(AGENPARL) - Roma, 26 Ottobre 2026 - Il presidente uscente conquista il quarto mandato con il 51,79% dei voti, ribaltando il risultato del primo turno e sconfiggendo Flávio Bolsonaro. Il candidato della destra contesta il voto e annuncia una battaglia legale. La rielezione conferma la profonda polarizzazione del Brasile, ma apre soprattutto una nuova fase nei rapporti con Washington: tra dazi, sovranità nazionale, BRICS e relazioni con la Cina, Lula dovrà difendere l’autonomia internazionale del Paese senza compromettere la stabilità economica.
Luiz Inácio Lula da Silva è stato rieletto presidente del Brasile al termine di un ballottaggio che ha rovesciato le previsioni della vigilia e riportato al centro della politica latinoamericana il confronto tra sovranità nazionale e influenza degli Stati Uniti. Il leader del Partito dei lavoratori (PT), 80 anni, ha ottenuto il 51,79% dei voti validi, pari a 64.256.232 preferenze, contro il 48,21% e i 59.826.041 voti raccolti dal senatore Flávio Bolsonaro, candidato del Partito liberale (PL). I dati definitivi sono stati comunicati dal Tribunale superiore elettorale brasiliano (TSE), che ha confermato la vittoria del presidente uscente. Lo scarto supera i 4,4 milioni di voti e consegna a Lula un quarto mandato presidenziale, un risultato senza precedenti nella storia democratica contemporanea del Paese.
La dimensione politica della vittoria va oltre il margine numerico. Lula era arrivato secondo al primo turno, alle spalle di Flávio Bolsonaro, e ha costruito la rimonta nelle tre settimane successive attraverso una mobilitazione che ha coinvolto organizzazioni sociali, militanti, giovani e settori dell’elettorato preoccupati dalle conseguenze di un ritorno della famiglia Bolsonaro alla presidenza. È la prima volta, dall’introduzione dell’attuale sistema elettorale a doppio turno nel 1989, che un candidato sconfitto nella prima votazione riesce a vincere il ballottaggio. Il risultato dimostra quanto gli orientamenti dell’elettorato brasiliano siano rimasti fluidi fino agli ultimi giorni della campagna e quanto sia stata decisiva la capacità di mobilitare cittadini che al primo turno avevano scelto altre opzioni oppure non avevano votato.
La partecipazione elettorale costituisce uno degli elementi fondamentali per comprendere l’esito. Secondo i dati diffusi dopo lo scrutinio, l’astensione è diminuita rispetto al primo turno, mentre la campagna di Lula ha intensificato l’attività nelle strade e sulle piattaforme digitali. La rimonta non può essere attribuita automaticamente a un unico gruppo sociale o a un solo strumento di comunicazione. Il risultato sembra piuttosto riflettere la convergenza di elettori con motivazioni differenti: sostenitori tradizionali del PT, cittadini favorevoli alle politiche sociali del governo e votanti che hanno considerato il ritorno dei Bolsonaro un rischio per gli equilibri istituzionali.
La campagna ha assunto così un carattere che ha superato il confronto ordinario tra programmi economici. Per Lula, la posta in gioco era la continuità di un progetto politico fondato sulla riduzione delle disuguaglianze, sul ruolo dello Stato e sulla ricerca di una maggiore autonomia internazionale. Per Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, la consultazione rappresentava la possibilità di riportare al governo una destra che continua a conservare un radicamento profondo nella società brasiliana, soprattutto tra gli elettori conservatori, una parte del mondo imprenditoriale e i settori più critici verso la politica economica e di sicurezza del PT.
La sconfitta non chiude, infatti, la stagione del bolsonarismo. Quasi 60 milioni di voti rappresentano una base politica considerevole e confermano che il Brasile rimane diviso in due grandi aree elettorali. La capacità di Flávio Bolsonaro di arrivare in testa al primo turno e di contendere fino alla fine la presidenza mostra che l’eredità politica del padre non si è esaurita. La destra dispone ancora di un elettorato numeroso, di reti organizzative e di un’identità politica riconoscibile. Per Lula, quindi, la rielezione non equivale a una pacificazione del Paese, ma apre una fase nella quale la governabilità dipenderà dalla capacità di dialogare con istituzioni e forze politiche che non condividono il suo programma.
