(AGENPARL) - Roma, 24 Aprile 2026 - Islamabad è diventata nelle ultime ore l’ombelico della diplomazia mondiale. Nonostante le smentite di rito, la presenza contemporanea del Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e degli emissari di Donald Trump (tra cui Steven Witkoff) presso il governo pakistano, conferma l’avvio di un canale di comunicazione indiretto per disinnescare la crisi nello Stretto di Hormuz.
Il gioco delle smentite
A scaldare il clima sono state le dichiarazioni della Casa Bianca, che tramite la portavoce Karoline Leavitt ha parlato di una “richiesta iraniana” per un incontro faccia a faccia. La reazione di Teheran non si è fatta attendere, evidenziando una profonda spaccatura tra la diplomazia ufficiale e l’ala militare del regime.
La posizione dei Pasdaran
L’agenzia Tasnim, organo di stampa vicino al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), ha smentito categoricamente ogni ipotesi di dialogo diretto, definendo “menzogne” le ricostruzioni statunitensi. Attraverso una nota diffusa sui propri canali, Tasnim ha ribadito che “l’Iran non ha avanzato alcuna richiesta di colloquio”, sostenendo al contrario che sarebbe stata Washington a sollecitare inutilmente una negoziazione. Secondo i media vicini ai Pasdaran, Teheran non avrebbe alcuna intenzione di trattare “sotto le attuali condizioni di pressione”.
La mediazione pakistana
In questo cortocircuito comunicativo, il ruolo del Pakistan appare decisivo. Il generale Asim Munir starebbe agendo come facilitatore di quelli che in gergo diplomatico vengono definiti “proximity talks”: colloqui in stanze separate dove il mediatore fa la spola tra le delegazioni. Una strategia che permette a entrambe le parti di negare l’incontro diretto, pur continuando a negoziare sui dossier più scottanti, a partire dal blocco navale che sta spingendo il prezzo del petrolio oltre i 110 dollari.
