(AGENPARL) - Roma, 26 Ottobre 2026 - La Lista studentesca conquista oltre il 52% dei voti nelle elezioni parlamentari anticipate del 25 ottobre e, secondo le proiezioni, ottiene una maggioranza autonoma all’Assemblea nazionale. Aleksandar Vučić riconosce la sconfitta della propria coalizione dopo anni di predominio politico. La mobilitazione nata dalla tragedia di Novi Sad si trasforma in una forza di governo, ma la sfida più difficile comincia ora: ricostruire le istituzioni, affrontare la corruzione e definire il futuro della Serbia tra Unione europea, Russia, Cina e questione del Kosovo.
BELGRADO, 26 ottobre 2026 – La Serbia si risveglia davanti a un risultato politico che fino a pochi mesi fa sarebbe apparso difficilmente immaginabile. Il movimento nato nelle università e cresciuto attraverso quasi due anni di manifestazioni contro la corruzione e la gestione del potere ha vinto le elezioni parlamentari anticipate del 25 ottobre, infliggendo la più grave sconfitta politica ad Aleksandar Vučić dall’inizio della sua lunga stagione di predominio sulla vita pubblica serba. Secondo i risultati ufficiali parziali diffusi dalla Commissione elettorale repubblicana (RIK) nella mattinata di lunedì, la Lista studentesca ha ottenuto il 52,54% dei voti, pari a 2.211.400 preferenze, contro il 39,29% e 1.653.868 voti della lista «Aleksandar Vučić – Serbia Unita». I dati si riferiscono a 8.077 seggi scrutinati su 8.392 e non costituiscono ancora il risultato definitivo. Le proiezioni dell’istituto CeSID indicano tuttavia una maggioranza parlamentare autonoma per gli studenti, con circa 140 deputati sui 250 dell’Assemblea nazionale.
La portata della vittoria è stata riconosciuta dallo stesso Vučić già nella serata di domenica. Il presidente serbo ha ammesso pubblicamente che la propria coalizione aveva perso le elezioni e che la Lista studentesca avrebbe conquistato un numero di seggi sufficiente a governare. È un passaggio politico rilevante, soprattutto alla luce delle tensioni che hanno accompagnato la campagna elettorale e dei timori di una contestazione del risultato. Il riconoscimento della sconfitta da parte del principale protagonista del sistema politico serbo non equivale però a un trasferimento immediato del potere: le elezioni hanno rinnovato il Parlamento, mentre la presidenza della Repubblica resta una carica distinta, disciplinata da proprie regole costituzionali. Saranno la proclamazione definitiva dei risultati, l’insediamento della nuova Assemblea e la formazione del governo a determinare i prossimi passaggi istituzionali.
La partecipazione ha contribuito a rendere ancora più significativo l’esito. Secondo i dati comunicati dalla RIK, alle urne si è recato il 68,78% degli aventi diritto, pari a oltre 4,2 milioni di elettori. Una mobilitazione di questa ampiezza mostra che il voto non è stato percepito come una normale competizione tra partiti, ma come una scelta sul futuro del sistema politico. Il successo della Lista studentesca non può essere spiegato soltanto attraverso il consenso raccolto nelle università: per ottenere più della metà dei voti, il movimento ha dovuto convincere una parte consistente della società serba, superando confini generazionali e appartenenze politiche consolidate.
La storia di questa vittoria comincia il 1° novembre 2024, quando il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad provocò la morte di 16 persone. La tragedia divenne rapidamente il simbolo di un problema percepito come molto più vasto: la mancanza di trasparenza negli appalti pubblici, l’insufficienza dei controlli, la difficoltà di individuare responsabilità amministrative e politiche e la sensazione che le istituzioni fossero incapaci di garantire una verifica indipendente delle proprie decisioni. Le proteste degli studenti nacquero dalla richiesta di verità e giustizia, ma finirono per coinvolgere una parte sempre più ampia della popolazione.
Nei mesi successivi, i blocchi universitari, le manifestazioni e le iniziative di protesta si trasformarono in una mobilitazione nazionale. Il movimento si distinse inizialmente per un’organizzazione decentrata e per la volontà di non identificarsi con i tradizionali partiti di opposizione. Questa caratteristica gli consentì di attirare cittadini che non si riconoscevano nelle forze politiche esistenti e che consideravano il problema della Serbia più profondo dell’alternanza tra singoli leader. Il centro della contestazione divenne il funzionamento delle istituzioni: indipendenza della magistratura, libertà dei mezzi di informazione, trasparenza della spesa pubblica e responsabilità di chi esercita il potere.
