(AGENPARL) - Roma, 4 Ottobre 2026 - Quasi 159 milioni di brasiliani sono chiamati oggi alle urne per scegliere il presidente, ma il voto che si apre in Brasile riguarda qualcosa di più della sfida, ormai familiare, tra Luiz Inácio Lula da Silva e il candidato della destra Flávio Bolsonaro. In gioco c’è anche la direzione internazionale della maggiore potenza dell’America Latina, in un momento nel quale la competizione tra Stati Uniti e Cina rende sempre più difficile per i Paesi del cosiddetto Global South mantenere una posizione autonoma.
Lula arriva al primo turno da presidente uscente, alla ricerca di un quarto mandato non consecutivo, mentre Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, si presenta come il principale candidato della destra. I sondaggi della vigilia descrivono una corsa molto ravvicinata e indicano come probabile un secondo turno il 25 ottobre. L’ultimo Datafolha assegna a Lula il 45% dei voti validi contro il 42% di Bolsonaro, una distanza che rientra nel margine di errore.
Ma dietro la polarizzazione interna c’è una questione che riguarda direttamente gli equilibri internazionali. Il Brasile è troppo importante per Washington e troppo legato a Pechino per poter scegliere semplicemente una delle due sponde. Stati Uniti e Cina sono infatti i principali partner commerciali del Paese e assorbono una parte decisiva delle sue esportazioni, dalle materie prime ai prodotti agricoli. La Cina è inoltre diventata un investitore sempre più importante nel settore minerario brasiliano, proprio mentre le risorse strategiche e le terre rare acquistano un peso crescente nella competizione globale.
È qui che le differenze tra Lula e Bolsonaro acquistano un significato che va oltre la politica brasiliana. Lula ha costruito il suo terzo mandato sulla difesa del multilateralismo, sul rafforzamento dei rapporti con il mondo emergente e su una maggiore integrazione con i BRICS. Pechino è diventata un interlocutore centrale della sua politica estera e Brasilia ha cercato di mantenere una posizione autonoma rispetto alla pressione americana, anche quando questo ha significato entrare in contrasto con Washington. La sua idea di sovranità non coincide con un isolamento del Brasile, ma con la possibilità di avere rapporti contemporaneamente con potenze diverse senza essere costretto a schierarsi con una sola.
Flávio Bolsonaro propone invece un orientamento molto più vicino agli Stati Uniti. La sua campagna guarda apertamente a Donald Trump e punta a rafforzare la cooperazione con Washington, anche sul piano della sicurezza regionale e delle risorse strategiche. In caso di vittoria, il Brasile potrebbe avvicinarsi alla nuova architettura di sicurezza americana in America Latina, compreso lo Shield of the Americas, al quale Lula ha scelto di non aderire. Bolsonaro ha inoltre indicato la possibilità di rivedere il rapporto del Brasile con i BRICS.
Questo però non significa che un eventuale governo Bolsonaro potrebbe permettersi di voltare le spalle alla Cina. Ed è probabilmente uno degli aspetti più interessanti di questa elezione. La politica estera brasiliana ha una tradizione di pragmatismo che sopravvive alle alternanze politiche, e persino Bolsonaro ha parlato della necessità di mantenere con Pechino un rapporto economicamente pragmatico. Per quanto possa cambiare l’orientamento politico di Brasilia, interrompere o ridimensionare drasticamente i rapporti con il principale mercato delle esportazioni brasiliane avrebbe un costo difficilmente sostenibile.
Il problema, quindi, non è soltanto capire se il Brasile si avvicinerà agli Stati Uniti o alla Cina. È capire quanto spazio rimarrà alla sua tradizionale politica di autonomia mentre la competizione tra le due potenze diventa sempre più difficile da evitare.
La questione è particolarmente evidente nel settore delle materie prime. Il Brasile possiede enormi risorse minerarie e un potenziale importante nel campo delle terre rare, diventate strategiche per tecnologie avanzate e difesa. Washington ha quindi un interesse crescente a rafforzare i rapporti con Brasilia e a ridurre la propria dipendenza dalle catene di approvvigionamento controllate dalla Cina. Per il Brasile, però, queste risorse rappresentano anche uno strumento di politica estera: la possibilità di attirare investimenti diversi senza consegnare a un singolo interlocutore il controllo di settori strategici.
È una posizione che spiega anche perché il voto brasiliano abbia assunto un peso particolare a Washington. Trump ha mostrato un interesse esplicito per la politica brasiliana e il rapporto con la famiglia Bolsonaro, mentre Lula ha denunciato più volte quella che considera un’ingerenza americana negli affari interni del Paese. La questione della sovranità è così entrata nella campagna elettorale insieme alle tensioni commerciali e alle relazioni con gli Stati Uniti.
Se Lula dovesse ottenere un nuovo mandato, è probabile quindi una continuità nella ricerca di un equilibrio tra i grandi attori internazionali, con una particolare attenzione ai BRICS, alla Cina e al rafforzamento del ruolo del Global South. Una vittoria di Bolsonaro sposterebbe invece il baricentro verso Washington e potrebbe inserirsi nel più ampio spostamento a destra che negli ultimi anni ha interessato diversi Paesi dell’America Latina. Ma anche in quel caso il Brasile rimarrebbe legato a Pechino da interessi economici che nessun cambio di governo potrebbe cancellare rapidamente.
Per questo il voto di oggi non va letto semplicemente come una nuova puntata della contrapposizione tra lulismo e bolsonarismo. Il Brasile è davanti alla necessità di ridefinire il proprio spazio in un mondo nel quale l’autonomia diventa più difficile proprio per i Paesi che, come Brasilia, hanno abbastanza peso per essere corteggiati da entrambe le grandi potenze.
Lula e Bolsonaro propongono dunque due risposte differenti. Il primo punta a conservare e rafforzare il margine di manovra costruito attraverso il multilateralismo e i rapporti con il Global South. Il secondo guarda più decisamente a Washington e alla rete di alleanze che Trump sta cercando di costruire nell’emisfero occidentale. Ma nessuno dei due può ignorare la realtà economica: il Brasile ha bisogno degli Stati Uniti e della Cina, e proprio questa dipendenza reciproca potrebbe diventare il limite più importante a qualsiasi radicale riallineamento.
È questa la posta in gioco internazionale del voto brasiliano: non soltanto decidere chi guiderà il Paese, ma stabilire quanto spazio resterà a Brasilia per perseguire una politica estera autonoma mentre la competizione tra Washington e Pechino si fa sempre più serrata. Qualunque sia il risultato, il Brasile resterà uno degli attori decisivi nel difficile equilibrio tra le due potenze e nel più ampio riassetto geopolitico dell’America Latina.
