entrambe le parti, modalità di verifica e conseguenze definite in caso di violazione.
Senza questi elementi, il rischio è che ciascun governo interpreti diversamente gli impegni assunti, attribuendo all’altro la responsabilità del loro mancato rispetto.
La dichiarazione «The block is out. We’re done» segna dunque qualcosa di più della fine annunciata di una pausa negli attacchi alle raffinerie. Rende visibile la difficoltà di conciliare gli interessi economici americani, le esigenze di sicurezza ucraine e un negoziato con la Russia che continua a svolgersi mentre sul terreno proseguono le operazioni militari.
Zelensky ha concluso l’intervista affermando che l’Ucraina troverà una via d’uscita dalle difficoltà, ma che sarebbe preferibile non offrire a Putin «una nuova vita o una nuova volontà di combattere».
È proprio su questo punto che si concentra il nodo politico della vicenda: stabilire se una tregua energetica possa contribuire a ridurre la violenza del conflitto oppure se, in assenza di garanzie reciproche e di un quadro negoziale verificabile, rischi di modificare soltanto gli strumenti attraverso i quali la guerra continua.