Il passaggio dalla protesta alla competizione elettorale ha rappresentato una svolta decisiva. Manifestare contro un sistema politico e costruire una lista capace di presentarsi agli elettori sono operazioni molto diverse. La prima richiede mobilitazione, credibilità e capacità di mantenere alta l’attenzione pubblica; la seconda impone di selezionare candidati, organizzare una campagna, definire priorità e convincere gli elettori che la denuncia possa tradursi in amministrazione dello Stato. La Lista studentesca è riuscita a compiere questo passaggio senza perdere il proprio carattere di alternativa al sistema esistente, raccogliendo intorno a sé anche professionisti e rappresentanti della società civile.
La vittoria del 25 ottobre dimostra che la richiesta di cambiamento ha superato la dimensione della protesta morale. Gli elettori non hanno soltanto espresso indignazione per Novi Sad o sfiducia verso il governo uscente: hanno affidato a una nuova forza politica la responsabilità di intervenire sulle strutture che, a loro giudizio, hanno reso possibili quelle criticità. È proprio qui che si colloca la difficoltà maggiore. Il consenso nato dalla domanda di legalità e trasparenza può diventare una risorsa decisiva per riformare le istituzioni, ma può anche trasformarsi rapidamente in delusione se i risultati concreti tarderanno ad arrivare.
Per comprendere la portata della sconfitta di Vučić occorre considerare la natura del potere costruito negli ultimi anni. Prima come primo ministro e successivamente come presidente della Repubblica, il leader del Partito progressista serbo (SNS) è diventato il riferimento centrale della politica nazionale. La sua forza non si è basata soltanto sui risultati elettorali, ma anche su una rete di influenza politica, amministrativa e mediatica che gli oppositori hanno ripetutamente accusato di ridurre gli spazi di competizione democratica. Il sistema ha mantenuto una notevole capacità di mobilitazione e un consenso significativo, ma le proteste studentesche ne hanno progressivamente messo in discussione la legittimità.
Il dato del 39,29% ottenuto dalla coalizione vicina a Vučić impone tuttavia una lettura prudente. Non siamo davanti alla scomparsa del suo elettorato né all’annullamento del peso politico dell’SNS. Oltre un milione e seicentomila voti rappresentano una base consistente, capace di esercitare un ruolo importante nell’opposizione e nella vita pubblica del Paese. La Serbia rimane politicamente divisa e il nuovo governo dovrà evitare di interpretare la maggioranza parlamentare come un mandato illimitato. La possibilità di consolidare il cambiamento dipenderà anche dal rispetto dei diritti delle forze sconfitte e dalla capacità di ricostruire regole condivise.
Le immagini delle celebrazioni a Belgrado e in altre città raccontano la forza emotiva di questo passaggio. Dopo mesi di manifestazioni, tensioni e scontri politici, una parte della popolazione ha percepito il risultato come la dimostrazione che la mobilitazione civile può modificare gli equilibri del potere attraverso il voto. È una conquista importante per la cultura democratica serba, ma il suo significato non può essere ridotto alla festa nelle piazze. Il cambiamento diventerà duraturo soltanto se sarà accompagnato da istituzioni capaci di funzionare indipendentemente da chi governa.
La prima prova sarà la formazione dell’esecutivo. Una maggioranza parlamentare autonoma, qualora confermata dai risultati definitivi, permetterebbe alla Lista studentesca di evitare negoziati obbligati con le forze tradizionali. Ma non eliminerebbe le difficoltà interne. Un movimento che ha raccolto persone con orientamenti differenti attorno alla richiesta di riforme dovrà ora decidere come affrontare questioni economiche, sociali e internazionali sulle quali potrebbero emergere divergenze. La capacità di mantenere coesa una maggioranza dipenderà dalla definizione di un programma sufficientemente chiaro e dalla scelta di una squadra di governo credibile.
