(AGENPARL) - Roma, 13 Settembre 2026 - Il primo vertice in assoluto tra la Repubblica di Corea e i cinque Stati dell’Asia centrale segna molto più di una semplice tappa diplomatica: rappresenta il culmine di quasi vent’anni di progressiva evoluzione strategica. Mentre la regione si presenta agli attori globali come uno spazio diplomatico unito, Seoul sceglie di superare definitivamente la stagione degli aiuti umanitari e del commercio di base per puntare su un modello complesso che unisce tecnologia, industrie avanzate, catene di approvvigionamento e minerali critici.
Il motto del summit, fissato per il 16 settembre 2026, recita Camminare insieme verso il futuro: Partnership per la fiducia e la prosperità. Mai prima d’ora la Repubblica di Corea era riuscita a riunire in un unico formato istituzionale di vertice i leader di Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan. Questo traguardo affonda le sue radici nel lontano 2007, anno in cui Seoul istituì il Forum di cooperazione Corea-Asia centrale, trasformato un decennio più tardi in una segreteria permanente. Quel sistema di relazioni, coltivato nel tempo tra ministeri, università e agenzie specializzate, trova oggi la sua naturale consacrazione al vertice dei capi di Stato.
La mossa coreana si inserisce in una più ampia trasformazione dell’architettura diplomatica dell’Asia centrale. Negli ultimi anni, la regione ha visto susseguirsi i vertici con Stati Uniti (formato C5+1), Cina, Consiglio di cooperazione del Golfo, Unione Europea e Giappone. Questa moltiplicazione di formati non indica la nascita di un blocco chiuso o omogeneo, bensì la valorizzazione di un’area che ha saputo convertire la propria geografia — un tempo percepita come un limite geopolitico privo di sbocco al mare — in un prezioso bene contrattuale. Gli Stati centroasiatici evitano così la trappola di legarsi a un unico partner, attingendo a capitali e tecnologie differenti.
In questo scenario competitivo, la Corea del Sud non può competere con la vicinanza geografica cinese o con l’enorme disponibilità finanziaria del Golfo. Tuttavia, Seoul possiede esattamente ciò di cui l’Asia centrale ha bisogno per la sua transizione economica: competenze ingegneristiche di alto livello, modelli industriali orientati all’esportazione e tecnologie innovative. Con l’adozione della K-Silk Road Cooperation Initiative nel 2024, l’amministrazione coreana ha smesso di considerare la regione come una periferia post-sovietica, inquadrandola invece come un bacino demografico giovane e ricco di risorse energetiche e metalli rari indispensabili per la transizione ecologica e digitale.
All’interno di questo mosaico regionale, il Kazakistan emerge come il vero laboratorio e motore della nuova strategia di Seoul. Con una presenza che raccoglie circa il 48% degli investimenti coreani accumulati dal 2005 e flussi in forte accelerazione negli ultimi cinque anni, Astana offre un’infrastruttura istituzionale ed economica già rodata. Non si tratta più di una semplice esportazione di merci finite, ma di una vera e propria localizzazione industriale: dagli impianti automobilistici avanzati di Hyundai e KIA alle trattative avviate dal KIGAM per la lavorazione profonda dei minerali strategici come il litio e le terre rare.
A ciò si aggiunge la dimensione logistica e umana. Il collegamento tra le rotte kazake e i porti strategici come Busan apre la strada a un corridoio eurasiatico integrato, mentre la storica diaspora di oltre 120.000 coreani etnici in Kazakistan costituisce un inestimabile ponte fiduciario. Quando i leader si siederanno al tavolo del vertice, la vera sfida non sarà il numero di intese firmate sulla carta, ma la capacità di Seoul di trasformare la K-Silk Road in un’architettura economica duratura, capace di fare del Kazakistan il perno indiscusso della nuova proiezione asiatica della Corea.