Il primo segnale delle difficoltà è arrivato dalla reazione del candidato sconfitto. Flávio Bolsonaro ha rifiutato di riconoscere il risultato e ha annunciato l’intenzione di chiederne l’annullamento, contestando in particolare la decisione di prorogare di due ore le operazioni di voto in seguito a problemi nei trasporti e condizioni meteorologiche avverse. La misura ha generato confusione in alcuni seggi, anche perché non tutte le strutture avevano ricevuto tempestivamente le indicazioni sulla prosecuzione delle operazioni. Le contestazioni, tuttavia, non costituiscono di per sé una dimostrazione di irregolarità capaci di alterare il risultato nazionale. Il TSE ha proclamato la vittoria di Lula e qualsiasi eventuale ricorso dovrà essere valutato attraverso le procedure previste dall’ordinamento brasiliano.
La vicenda riporta alla memoria le tensioni che seguirono le elezioni presidenziali del 2022, quando il mancato riconoscimento della sconfitta da parte di Jair Bolsonaro contribuì ad alimentare una lunga crisi politica, culminata negli assalti alle sedi delle istituzioni federali di Brasilia dell’8 gennaio 2023. Non significa che la storia debba necessariamente ripetersi, ma il precedente rende particolarmente delicata la gestione della contestazione attuale. La tenuta democratica del Brasile dipenderà anche dalla capacità delle autorità di garantire trasparenza nelle verifiche, tutela del diritto al ricorso e rispetto delle decisioni definitive.
Nel discorso della vittoria, Lula ha cercato di collocare il risultato su un terreno più ampio della competizione tra partiti. Ha promesso di governare per tutti i brasiliani e ha presentato il voto come una risposta alla disinformazione, al negazionismo e alle interferenze esterne. La difesa della sovranità nazionale è stata uno dei temi ricorrenti della sua campagna e assume ora un significato particolare alla luce dei rapporti con l’amministrazione di Donald Trump.
La relazione tra Brasilia e Washington è probabilmente il dossier internazionale più importante del nuovo mandato. Negli ultimi anni Trump ha cercato di rafforzare la propria influenza politica ed economica sull’America Latina, sostenendo interlocutori ideologicamente vicini e utilizzando gli strumenti commerciali come parte della propria strategia diplomatica. La famiglia Bolsonaro ha coltivato un rapporto politico privilegiato con il presidente americano, mentre Lula ha rivendicato il diritto del Brasile a perseguire una politica estera autonoma, senza subordinare le proprie decisioni alle preferenze della Casa Bianca.
La vittoria del presidente brasiliano rappresenta quindi un risultato sfavorevole alle aspettative di quella parte dell’amministrazione americana che guardava con favore a un ritorno dei Bolsonaro al potere. Non significa, tuttavia, che il Brasile abbia scelto di rompere con gli Stati Uniti. Le due economie mantengono relazioni commerciali, finanziarie e industriali importanti, e un deterioramento incontrollato dei rapporti avrebbe conseguenze per entrambe. Il problema per Lula sarà conciliare la difesa della propria autonomia politica con la necessità di mantenere canali di cooperazione con Washington.
I dazi rappresentano il primo terreno sul quale questa contraddizione potrebbe manifestarsi. La politica commerciale americana ha assunto un ruolo sempre più centrale nelle relazioni con i partner internazionali, e il Brasile deve proteggere l’accesso ai mercati esteri per settori fondamentali della propria economia. Un atteggiamento di confronto permanente con Trump potrebbe rafforzare il consenso interno intorno al tema della sovranità, ma rischierebbe anche di esporre esportatori e imprese brasiliane a nuove incertezze. Al contrario, una linea eccessivamente accomodante potrebbe indebolire uno degli argomenti politici che hanno contribuito alla rielezione di Lula.
La questione non riguarda soltanto il commercio. Nel rapporto con gli Stati Uniti rientrano investimenti, tecnologie digitali, sicurezza, cooperazione industriale e regole che disciplinano l’attività delle grandi piattaforme internazionali. Durante la campagna elettorale, Lula ha denunciato quelle che considera interferenze straniere nel dibattito politico brasiliano, mentre Washington ha criticato alcune decisioni delle autorità brasiliane riguardanti l’ambiente digitale e la libertà di espressione. Sono divergenze che potrebbero continuare anche dopo il voto, perché riflettono differenti concezioni del rapporto tra sovranità statale, potere delle imprese tecnologiche e influenza politica internazionale.
È però nel contesto latinoamericano che la rielezione assume un significato ancora più ampio. Il Brasile è la maggiore economia della regione, possiede un peso demografico e territoriale determinante e dispone di una tradizione diplomatica che gli consente di dialogare con governi di orientamento diverso. La conferma di Lula interrompe almeno in parte la percezione di un avanzamento inarrestabile delle destre latinoamericane e mantiene al centro degli equilibri regionali un governo che rivendica il multilateralismo e una maggiore autonomia rispetto a Washington.
