(AGENPARL) - Roma, 26 Ottobre 2026 - Il gestore britannico estende al fondo Sterling Liquidity il progetto avviato a luglio con Ripple. Secondo Financial News London, oltre 86 milioni di sterline sono investiti complessivamente nelle due classi tokenizzate. La tecnologia non cambia la natura degli investimenti, ma potrebbe trasformare le infrastrutture attraverso cui banche e operatori istituzionali gestiscono e trasferiscono le quote dei fondi.
La blockchain continua a farsi strada nella finanza tradizionale, lontano dalle oscillazioni delle criptovalute e sempre più vicina alle attività quotidiane di banche, gestori patrimoniali e grandi investitori. L’ultimo sviluppo arriva dal Regno Unito, dove Aviva Investors, società di gestione del gruppo assicurativo Aviva, ha esteso il proprio progetto di tokenizzazione al fondo Sterling Liquidity, un prodotto che amministra complessivamente circa 22 miliardi di sterline. La novità, riferita il 26 ottobre da Financial News London, riguarda l’introduzione di una classe di quote rappresentate digitalmente attraverso la tecnologia blockchain e costituisce un ulteriore passaggio nel percorso avviato dal gestore britannico nei mesi precedenti.
L’iniziativa segue il lancio, annunciato ufficialmente il 29 luglio, di una classe tokenizzata del fondo Aviva Investors US Dollar Liquidity Fund, denominato in dollari statunitensi. Con l’estensione alle sterline, la società amplia quindi l’applicazione della tecnologia a due prodotti destinati alla gestione della liquidità. Secondo quanto riportato dalla testata finanziaria britannica, gli investimenti complessivi nelle due classi tokenizzate superano gli 86 milioni di sterline. È importante distinguere questo importo dal patrimonio del fondo Sterling Liquidity: i 22 miliardi rappresentano infatti la dimensione complessiva del prodotto tradizionale, non il valore delle quote già trasferite sulla nuova infrastruttura digitale. La differenza è sostanziale per comprendere la reale portata dell’operazione, che resta ancora circoscritta rispetto alle masse amministrate dall’industria del risparmio gestito, ma segnala una crescente disponibilità degli operatori istituzionali a sperimentare nuovi sistemi di registrazione e gestione degli investimenti.
La parola chiave è tokenizzazione, un processo che consiste nel rappresentare digitalmente un’attività finanziaria, oppure i diritti a essa associati, mediante un token registrato su una blockchain. Nel caso dei fondi d’investimento, ciò significa che una quota può essere rappresentata attraverso un’unità digitale collegata ai diritti dell’investitore, secondo le condizioni giuridiche e operative previste dal prodotto. Non si tratta di trasformare il fondo in una criptovaluta, né di sostituire necessariamente gli strumenti presenti nel suo portafoglio. Il fondo continua a investire nelle attività stabilite dal proprio regolamento, mentre cambia, almeno in parte, il sistema attraverso il quale le partecipazioni vengono registrate, amministrate e potenzialmente trasferite. Per gli investitori il rendimento e i rischi restano legati agli strumenti sottostanti e alle caratteristiche del fondo, non al semplice utilizzo della blockchain.
Dalla sperimentazione alla gestione della liquidità
La scelta di partire dai fondi monetari non è casuale. Questi strumenti sono utilizzati da imprese, istituzioni finanziarie e investitori professionali per amministrare disponibilità liquide attraverso portafogli generalmente orientati a strumenti di debito a breve termine, nel rispetto dei limiti e delle regole applicabili a ciascun prodotto. Si tratta di un segmento nel quale l’efficienza operativa assume particolare importanza, perché sottoscrizioni, rimborsi e movimentazioni delle disponibilità possono essere frequenti e richiedono un coordinamento costante tra gestori, depositari e intermediari. La possibilità di digitalizzare alcuni passaggi amministrativi e rendere più agevole la riconciliazione delle informazioni rappresenta quindi un incentivo concreto alla sperimentazione di nuove infrastrutture.