Le priorità istituzionali sono relativamente riconoscibili: rafforzamento dell’indipendenza della magistratura, maggiore trasparenza negli appalti, tutela del pluralismo dell’informazione, revisione dei meccanismi di controllo amministrativo e accertamento delle responsabilità connesse alla tragedia di Novi Sad. La difficoltà consisterà nel trasformare questi obiettivi in riforme applicabili, senza sostituire semplicemente un gruppo dirigente con un altro. La credibilità del nuovo corso dipenderà soprattutto dalla capacità di introdurre regole che valgano anche per chi oggi ha vinto.
Il cambiamento serbo avrà però conseguenze che vanno ben oltre la politica interna. Il Paese occupa una posizione strategica nei Balcani occidentali e ha costruito negli anni una politica estera caratterizzata da rapporti simultanei con l’Unione europea, la Russia e la Cina. Questa capacità di dialogare con interlocutori concorrenti ha consentito a Belgrado di ottenere margini di manovra economici e diplomatici, ma ha anche alimentato ambiguità sulla direzione strategica del Paese. La sconfitta della maggioranza uscente apre quindi interrogativi che non possono essere risolti automaticamente attraverso il risultato elettorale.
Era proprio questa la questione al centro dell’approfondimento pubblicato da Agenparl il 25 ottobre, «Serbia al voto, la sfida a Vučić mette alla prova gli equilibri tra Europa e Russia». Prima dell’apertura delle urne avevamo evidenziato come la competizione parlamentare riguardasse non soltanto la tenuta del sistema politico serbo, ma anche il futuro dei rapporti con Bruxelles, Mosca e Pechino, la questione del Kosovo e gli interessi energetici del Paese. La vittoria della Lista studentesca trasforma ora quelle ipotesi in problemi di governo: chi ha chiesto un cambiamento delle istituzioni dovrà decidere quali elementi della politica estera precedente conservare e quali modificare.
L’Unione europea rappresenta il primo interlocutore. La Serbia è un Paese candidato all’adesione e la prospettiva europea continua a essere uno dei principali riferimenti per la modernizzazione economica e istituzionale. Bruxelles ha accolto favorevolmente il risultato elettorale, manifestando disponibilità a sostenere riforme sullo Stato di diritto, sulla libertà dei media e sul contrasto alla corruzione. Il successo di una forza nata dalla mobilitazione civile può offrire nuove opportunità al processo di integrazione, soprattutto se il futuro governo riuscirà a dimostrare progressi concreti nei settori sui quali l’Unione ha espresso maggiori preoccupazioni.
Sarebbe tuttavia sbagliato interpretare la vittoria degli studenti come un’adesione automatica a tutte le posizioni dell’Unione europea. Il movimento ha costruito il proprio consenso principalmente attorno a questioni interne e non a una scelta geopolitica univoca. Tra i suoi sostenitori convivono orientamenti diversi sul rapporto con Bruxelles, sulla sovranità nazionale e sulle relazioni con le altre potenze. La nuova maggioranza potrebbe rafforzare il percorso europeo senza accettare immediatamente tutte le richieste politiche avanzate dalle istituzioni comunitarie.
La questione del Kosovo rappresenta il nodo più delicato. Per Belgrado, il territorio continua ad avere un valore politico, storico e identitario che attraversa gran parte dello spettro politico nazionale. Il mancato riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo non è una posizione esclusiva di Vučić e non può essere considerato destinato a cambiare per effetto della vittoria studentesca. Qualunque governo serbo dovrà confrontarsi con la necessità di ridurre le tensioni, garantire la sicurezza delle comunità interessate e gestire il dialogo con Pristina, senza sottovalutare il peso che il tema conserva nell’opinione pubblica.
Per l’Unione europea, la normalizzazione delle relazioni tra Serbia e Kosovo resta un elemento centrale della stabilità regionale e del processo di integrazione. Un governo più impegnato sullo Stato di diritto potrebbe migliorare il clima politico dei negoziati, ma non per questo sarebbe automaticamente disposto a concessioni considerate incompatibili con gli interessi nazionali. La differenza potrebbe manifestarsi soprattutto nel metodo: maggiore trasparenza, maggiore coinvolgimento delle istituzioni e un approccio meno personalizzato alla diplomazia. Anche questa, tuttavia, è una possibilità da verificare nelle decisioni concrete.
