(AGENPARL) - Roma, 13 Agosto 2026 - Il Sudafrica chiede ai Paesi di origine dei migranti di contribuire ai costi sostenuti per i rimpatri dopo mesi di forti tensioni migratorie. Pretoria ha quantificato in circa 18 milioni di dollari le spese legate al trasferimento di migliaia di cittadini stranieri e ha avviato interlocuzioni con Malawi, Etiopia e Nigeria per ottenere un rimborso.
La vicenda rischia ora di trasformarsi da emergenza interna in un delicato dossier diplomatico africano, mentre i governi coinvolti discutono non soltanto di chi debba sostenere economicamente le operazioni, ma anche della sicurezza dei migranti e delle responsabilità degli Stati nella gestione dei flussi regionali.
Un conto da 18 milioni di dollari
La cifra è stata indicata dal Ministero degli Interni sudafricano durante un briefing parlamentare. Secondo il direttore generale Tommy Makhode, le operazioni hanno prodotto costi per circa 18 milioni di dollari comprendendo trasporti, sistemazioni temporanee, personale e altre spese logistiche necessarie per gestire un movimento di persone definito eccezionale.
Makhode ha descritto tali costi come “imprevisti e inevitabili”, spiegando che una parte considerevole delle spese è stata inizialmente sostenuta dalle amministrazioni locali.
Queste ultime chiederebbero adesso al governo centrale di essere compensate. Il problema è che, secondo quanto riferito dal funzionario, nel bilancio del Ministero degli Interni non sarebbero disponibili risorse sufficienti per coprire integralmente gli esborsi.
Pretoria ha quindi deciso di rivolgersi direttamente ad alcuni dei Paesi di provenienza.
Il Ministero degli Esteri sudafricano ha dichiarato di avere scritto ai governi di Malawi, Etiopia e Nigeria, chiedendo che partecipino al pagamento delle operazioni effettuate per riportare i loro cittadini nei rispettivi Paesi.
La richiesta apre un fronte diplomatico
La proposta sudafricana ha però provocato reazioni e interrogativi.
In Malawi, la stampa ha descritto la richiesta come potenzialmente capace di alimentare una nuova controversia diplomatica. Al centro delle critiche non c’è soltanto il denaro: vengono sollevate anche questioni riguardanti il trattamento dei migranti in Sudafrica e le modalità con cui sono state organizzate le partenze.
Più cauta la prima reazione attribuita alla Nigeria. Il Ministero degli Esteri nigeriano ha riferito alla BBC di non aver ricevuto una richiesta formale di rimborso, dichiarandosi comunque disponibile ad affrontare la questione attraverso interlocuzioni governative ad alto livello.
Si profila quindi un negoziato tutt’altro che semplice. Pretoria considera le spese conseguenza di un’emergenza che ha coinvolto cittadini stranieri; i Paesi di origine potrebbero invece contestare il principio secondo il quale dovrebbero automaticamente assumersi i costi sostenuti dal Sudafrica sul proprio territorio.
Il Malawi chiude il programma di rimpatrio finanziato dallo Stato
Parallelamente, il Malawi ha annunciato la conclusione del proprio programma governativo per il rientro dei cittadini dal Sudafrica.
Secondo il Dipartimento per la Gestione delle Catastrofi del Malawi (DoDMA), oltre 56.000 persone sarebbero state rimpatriate dall’inizio dell’operazione a giugno, tra cui circa 4.000 bambini.
Il costo complessivo sostenuto dal governo malawiano sarebbe stato di circa 7 milioni di dollari.
L’ultimo gruppo dovrebbe essere accolto nel centro allestito presso lo stadio di Mwanza, dopo di che la struttura sarà smantellata.
Questo non significa che Lilongwe interromperà ogni assistenza ai propri cittadini presenti in Sudafrica. Continueranno i servizi consolari e potranno essere forniti documenti di viaggio d’emergenza a chi desidera rientrare. Non sarà però più garantito dal governo il finanziamento del trasporto.
Decine di migliaia di partenze
La dimensione esatta dell’esodo resta oggetto di valutazioni differenti.
Il governo sudafricano ha stimato circa 82.000 tra deportazioni e rimpatri volontari nel corso dell’anno, mentre le cifre provenienti dai Paesi vicini suggerirebbero numeri complessivi sensibilmente superiori.
