(AGENPARL) - Roma, 14 Agosto 2026 - Direttore Responsabile: Laura Sutto
Lettera aperta dei consiglieri regionali del Partito Democratico Domenico De Santis e Stefano Minerva al Ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara
ci accusa di fare "squallida e disinformata propaganda politica" perché sosteniamo che la scuola debba assumersi fino in fondo la responsabilità di educare al rispetto, all'affettività, alla libertà dell'altro e al rifiuto della violenza. Le rispondiamo senza insulti, con una domanda: Quanto prima dobbiamo arrivare? Perché questo è il punto che nella sua replica continua a sfuggire, la prevenzione non è una parola inserita in una Linea guida. È un tempo. E quel tempo è prima. Lei rivendica di avere reso obbligatoria l'educazione al rispetto attraverso le Linee guida per l'Educazione civica. Bene. Ma educare all'affettività significa qualcosa di molto più profondo che pronunciare la parola "rispetto", significa accompagnare bambini e ragazzi nella conoscenza delle emozioni, dei confini, del consenso, della parità, delle relazioni, della gestione del rifiuto e del conflitto. Significa dare loro un vocabolario per nominare ciò che sentono prima che qualcun altro insegni loro il linguaggio del possesso, della sopraffazione e della violenza. E soprattutto significa farlo quando quel vocabolario si sta formando, non quando è già stato scritto da altri. È questa la differenza enorme che continuiamo a provare a spiegarle.
Non vogliamo sostituire la scuola alle famiglie, vogliamo che la scuola faccia esattamente ciò per cui la Repubblica l'ha costruita, non lasciare che il destino di un bambino dipenda dalla famiglia nella quale ha avuto la fortuna, o la sfortuna, di nascere. Perché ci sono bambini che a casa trovano dialogo, ascolto, rispetto e strumenti ma ce ne sono altri che crescono dentro la violenza, la sopraffazione, il silenzio. Ci sono ragazzi che vivono in territori fragili, in famiglie attraversate dalla marginalità, dalla criminalità o perfino dalla cultura mafiosa.
Ci sono case nelle quali il modello che viene consegnato a un bambino è esattamente quello che la società dovrebbe aiutarlo a mettere in discussione. A quei bambini cosa diciamo, Ministro? Che l'educazione spetta esclusivamente alla famiglia? E se è proprio la famiglia il luogo nel quale hanno imparato la legge del più forte, chi insegnerà loro che esiste un altro modo di stare al mondo? È qui che entra la scuola. La scuola non può scegliere la famiglia nella quale nasce un bambino ma può impedirgli di credere che quella sia l'unica forma possibile del mondo. Può essere il primo luogo nel quale scopre che un conflitto non si risolve con la violenza, che una donna non appartiene a un uomo, che essere maschi non significa dominare, che essere forti non significa fare paura, che amare qualcuno significa riconoscerne innanzitutto la libertà.