Nel modello tradizionale, la gestione delle quote di un fondo coinvolge registri, piattaforme informatiche e soggetti che svolgono funzioni differenti, dalla distribuzione alla custodia, fino al regolamento delle operazioni. La tokenizzazione propone di utilizzare una registrazione digitale condivisa per rappresentare determinate posizioni e facilitare, quando le condizioni tecniche e normative lo consentono, alcune attività di trasferimento e verifica. I possibili benefici riguardano la riduzione delle duplicazioni amministrative, una maggiore tracciabilità delle operazioni e l’integrazione con servizi finanziari automatizzati. Non sono tuttavia risultati garantiti: l’efficienza dipende dalla struttura concreta del sistema, dai costi di implementazione, dall’interoperabilità con le infrastrutture esistenti e dalla capacità degli operatori di rispettare gli obblighi di controllo e tutela degli investitori.
L’estensione dal dollaro alla sterlina conferisce al progetto di Aviva un significato ulteriore. Gli investitori istituzionali operano spesso in più valute e gestiscono esigenze di liquidità differenti a seconda dei mercati, delle attività e degli impegni finanziari. La disponibilità di classi tokenizzate denominate in valute diverse potrebbe quindi ampliare le possibilità di utilizzo della tecnologia, superando il carattere di una singola iniziativa sperimentale. Il passaggio non dimostra ancora che il nuovo modello sia destinato a diventare dominante, ma indica che il gestore sta valutando un’applicazione più sistematica della blockchain all’interno della propria offerta di prodotti finanziari.
Ripple, XRP Ledger e il ruolo degli intermediari
La tecnologia utilizzata nell’iniziativa è XRP Ledger, una blockchain pubblica associata all’ecosistema di Ripple, società specializzata nello sviluppo di soluzioni per i pagamenti e le infrastrutture finanziarie digitali. Il coinvolgimento di Ripple potrebbe indurre a confondere l’operazione con un investimento nella criptovaluta XRP, ma i due aspetti devono rimanere distinti. XRP è il token nativo della rete, mentre la tokenizzazione delle quote di un fondo riguarda la rappresentazione digitale di uno strumento finanziario tradizionale. Chi investe in una classe tokenizzata di un fondo non sta necessariamente acquistando XRP, e il valore della propria partecipazione non coincide con l’andamento di mercato della criptovaluta.
L’operazione evidenzia anche come la diffusione della blockchain non comporti automaticamente l’eliminazione degli intermediari finanziari. Nel progetto illustrato da Aviva per il precedente fondo in dollari compaiono infatti soggetti specializzati in differenti funzioni, tra cui Ripple, Komainu, Licuido e BNY. La presenza di operatori tecnologici, fornitori di servizi per attività digitali e istituzioni finanziarie tradizionali mostra che la trasformazione potrebbe svilupparsi attraverso una ridefinizione dei ruoli piuttosto che mediante una sostituzione integrale dell’architettura esistente. Le attività di custodia, controllo, amministrazione e conformità normativa restano essenziali anche quando una parte delle registrazioni viene effettuata su blockchain.
È proprio questo uno degli aspetti economicamente più rilevanti della tokenizzazione. Per banche e società di gestione, il problema non consiste soltanto nell’adottare una nuova tecnologia, ma nel capire se questa possa essere integrata nei processi quotidiani senza introdurre ulteriori complessità. Una piattaforma digitale può rendere più semplice una determinata operazione, ma il vantaggio rischia di ridursi se gli intermediari devono continuare a mantenere sistemi paralleli non comunicanti. La sfida riguarda quindi la definizione di standard condivisi, la sicurezza informatica, la compatibilità tra reti differenti e la certezza giuridica dei diritti rappresentati digitalmente. In assenza di queste condizioni, la tokenizzazione potrebbe aggiungere un nuovo livello tecnologico senza produrre i risparmi promessi.