Le discrepanze possono dipendere anche dalle differenti modalità di conteggio: espulsioni effettuate direttamente dalle autorità, partenze volontarie, programmi organizzati dai Paesi di origine e movimenti non registrati possono produrre statistiche difficili da confrontare.
Il dato malawiano, tuttavia, offre un’indicazione della portata del fenomeno: oltre 56.000 rimpatri dichiarati da un solo Paese nell’arco di pochi mesi.
Le tensioni contro gli immigrati
Dietro l’emergenza si trova un problema molto più profondo. Il Sudafrica è attraversato da tempo da forti tensioni sociali legate all’immigrazione, alimentate dalla disoccupazione, dalla povertà, dalla criminalità e dalla competizione percepita per servizi pubblici e opportunità lavorative.
In alcune comunità sono emersi movimenti che accusano gli stranieri di sottrarre posti di lavoro ai sudafricani e di contribuire all’insicurezza. Tali accuse hanno favorito episodi di intimidazione e violenza contro immigrati provenienti da altri Paesi africani.
È però importante distinguere le accuse politiche e sociali dai fatti accertati: l’attribuzione generalizzata della criminalità o della perdita di posti di lavoro ai migranti resta una questione controversa e non può essere automaticamente estesa all’intera popolazione straniera.
Particolarmente preoccupante è stata l’emersione di gruppi intenzionati a esercitare direttamente pressioni sugli immigrati, minacciando azioni qualora le autorità non fossero intervenute.
È proprio questo clima ad avere contribuito alla decisione di numerosi stranieri di lasciare il Paese attraverso programmi di rimpatrio volontario.
Il confronto arriva all’Unione Africana
Le tensioni hanno ormai superato i confini sudafricani.
Alla fine di luglio, il Ghana aveva cercato di portare davanti all’Unione Africana la questione della violenza contro gli immigrati e della xenofobia in Sudafrica.
Pretoria si è opposta all’impostazione proposta da Accra, chiedendo invece che la discussione venisse ampliata alla gestione complessiva della migrazione nel continente africano.
È un passaggio politicamente significativo. Il governo sudafricano non vuole che il problema venga interpretato esclusivamente come una questione di xenofobia interna, ma intende inserirlo nel contesto più ampio dei movimenti migratori regionali, delle frontiere e delle responsabilità condivise tra gli Stati.
Chi deve pagare per i rimpatri?
Il contenzioso sui 18 milioni di dollari porta così alla luce un interrogativo destinato a diventare sempre più rilevante: chi deve sostenere economicamente il rimpatrio di grandi quantità di migranti?
Dal punto di vista di Pretoria, l’attuale sistema ha imposto costi straordinari alle amministrazioni sudafricane per cittadini appartenenti ad altri Stati.
Per Malawi, Etiopia e Nigeria, tuttavia, accettare il principio del rimborso potrebbe creare un precedente finanziario e diplomatico rilevante, soprattutto in un continente caratterizzato da importanti movimenti migratori transfrontalieri.
La questione riguarda inoltre la distinzione tra deportazioni ordinate dallo Stato ospitante e rimpatri volontari organizzati in collaborazione con i governi di origine.
Il fatto che il Malawi abbia dichiarato di avere già speso circa 7 milioni di dollari per riportare a casa i propri cittadini dimostra inoltre che i costi dell’emergenza sono distribuiti tra più governi, e non ricadono esclusivamente sul Sudafrica.
Una crisi che va oltre i 18 milioni
La disputa finanziaria rappresenta quindi soltanto una parte di un problema più vasto.
Pretoria deve contemporaneamente gestire la pressione sull’immigrazione irregolare, impedire episodi di violenza contro cittadini stranieri, rispondere alle preoccupazioni della popolazione locale e mantenere rapporti diplomatici stabili con gli altri governi africani.
I Paesi di origine, dal canto loro, devono assistere decine di migliaia di cittadini che rientrano improvvisamente e trovare risorse per trasporto, accoglienza e reinserimento.
La richiesta di rimborso da 18 milioni di dollari potrebbe dunque diventare un primo banco di prova per una discussione africana molto più ampia sulla gestione condivisa della migrazione. Se Malawi, Etiopia e Nigeria respingessero il conto presentato da Pretoria, il confronto potrebbe spostarsi dal piano amministrativo a quello diplomatico, aprendo un nuovo capitolo nelle già complesse relazioni migratorie dell’Africa australe.
