(AGENPARL) - Roma, 10 Ottobre 2026 - I parlamentari chiedono nuove votazioni per i vertici della Camera e una seduta a Tripoli. Roma e Il Cairo ribadiscono la necessità di una soluzione inclusiva, mentre restano le divergenze sul percorso elettorale e sull’intesa del mini-comitato 4+4
La crisi politica libica resta segnata dalle divisioni tra le istituzioni e dalle difficoltà di definire un percorso condiviso verso le elezioni. Dodici deputati della regione occidentale hanno contestato la nuova presidenza della Camera dei rappresentanti, chiedendo di trasferire i lavori parlamentari a Tripoli e di procedere a una nuova elezione dei vertici. Sul piano diplomatico, Italia ed Egitto hanno ribadito la necessità di una soluzione politica inclusiva, mentre continua il confronto sulle condizioni istituzionali e giuridiche per arrivare al voto.
I due sviluppi si inseriscono in un quadro di persistente frammentazione politica, nel quale la legittimità delle decisioni istituzionali e la definizione delle regole elettorali rimangono questioni aperte. Non risultano tuttavia elementi che dimostrino un collegamento diretto tra la protesta dei parlamentari e le consultazioni diplomatiche svolte a Roma.
La contestazione della nuova presidenza
I dodici deputati chiedono che le sedute della Camera si svolgano a Tripoli e che siano rieletti il presidente e gli altri componenti della direzione parlamentare. Nella loro dichiarazione denunciano presunte pressioni militari e politiche sulle decisioni dell’assemblea e sostengono che le istituzioni militari e di sicurezza debbano proteggere il Paese e le sue istituzioni, senza condizionare le scelte politiche.
La contestazione arriva dopo l’elezione, il 6 ottobre, di Al-Salheen Abdulnabi alla presidenza della Camera, in sostituzione di Aguila Saleh, rimasto alla guida dell’assemblea per circa dodici anni. Il giorno precedente, 98 deputati avevano approvato una modifica del regolamento parlamentare che introduce una presidenza a rotazione, con mandati della durata di dodici mesi.
Il deputato Ali Abu Zriba, eletto nella circoscrizione di Al-Zawiya, ha dichiarato di non riconoscere la nuova direzione e ha invitato i colleghi a partecipare a una seduta a Tripoli nella settimana successiva. Altri parlamentari contestatori hanno accusato il comando generale delle forze guidate da Khalifa Haftar di aver condizionato l’elezione dei nuovi vertici. Secondo la loro ricostruzione, il voto non avrebbe riguardato regolarmente tutte le cariche della presidenza.
Le accuse restano attribuibili ai deputati che contestano il procedimento e non risultano accertate in modo indipendente. I firmatari sostengono che la convocazione a Tripoli servirebbe a garantire condizioni di maggiore trasparenza e libertà di voto, evitando che la scelta dei vertici parlamentari sia influenzata da pressioni esterne all’assemblea.
Oltre alla richiesta di nuove votazioni, i deputati sollecitano elezioni presidenziali e legislative nel più breve tempo possibile e chiedono il rispetto dell’indipendenza della magistratura. La loro iniziativa apre quindi un nuovo fronte di contestazione interna, ma non equivale, allo stato attuale, alla costituzione formale di una presidenza alternativa.
La posizione delle Nazioni Unite
L’8 ottobre la Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) ha preso atto dell’elezione di Abdulnabi e della nuova direzione della Camera. La missione ha riferito che alla seduta del 5 ottobre avevano partecipato almeno 102 membri e che il giorno successivo almeno 111 deputati erano presenti alle votazioni per la nuova presidenza.
L’UNSMIL ha confermato l’intenzione di lavorare con la nuova leadership e con tutti i membri della Camera per portare avanti la tabella di marcia politica facilitata dalle Nazioni Unite. Gli obiettivi indicati comprendono l’unificazione delle istituzioni, l’attuazione delle riforme necessarie e lo svolgimento delle elezioni entro il periodo previsto dall’accordo raggiunto il 30 agosto nell’ambito del cosiddetto mini-comitato 4+4.
La presa d’atto dell’ONU documenta il riconoscimento dell’esito della votazione da parte della missione, ma non risolve le contestazioni interne sulle procedure seguite. La richiesta dei dodici deputati mostra che il cambio al vertice non ha chiuso il confronto sulla legittimità delle decisioni parlamentari e sulle condizioni in cui i rappresentanti possono esercitare il proprio mandato.
Italia ed Egitto rilanciano il dialogo
In parallelo, Italia ed Egitto hanno tenuto a Roma, il 6 ottobre, una nuova tornata di consultazioni sulle prospettive della crisi libica. All’incontro hanno partecipato Basel Salah, responsabile aggiunto del ministero degli Esteri egiziano per il dossier libico, e Maurizio Greganti per la parte italiana. Il resoconto dell’agenzia libica LANA è stato pubblicato il giorno successivo.
