(AGENPARL) - Roma, 13 Agosto 2026 - La crisi dello Stretto di Hormuz continua a tenere sotto pressione il mercato energetico mondiale. Dopo mesi di tensioni, interruzioni dei flussi e negoziati senza una soluzione definitiva, il settore petrolifero si trova sospeso tra due scenari radicalmente differenti: da una parte la possibilità di un’intesa tra Stati Uniti e Iran capace di favorire la normalizzazione dei traffici; dall’altra, il rischio che il prolungamento delle restrizioni trasformi la scarsità attuale in una vera crisi dell’offerta.
Il punto centrale non riguarda più soltanto le oscillazioni quotidiane del Brent. La questione decisiva è rappresentata dalla progressiva erosione delle scorte e, soprattutto, dalla crescente scarsità di prodotti raffinati come diesel, gasolio e carburante per aerei. Se il traffico attraverso Hormuz dovesse rimanere fortemente limitato ancora per diverse settimane, alcuni analisti ritengono possibile un passaggio verso una fase molto più critica, nella quale il prezzo del greggio potrebbe spingersi nell’area dei 120-140 dollari al barile.
Hormuz, lo stallo che condiziona il mercato mondiale
Da mesi gli operatori devono confrontarsi con una contraddizione fondamentale. I prezzi dei futures reagiscono rapidamente a ogni indiscrezione relativa ai negoziati tra Washington e Teheran, mentre il mercato fisico deve fare i conti con una realtà più difficile: volumi limitati, scorte in diminuzione e crescenti difficoltà nella disponibilità di alcuni carburanti.
Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei punti strategici più importanti del sistema energetico mondiale. Una prolungata riduzione del traffico attraverso questo passaggio non produce quindi soltanto conseguenze regionali, ma può propagarsi lungo l’intera catena globale del petrolio, dalle raffinerie fino ai mercati dei carburanti.
Il traffico nell’area è sceso ai minimi degli ultimi due mesi, mentre Stati Uniti e Iran continuano a fornire versioni contrastanti sulla situazione e sul controllo dello Stretto.
All’inizio della settimana Teheran ha sostenuto che Hormuz sarebbe rimasto chiuso fino al soddisfacimento delle proprie condizioni. Il presidente statunitense Donald Trump, al contrario, ha dichiarato che gli Stati Uniti avrebbero il “controllo totale” dello Stretto.
Questa contrapposizione continua ad alimentare una volatilità estrema.
Il Brent sopra gli 89 dollari, ma il problema è più profondo
Nelle prime ore di mercoledì il Brent ha superato gli 89 dollari al barile, sostenuto dall’incertezza sulla possibilità di una rapida normalizzazione dei flussi.
Successivamente i timori che prezzi elevati dell’energia e una crisi prolungata possano danneggiare la domanda mondiale hanno esercitato una pressione opposta sulle quotazioni.
È proprio questa alternanza a spiegare perché il prezzo del greggio non rifletta ancora completamente la gravità delle tensioni osservate sul mercato fisico.
Durante i primi mesi della crisi, infatti, diversi fattori hanno contribuito ad assorbire lo shock: le basse importazioni cinesi nel secondo trimestre, il ricorso alle riserve strategiche e l’elevata quantità di petrolio già presente sulle navi all’inizio delle ostilità.
Questi ammortizzatori, tuttavia, non sono illimitati.
La Cina, dopo aver mantenuto le importazioni su livelli eccezionalmente bassi tra maggio e giugno, ha inoltre ricominciato ad aumentare gli acquisti. Se questa tendenza dovesse consolidarsi proprio mentre le disponibilità mondiali continuano a diminuire, la pressione sul mercato potrebbe intensificarsi.
Il vero allarme arriva da diesel e carburante per aerei
La parte più delicata della crisi potrebbe non trovarsi direttamente nel mercato del greggio, ma in quello dei prodotti raffinati.
Le interruzioni delle attività di raffinazione in Medio Oriente e Russia hanno ridotto l’offerta di diesel, gasolio e jet fuel, facendo aumentare in maniera eccezionale i margini delle raffinerie.
Ole Hansen, responsabile della strategia sulle materie prime di Saxo Bank, ha sottolineato come il mercato dei prodotti raffinati rimanga sensibilmente più ristretto rispetto a quello del greggio.
La distinzione è fondamentale. Avere petrolio disponibile non significa automaticamente avere abbastanza diesel o carburante per l’aviazione. Il greggio deve essere trasportato, lavorato nelle raffinerie e trasformato nei prodotti richiesti dall’economia. Quando uno di questi passaggi viene compromesso, possono svilupparsi carenze anche senza un esaurimento assoluto delle riserve petrolifere.
È proprio questa situazione che sta facendo aumentare i margini di raffinazione nel bacino atlantico.