Il rapporto con la Russia costituisce un’altra prova decisiva. Mosca ha mantenuto legami storici, politici ed energetici con Belgrado, sostenendo inoltre la posizione serba sul Kosovo nelle sedi internazionali. La Serbia non ha aderito integralmente al regime di sanzioni occidentali contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina, scelta che ha contribuito ad alimentare le tensioni con Bruxelles. Un eventuale riavvicinamento alle posizioni europee potrebbe modificare questo equilibrio, ma comporterebbe costi politici ed economici che il nuovo governo dovrebbe valutare con attenzione.
L’energia rende il problema particolarmente concreto. La Serbia ha dovuto affrontare negli ultimi anni la questione delle partecipazioni russe nel settore petrolifero e le conseguenze delle sanzioni americane che hanno interessato la società NIS. Le discussioni sul futuro degli asset energetici, sulle possibili operazioni societarie e sulla diversificazione delle forniture non possono essere affrontate esclusivamente come una scelta ideologica tra Oriente e Occidente. Riguardano la sicurezza degli approvvigionamenti, i prezzi per famiglie e imprese, gli investimenti necessari e la continuità del sistema produttivo.
Per la nuova maggioranza, il dossier energetico potrebbe diventare uno dei primi punti nei quali la promessa di cambiamento incontrerà i limiti della realtà economica. Ridurre le vulnerabilità derivanti dalla dipendenza da un singolo fornitore è un obiettivo coerente con una maggiore autonomia nazionale, ma richiede infrastrutture, accordi commerciali e risorse finanziarie. Un governo che intenda rafforzare i rapporti con Bruxelles dovrà dimostrare di saper collegare le scelte geopolitiche a soluzioni sostenibili per i cittadini.
Anche la Cina osserva con interesse l’evoluzione politica serba. Negli anni di Vučić, Pechino ha rafforzato la propria presenza attraverso investimenti industriali, infrastrutturali e tecnologici, inserendo la Serbia in una rete di relazioni economiche rilevante per la sua proiezione nei Balcani. Il cambiamento di maggioranza potrebbe portare a una revisione delle modalità con cui vengono negoziati e controllati alcuni progetti, soprattutto in relazione alla trasparenza degli accordi, all’impatto ambientale e alle condizioni economiche.
Non è però scontato che il nuovo governo voglia ridimensionare drasticamente i rapporti con Pechino. Gli investimenti cinesi rappresentano una componente importante dell’economia serba e la loro eventuale revisione richiederebbe valutazioni caso per caso. La differenza più significativa potrebbe riguardare le procedure decisionali: pubblicità dei contratti, controlli indipendenti, rispetto degli standard ambientali e maggiore attenzione alla sostenibilità finanziaria. Sarebbe un cambiamento nel modo di gestire gli investimenti, non necessariamente una scelta di esclusione della Cina.
Gli Stati Uniti costituiscono un altro interlocutore inevitabile. Washington ha un interesse diretto alla stabilità dei Balcani occidentali, al contenimento delle tensioni regionali e alla riduzione delle vulnerabilità energetiche. La sconfitta della coalizione di Vučić potrebbe aprire una fase di ridefinizione dei rapporti, ma la politica americana verso la Serbia non dipende soltanto dall’identità del governo di Belgrado. Il Kosovo, la sicurezza regionale, le relazioni con la Russia e la presenza economica cinese continueranno a influenzare le scelte statunitensi.
È possibile, quindi, che la Serbia del dopo-Vučić mantenga una parte significativa della tradizionale politica di equilibrio tra potenze. La differenza non consisterebbe necessariamente nell’abbandonare ogni relazione con Mosca o Pechino, ma nel rendere più prevedibile e trasparente la propria collocazione internazionale. Una Serbia più vicina agli standard democratici europei potrebbe conservare rapporti economici diversificati, purché compatibili con gli obblighi e gli obiettivi che deciderà di assumere.
La dimensione regionale merita un’attenzione altrettanto importante. La Serbia esercita un’influenza politica e culturale significativa nei Balcani occidentali, e ogni trasformazione del suo sistema di governo viene osservata con interesse nei Paesi vicini. I rapporti con la Bosnia-Erzegovina, il Montenegro e gli altri Stati dell’area dipendono anche dalla capacità di Belgrado di evitare una politica fondata sulle tensioni identitarie e di privilegiare cooperazione economica e stabilità istituzionale. Un nuovo governo potrebbe aprire spazi di dialogo, ma non cancellerebbe automaticamente controversie radicate nella storia recente della regione.