Le opportunità per i mercati e i limiti ancora da superare
L’interesse degli operatori finanziari per la tokenizzazione si inserisce in un processo più ampio di modernizzazione delle infrastrutture di mercato. La prospettiva è quella di rendere alcune attività più rapide e trasparenti, facilitare la circolazione delle informazioni tra soggetti autorizzati e sviluppare nuove modalità di utilizzo degli strumenti finanziari. In futuro, quote di fondi rappresentate digitalmente potrebbero trovare applicazione anche in sistemi di gestione delle garanzie o in servizi integrati di tesoreria, purché esistano regole e infrastrutture adeguate. Si tratta però di possibilità da verificare attraverso esperienze operative concrete, non di vantaggi che derivano automaticamente dall’impiego di una blockchain.
Accanto alle opportunità emergono rischi specifici. La protezione delle credenziali e delle chiavi digitali, la continuità operativa delle piattaforme, la gestione di eventuali errori e la tutela dei diritti degli investitori richiedono procedure affidabili e responsabilità chiaramente definite. Anche la velocità tecnica con cui un token può essere trasferito non deve essere confusa con la liquidità economica dell’investimento: la possibilità di ottenere un rimborso continua a dipendere dalle condizioni del fondo, dalla composizione del portafoglio e dalle regole applicabili. La tokenizzazione non cancella quindi i rischi finanziari tradizionali e può introdurre ulteriori esigenze di controllo tecnologico e operativo.
La questione normativa è altrettanto centrale. I fondi destinati agli investitori istituzionali operano all’interno di un sistema di autorizzazioni, obblighi informativi, verifiche antiriciclaggio e tutele che non vengono meno con il passaggio a una rappresentazione digitale delle quote. Nel precedente annuncio di luglio, Aviva Investors aveva sottolineato la continuità delle caratteristiche fondamentali del prodotto in dollari rispetto alla struttura convenzionale, compresi gli obiettivi d’investimento e il quadro di protezioni applicabili. Il punto, dunque, non è aggirare le regole della finanza tradizionale, ma verificare se una nuova infrastruttura possa funzionare al loro interno in maniera più efficiente.
Il progetto di Aviva si colloca inoltre in un settore nel quale diversi grandi gestori internazionali stanno esplorando applicazioni della tokenizzazione, sebbene con modelli e finalità differenti. L’interesse di operatori consolidati suggerisce che la tecnologia venga valutata sempre più come possibile strumento industriale, oltre che come innovazione associata al mercato delle criptovalute. La diffusione su larga scala dipenderà tuttavia dalla capacità di dimostrare benefici misurabili, dalla domanda effettiva degli investitori e dall’evoluzione delle regole e delle infrastrutture di mercato. Il dato degli oltre 86 milioni di sterline investiti nelle due classi digitali segnala un’attività concreta, ma non autorizza ancora a parlare di trasformazione compiuta dell’intero settore.
La novità riferita il 26 ottobre assume quindi un significato che va oltre il singolo fondo. Con l’estensione della tokenizzazione al prodotto Sterling Liquidity, Aviva Investors mostra come una tecnologia sviluppatasi nell’ecosistema delle criptovalute possa essere applicata a strumenti della finanza regolamentata, senza modificarne necessariamente la funzione economica. Per banche, gestori e investitori, la questione decisiva non sarà stabilire se ogni attività finanziaria debba essere trasferita su blockchain, ma individuare i processi nei quali questa tecnologia può offrire un miglioramento reale rispetto ai sistemi esistenti. La trasformazione, se si consoliderà, potrebbe essere meno appariscente di quanto suggerisca il dibattito sulle criptovalute, ma incidere profondamente sul funzionamento quotidiano dei mercati: non tanto cambiando ciò in cui si investe, quanto il modo in cui gli investimenti vengono registrati, amministrati e trasferiti.
Fonti: Financial News London (26 ottobre 2026); Aviva Investors (29 luglio 2026); Ripple; Komainu; Licuido; BNY