I due Paesi hanno ribadito la necessità di una soluzione politica complessiva e sostenibile, sottolineando che gli sforzi regionali e internazionali devono includere tutte le componenti rilevanti del panorama libico, evitando l’emarginazione o l’esclusione di una parte. Le consultazioni si inseriscono nel meccanismo periodico di confronto tra Roma e Il Cairo sul dossier, la cui precedente sessione si era svolta a gennaio nella capitale egiziana.
Le parti hanno inoltre insistito sul coordinamento delle iniziative regionali e internazionali, espresso contrarietà alle interferenze straniere negli affari interni della Libia e concordato sulla necessità che tutti i mercenari lascino il territorio libico. Nel resoconto è stato richiamato anche il rispetto del diritto internazionale in materia di delimitazione delle frontiere marittime.
Per l’Italia, la stabilità libica è legata direttamente agli equilibri del Mediterraneo centrale e ai dossier della sicurezza, delle migrazioni e della cooperazione economica. Per l’Egitto, la prossimità geografica e le ricadute regionali della crisi rendono la Libia una questione strategica. Il coordinamento tra Roma e Il Cairo punta dunque a sostenere una soluzione politica che coinvolga le diverse componenti libiche.
Il comunicato sulle consultazioni, tuttavia, non annuncia una nuova intesa sul mini-comitato 4+4 né indica misure operative specifiche per superare le divergenze tra le istituzioni libiche. L’appello all’inclusività va quindi letto come una riaffermazione della linea diplomatica dei due Paesi, non come la prova di una svolta nel negoziato.
Il nodo del mini-comitato 4+4
Il percorso elettorale resta uno dei principali punti di attrito tra le istituzioni. Il 30 agosto, sotto l’egida delle Nazioni Unite, era stato firmato un accordo nell’ambito del mini-comitato 4+4, formato da rappresentanti dei principali schieramenti libici. L’intesa riguarda i primi due passaggi della tabella di marcia dell’UNSMIL: la ricostituzione del consiglio dei commissari dell’Alta commissione elettorale nazionale e la risoluzione delle questioni ancora aperte nel quadro costituzionale e giuridico per le elezioni presidenziali e legislative.
L’accordo contempla modifiche al quadro elettorale, comprese disposizioni per lo svolgimento delle elezioni sotto un’unica autorità esecutiva, e prevede l’impegno a lavorare per arrivare al voto entro un periodo non superiore a 24 mesi. Il testo stabilisce inoltre un percorso per l’approvazione nazionale da parte della Camera dei rappresentanti e dell’Alto Consiglio di Stato e un meccanismo di monitoraggio dell’attuazione.
La firma, però, non ha chiuso il confronto sulla validità e sull’applicazione delle misure previste. Il 29 settembre l’Alto Consiglio di Stato ha dichiarato incostituzionale la legge n. 4 del 2026, relativa a modifiche della normativa sull’elezione del capo dello Stato. Il Consiglio ha sostenuto che le regole elettorali devono essere definite attraverso un processo istituzionale chiaro e condiviso, in modo da evitare che le modifiche legislative diventino a loro volta una nuova fonte di contesa.
Nella stessa presa di posizione, l’Alto Consiglio di Stato ha precisato che l’accordo raggiunto dal mini-comitato 4+4 il 30 agosto costituisce un’intesa politica che deve ancora completare le procedure istituzionali e giuridiche necessarie. La distinzione è importante: l’accordo tra i rappresentanti politici segna un passaggio del processo negoziale, ma non equivale automaticamente alla piena entrata in vigore di tutte le misure previste.
Il disaccordo riguarda quindi sia il contenuto delle modifiche elettorali sia il procedimento attraverso cui renderle applicabili. Senza un consenso tra le istituzioni chiamate a intervenire, anche un’intesa raggiunta in sede negoziale rischia di incontrare ostacoli nella fase di attuazione.
Un percorso ancora senza consenso condiviso
La contestazione della presidenza parlamentare e il confronto sul 4+4 sono due questioni distinte, ma si collocano nello stesso contesto di divisione istituzionale. Da un lato, una parte dei deputati mette in discussione la regolarità del cambio al vertice della Camera; dall’altro, resta aperto il dissenso sulle procedure e sulle basi giuridiche necessarie per organizzare le elezioni.
Le consultazioni tra Italia ed Egitto confermano l’interesse dei due Paesi a sostenere un percorso inclusivo, ma non producono, da sole, un accordo tra gli attori libici. Il ruolo della diplomazia rimane quello di favorire il coordinamento e mantenere aperti i canali politici, mentre la responsabilità di raggiungere un’intesa sulle regole elettorali ricade sulle istituzioni e sulle forze libiche coinvolte.
Al momento, né la protesta dei dodici deputati né il confronto diplomatico annunciano una soluzione immediata. Il nodo centrale resta la capacità di costruire un accordo sufficientemente condiviso sulle procedure, sulle istituzioni e sulle condizioni necessarie per arrivare al voto, evitando che le divergenze sulla legittimità delle decisioni finiscano per prolungare ulteriormente la fase di transizione.