Sul piano interno, la prova economica sarà immediata. Il nuovo esecutivo erediterà aspettative elevate in materia di occupazione, salari, servizi pubblici e qualità dell’amministrazione. La lotta alla corruzione può migliorare nel tempo il contesto degli investimenti e l’efficienza della spesa, ma i suoi benefici non sono necessariamente immediati. I cittadini che hanno sostenuto il movimento studentesco chiederanno risultati visibili, e il governo dovrà evitare che la complessità delle riforme diventi un alibi per rinviare indefinitamente gli interventi promessi.
Particolarmente delicato sarà il rapporto tra la nuova classe dirigente e le strutture dello Stato. Le istituzioni non si trasformano soltanto attraverso il ricambio dei vertici politici. Magistratura, amministrazioni, autorità di controllo, imprese pubbliche e mezzi di informazione sono organizzazioni complesse, nelle quali eventuali riforme devono rispettare procedure, competenze e garanzie. La sfida sarà evitare che la necessaria revisione dei meccanismi di potere venga interpretata o utilizzata come una semplice sostituzione di fedeltà personali.
Esiste poi una questione politica che riguarda direttamente l’identità del movimento. La sua forza è derivata anche dal rifiuto delle logiche tradizionali della competizione partitica e dalla capacità di presentarsi come espressione di una domanda collettiva di responsabilità. Governare comporta però inevitabilmente compromessi, priorità e decisioni impopolari. La Lista studentesca dovrà trovare un equilibrio tra la partecipazione dal basso, che ne ha costruito la credibilità, e la necessità di assumere decisioni attraverso istituzioni rappresentative. È una trasformazione che potrebbe mettere alla prova la coesione interna più di quanto abbia fatto la campagna elettorale.
Anche il futuro del campo politico vicino a Vučić rimane aperto. Il riconoscimento della sconfitta costituisce un passaggio importante, ma non chiarisce ancora come il presidente e l’SNS intendano esercitare il proprio ruolo nei nuovi equilibri. La presenza di una forte opposizione parlamentare potrebbe contribuire al confronto democratico, oppure alimentare una stagione di conflittualità permanente. Molto dipenderà dal rispetto delle regole istituzionali e dalla disponibilità delle diverse forze politiche ad accettare che l’alternanza di governo non debba trasformarsi in una crisi dello Stato.
La vittoria degli studenti serbi assume infine un significato che supera i confini nazionali. In una fase nella quale molti sistemi politici europei sono attraversati da sfiducia verso le istituzioni e crescente polarizzazione, il caso serbo mostra come una mobilitazione civile possa trasformarsi in partecipazione elettorale e produrre un cambiamento attraverso strumenti democratici. Sarebbe però prematuro farne un modello universale. Le condizioni che hanno portato alla sconfitta di Vučić sono specifiche della storia politica serba, della tragedia di Novi Sad e del rapporto tra società civile e istituzioni.
Il punto decisivo è che il voto del 25 ottobre non conclude il processo avviato dagli studenti: ne inaugura una fase più difficile. Fino a ieri il movimento poteva misurare il proprio successo nella capacità di mobilitare cittadini e denunciare gli abusi del potere. Da oggi sarà giudicato anche sulla qualità delle leggi, sulla gestione delle risorse pubbliche, sull’indipendenza delle istituzioni e sulla capacità di garantire stabilità economica e diplomatica.
La Serbia ha espresso una domanda di cambiamento sufficientemente forte da rovesciare una maggioranza che per anni era sembrata difficilmente battibile. La nuova classe dirigente dovrà dimostrare che quella domanda può tradursi in un sistema politico più aperto, senza compromettere la sicurezza e gli interessi del Paese. Tra Bruxelles, Mosca e Pechino, con il Kosovo ancora al centro delle tensioni regionali, il margine per gli errori sarà limitato.
La vittoria della Lista studentesca segna dunque la fine di una fase del predominio politico di Vučić, ma non risolve da sola le contraddizioni della Serbia. La prova più importante non sarà dimostrare di aver saputo conquistare il potere, bensì costruire istituzioni capaci di funzionare anche quando a governare saranno altri. È su questo terreno, molto più che nelle celebrazioni di Belgrado, che si misurerà il significato storico del voto.