La dimensione internazionale del voto era emersa con chiarezza già prima dell’apertura delle urne. Nell’approfondimento pubblicato da Agenparl il 4 ottobre, «Brasile al voto, l’equilibrio tra Stati Uniti e Cina passa da Lula e Bolsonaro», avevamo analizzato come la competizione presidenziale riguardasse non soltanto il futuro politico interno del Brasile, ma anche la sua collocazione nella crescente rivalità tra Washington e Pechino. La rielezione di Lula restituisce oggi concretezza a quella prospettiva: Brasilia continuerà a rivendicare un’autonomia diplomatica che le consenta di dialogare con entrambe le potenze, senza rinunciare ai vantaggi economici e commerciali derivanti da ciascuna relazione. Una strategia che, tuttavia, dovrà misurarsi con le pressioni dell’amministrazione Trump, il peso crescente della Cina negli scambi brasiliani e la difficoltà di mantenere un equilibrio stabile in un sistema internazionale sempre più competitivo.
Questa posizione non equivale alla costruzione automatica di un fronte politico antiamericano. Le relazioni tra i Paesi dell’America Latina sono condizionate da interessi nazionali differenti, divergenze economiche e orientamenti ideologici spesso incompatibili. Lula può esercitare un’influenza significativa, ma non dispone degli strumenti per trasformare unilateralmente il Brasile nel centro di un blocco regionale omogeneo. Il suo peso dipenderà soprattutto dalla capacità di proporre iniziative concrete su commercio, infrastrutture, sicurezza alimentare, transizione energetica e cooperazione finanziaria.
La dimensione globale del nuovo mandato passa inevitabilmente attraverso i BRICS. Il Brasile è uno dei membri fondatori del raggruppamento e Lula ha sostenuto con continuità la necessità di rafforzare la rappresentanza delle economie emergenti nelle istituzioni internazionali. Per Brasilia, i BRICS costituiscono uno strumento per ampliare gli spazi di negoziazione e ridurre la dipendenza da un ordine economico percepito come eccessivamente concentrato sulle potenze occidentali.
Anche in questo caso, però, occorre evitare una lettura schematica. L’appartenenza ai BRICS non trasforma automaticamente il Brasile in un alleato strategico della Cina o della Russia contro gli Stati Uniti. Il gruppo riunisce Paesi con interessi differenti e talvolta concorrenti. Lula cerca di utilizzare questo spazio per aumentare il peso diplomatico brasiliano, non necessariamente per sostituire una dipendenza internazionale con un’altra. La sua strategia consiste nel mantenere aperti più canali di relazione, sfruttando la competizione tra grandi potenze per ottenere condizioni economiche e politiche più favorevoli.
La Cina occupa una posizione centrale in questo equilibrio. Pechino è un partner commerciale fondamentale per il Brasile, soprattutto per le esportazioni agricole e di materie prime, e rappresenta un interlocutore importante per investimenti, infrastrutture e tecnologie. La relazione offre opportunità considerevoli, ma pone anche interrogativi sulla composizione degli scambi e sulla capacità dell’industria brasiliana di competere con la produzione cinese. Il nuovo governo dovrà quindi gestire il rapporto con Pechino cercando di attrarre capitali e ampliare i mercati senza accentuare la dipendenza dall’esportazione di prodotti a basso valore aggiunto.
La Russia rappresenta un interlocutore differente. Il Brasile ha mantenuto una posizione diplomatica autonoma rispetto alla guerra in Ucraina, sostenendo la necessità di una soluzione negoziata e senza aderire integralmente alla strategia sanzionatoria occidentale. Questo orientamento ha suscitato critiche in alcuni ambienti europei e americani, ma riflette una tradizione della diplomazia brasiliana che privilegia il dialogo e cerca di evitare un allineamento automatico ai blocchi geopolitici. Nel nuovo mandato Lula dovrà continuare a misurarsi con le conseguenze di questa scelta, soprattutto nei rapporti con l’Unione europea.
Bruxelles costituisce infatti un altro interlocutore essenziale. Le relazioni economiche tra Brasile e Unione europea, comprese le prospettive dell’accordo commerciale con il Mercosur, offrono a Lula la possibilità di diversificare ulteriormente i rapporti internazionali. Le questioni ambientali, gli standard agricoli e le preoccupazioni di alcuni settori produttivi europei continuano però a rendere complesso il confronto. Per il Brasile, rafforzare il rapporto con l’Europa può rappresentare un contrappeso utile sia alla pressione commerciale americana sia alla crescente centralità cinese.
