(AGENPARL) - Roma, 1 Aprile 2026 - Anna Paola Sabatini è una figura di primo piano nel panorama istituzionale italiano. Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale per il Lazio e docente all’Università LUMSA, rappresenta un punto di riferimento nella gestione del sistema scolastico e nella guida di organizzazioni complesse. Giornalista pubblicista e insignita dell’Onorificenza di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, Sabatini incarna una visione del servizio pubblico fondata su responsabilità, competenza e dedizione.
Accanto a lei, nella vita privata, il Generale Enzo Bernardini – già Vice Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri e oggi Consigliere di Stato – condivide lo stesso orizzonte valoriale, fatto di impegno e fedeltà alle istituzioni. In questa intervista, Sabatini riflette sul significato profondo del servire lo Stato, sul confronto con esperienze istituzionali diverse ma convergenti e sul messaggio da trasmettere alle nuove generazioni.
Domanda. Direttore Sabatini, come vive e interpreta il Suo ruolo di servitrice dello Stato alla guida dell’USR Lazio, anche alla luce dei valori istituzionali condivisi con Suo marito, il Generale Enzo Bernardini?
Sabatini. «Servire lo Stato, per me, non è mai stata una scelta professionale in senso stretto. Aver guidato per circa nove anni l’Ufficio Scolastico Regionale per il Molise e essere ora Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale per il Lazio significa farsi custode di un bene prezioso e fragile al tempo stesso: il futuro dei giovani ma anche la vita lavorativa dei nostri numerosissimi operatori. Questa regione ha una complessità organizzativa straordinaria, per numero di istituzioni scolastiche, di studenti, di famiglie che ci affidano le loro speranze, nonché di risorse finanziarie e personale scolastico amministrato, e ogni decisione che prendo porta con sé il peso e l’onore di quella responsabilità.
Vivere accanto a un uomo come mio marito, che ha dedicato la propria vita al servizio dello Stato, attraversando ogni grado della carriera da Ufficiale nei Carabinieri con rigore e dedizione, e che oggi siede al Consiglio di Stato portando con sé tutta quella profondità istituzionale, mi testimonia che il servizio alla comunità non conosce confini. Condividiamo, in casa, un modo di guardare al proprio ruolo: con umiltà verso le istituzioni che rappresentiamo, con fermezza nei valori che quelle istituzioni incarnano.
È un dialogo costante, che inevitabilmente influenza il mio modo di stare in questo incarico. I valori istituzionali non sono patrimonio privato di chi li coltiva: hanno senso solo se si traducono in esempio, in prassi quotidiana, in un modo riconoscibile di esercitare la funzione pubblica. È questa la responsabilità più silenziosa e più profonda di chi ha l’onore di rappresentare lo Stato.»
Domanda. In che misura il confronto con Suo marito, anch’egli impegnato in incarichi di vertice nelle istituzioni, ha contribuito a rafforzare il Suo senso del dovere e dell’etica pubblica?
Sabatini. «Il confronto con mio marito è una delle risorse più sicure della mia vita professionale. Si tratta di riconoscersi nei medesimi valori di fondo. Lui ha attraversato decenni di comando di asset importanti, portando sempre con sé un senso profondo dell’etica pubblica e di grande umanità verso i propri collaboratori.
Io ho costruito il mio percorso nell’istruzione e nelle scienze dell’amministrazione, affrontando la crisi pandemica, i contesti post-sisma, la governance di sistemi complessi e la gestione di tanto personale per cui cerco sempre di essere un riferimento anche personale. Percorsi diversi, ma animati dagli stessi valori.
Ciò che ci accomuna è la convinzione che chi occupa un ruolo istituzionale debba farlo al massimo delle sue capacità, senza lasciare spazio all’approssimazione. Il senso del dovere non è un peso che si porta forzatamente: è una scelta che si rinnova ogni mattina, nella consapevolezza che dietro ogni atto amministrativo, dietro ogni decisione, ci sono persone reali che ripongono la loro fiducia nelle istituzioni. Tradire quella fiducia sarebbe la forma più grave di mancanza verso chi ci ha affidato un mandato.
L’etica pubblica, in questo senso, è la sostanza stessa del servizio, il criterio con cui si misura ogni scelta. Significa anteporre l’interesse collettivo a quello personale e credo che solo chi lo vive altrettanto possa comprenderlo pienamente. È una disciplina interiore prima ancora che istituzionale, e si affina nel tempo, attraverso le esperienze difficili, quelle che mettono alla prova non solo le competenze ma le capacità di gestire situazioni complesse.
Ecco perché il confronto quotidiano con chi ha una grande esperienza e condivide questa visione è nutrimento. Quando le giornate diventano lunghe, quando le decisioni e le responsabilità pesano di più, il sapere che chi ti sta accanto conosce quel peso è una forma di sostegno irripetibile».
Domanda. Quale messaggio si sente di rivolgere ai giovani rispetto al significato di servire lo Stato, considerando le esperienze maturate sia nel Suo percorso sia in quello di Suo marito?
Sabatini. «Direi ai giovani che servire lo Stato è la forma più alta di libertà che si possa scegliere: paradossalmente, è nell’accettare un vincolo, quello del mandato pubblico, del dovere verso la collettività, che si trova la più piena realizzazione di sé. Così è stato e continua ad essere per noi.
Mio marito Enzo ha cominciato a sedici anni con l’ingresso alla Scuola Militare Nunziatella di Napoli quando ancora aveva tutto da costruire ed è arrivato ai massimi vertici della sua organizzazione. Io ho intrapreso il mio percorso attraverso l’esperienza accademica e poi, tappa dopo tappa, ho aggiunto competenze, responsabilità, visioni. Nessuno dei due ha percorso una strada senza ostacoli. Ma in quegli ostacoli abbiamo trovato il senso di ciò che facevamo.
Ai giovani dico: non abbiate paura della complessità. Non abbiate paura di un percorso che vi chiede di dare senza misurare il ritorno immediato. Le istituzioni sono fatte di persone, e le persone che vi entrano con integrità le migliorano. Ho fiducia nelle nuove generazioni: le vedo ogni giorno nelle scuole che coordino, curiose, capaci, desiderose di contare per qualcosa.
A loro chiedo solo di non sottrarsi alla responsabilità. Lo Stato ha bisogno di loro, esattamente come ha avuto bisogno di noi che quotidianamente cerchiamo di dare il nostro contributo. Questo è, per me, il significato più profondo del servizio pubblico».