La credibilità internazionale del nuovo mandato dipenderà, tuttavia, anche dai risultati economici interni. Lula si trova davanti a un Paese nel quale il costo della vita, il potere d’acquisto, la sicurezza pubblica e le disuguaglianze restano temi centrali. La vittoria elettorale non elimina le tensioni tra la necessità di finanziare politiche sociali e quella di mantenere sotto controllo i conti pubblici. Gli investitori seguiranno con attenzione le decisioni sulla spesa, sul debito, sulle entrate fiscali e sulle condizioni per la crescita.
Il Brasile dispone di risorse agricole, energetiche, minerarie e industriali che ne fanno un protagonista dell’economia mondiale, ma il loro potenziale non si traduce automaticamente in sviluppo equilibrato. Una delle sfide principali consiste nell’aumentare la produttività, migliorare le infrastrutture, sostenere l’innovazione e creare occupazione qualificata. Per Lula, la promessa di inclusione sociale dovrà confrontarsi con la necessità di rendere sostenibile nel tempo il finanziamento dei programmi pubblici.
Un ulteriore banco di prova sarà la politica ambientale. La tutela dell’Amazzonia, la lotta alla deforestazione e la transizione energetica costituiscono strumenti attraverso i quali il Brasile può esercitare influenza internazionale, attirare investimenti e rafforzare il dialogo con l’Europa. Ma anche su questo terreno esistono contraddizioni tra obiettivi climatici, sviluppo agricolo, sfruttamento delle risorse naturali e aspettative economiche delle regioni interessate. Il nuovo mandato dovrà dimostrare che la protezione ambientale può convivere con opportunità concrete di sviluppo.
La rielezione pone infine una questione generazionale e politica. Lula, protagonista della vita pubblica brasiliana da decenni, conquista un nuovo mandato a ottant’anni. La sua capacità di mobilitare elettori e di ribaltare il risultato del primo turno conferma la forza personale della sua leadership. Allo stesso tempo, il PT dovrà interrogarsi sulla costruzione di una nuova classe dirigente capace di rappresentare il proprio elettorato oltre la figura del presidente. Una vittoria così strettamente legata alla personalità di Lula può rafforzare il governo nell’immediato, ma non risolve il problema della successione politica.
Lo stesso interrogativo riguarda il campo avversario. Flávio Bolsonaro ha dimostrato che il cognome e l’eredità politica del padre continuano ad avere un peso rilevante. Ma la sconfitta al ballottaggio potrebbe aprire un confronto sulla strategia della destra: proseguire lungo la strada della contrapposizione radicale oppure ampliare il consenso verso elettori moderati che non si riconoscono pienamente nel progetto del PT. La scelta influenzerà il grado di polarizzazione della politica brasiliana nei prossimi anni.
Per Donald Trump, il risultato brasiliano rappresenta una difficoltà politica, ma non necessariamente una sconfitta strategica irreversibile. Gli Stati Uniti conservano un peso economico e diplomatico considerevole e dispongono di numerosi strumenti per influenzare le relazioni con Brasilia. Lula, da parte sua, ha ottenuto un mandato elettorale per difendere una maggiore autonomia nazionale, ma dovrà evitare che questa rivendicazione si traduca in isolamento o in un confronto commerciale dannoso.
È qui che si trova il significato più profondo della rielezione. Il Brasile non ha scelto semplicemente tra un candidato di sinistra e uno di destra. Ha confermato, con un margine limitato ma netto, una leadership che propone di mantenere aperte relazioni con potenze concorrenti e di rivendicare per il Paese un ruolo autonomo negli equilibri internazionali. La sfida sarà trasformare questa impostazione in risultati concreti, senza sottovalutare la forza dell’opposizione interna e le pressioni esterne.
Il quarto mandato di Lula comincia quindi sotto il segno di una duplice responsabilità: governare una società profondamente divisa e preservare la capacità del Brasile di decidere la propria collocazione internazionale. La vittoria del 25 ottobre modifica gli equilibri politici dell’America Latina, ma il suo peso storico dipenderà da ciò che accadrà nei prossimi anni. Non basterà aver sconfitto Flávio Bolsonaro e deluso le aspettative di Washington. Lula dovrà dimostrare che l’autonomia diplomatica può tradursi in crescita economica, stabilità democratica e maggiore influenza globale.