L’IEA: lavorazione delle raffinerie molto inferiore al 2025
Anche l’International Energy Agency ha evidenziato la crescente tensione nella propria analisi mensile del mercato petrolifero.
Secondo i dati citati dall’agenzia, nonostante a luglio la lavorazione mondiale delle raffinerie sia aumentata di 1,8 milioni di barili al giorno rispetto al mese precedente, è rimasta quasi 5 milioni di barili al giorno sotto i livelli dell’anno precedente.
Il resto del sistema energetico mondiale, secondo l’IEA, non dispone attualmente della capacità sufficiente per compensare completamente questi colli di bottiglia.
Ancora più significativo è l’andamento del commercio internazionale dei prodotti petroliferi.
Sebbene le esportazioni statunitensi di carburante siano aumentate di circa 700.000 barili al giorno rispetto a luglio dell’anno precedente, il commercio mondiale via mare di prodotti petroliferi sarebbe diminuito di circa 3,8 milioni di barili al giorno, soprattutto a causa della contrazione delle esportazioni di gasolio e carburante per aerei provenienti dalla Russia e dal Medio Oriente.
Il risultato è un mercato nel quale la disponibilità di carburanti è diventata molto più problematica di quanto il solo prezzo del Brent potrebbe suggerire.
Le scorte rappresentano il vero conto alla rovescia
Il fattore da osservare nelle prossime settimane sarà quindi il livello delle scorte.
Fino a questo momento le riserve accumulate prima della crisi e i rilasci strategici hanno consentito al mercato di assorbire almeno parte della riduzione dell’offerta. Ma ogni settimana trascorsa senza una normalizzazione di Hormuz riduce questo cuscinetto.
L’IEA ritiene possibile un ritorno del mercato verso una condizione di surplus entro la fine dell’anno. Prima di arrivare a quel punto, tuttavia, esiste una finestra particolarmente delicata.
L’urgenza di ripristinare i traffici attraverso Hormuz cresce proprio perché le riserve precedentemente disponibili vengono progressivamente consumate.
Il rischio è quindi temporale: il mercato deve riuscire a superare i prossimi mesi senza che le scorte raggiungano livelli sufficientemente bassi da provocare una corsa all’approvvigionamento.
Il possibile punto di svolta tra settembre e ottobre
È qui che emerge lo scenario dei 120 dollari.
Kieran Tompkins, economista senior specializzato in clima e materie prime presso Capital Economics, ritiene che, qualora lo Stretto restasse chiuso e le scorte petrolifere dei Paesi OCSE continuassero a diminuire rapidamente, il mercato potrebbe raggiungere un punto di svolta intorno all’inizio del quarto trimestre.
Sulla base dei precedenti storici, uno scenario del genere sarebbe compatibile, secondo Tompkins, con prezzi nell’ordine di 120-140 dollari al barile.
Non si tratta quindi di una previsione certa sul prezzo futuro del petrolio, ma di uno scenario condizionato a due elementi fondamentali: il protrarsi delle limitazioni a Hormuz e il continuo rapido esaurimento delle scorte.
Anche Amrita Sen, fondatrice e direttrice della ricerca di Energy Aspects, ha indicato come i fondamentali del greggio presentino una configurazione maggiormente rialzista.
Il paradosso è che il mercato finanziario continua a reagire soprattutto alle dichiarazioni politiche, mentre sotto la superficie le condizioni fisiche dell’offerta si stanno progressivamente irrigidendo.
Perché 120 dollari cambierebbero lo scenario economico
Un eventuale ritorno del petrolio oltre i 100 dollari avrebbe implicazioni che andrebbero ben oltre il settore energetico.
Il primo impatto riguarderebbe inevitabilmente i carburanti. Diesel e benzina più costosi aumenterebbero le spese per trasporti e logistica, mentre un rincaro del carburante per aerei potrebbe riflettersi sui costi del trasporto internazionale e dell’aviazione.
L’aumento dei costi energetici potrebbe inoltre riaccendere le pressioni inflazionistiche proprio mentre molte economie cercano di stabilizzare i prezzi.
Per le banche centrali si aprirebbe un dilemma: un nuovo shock energetico potrebbe contemporaneamente alimentare l’inflazione e rallentare la crescita economica.
Particolarmente vulnerabili sarebbero le economie fortemente dipendenti dalle importazioni di energia.
Il mercato guarda alle parole, ma i barili continuano a diminuire
La grande incognita rimane dunque politica.
Una soluzione negoziale capace di riportare rapidamente le petroliere attraverso Hormuz potrebbe cambiare radicalmente le aspettative, facendo rientrare una parte consistente del premio geopolitico incorporato nei prezzi.
Al contrario, un altro mese di stallo potrebbe spostare l’attenzione dalle dichiarazioni di Washington e Teheran alla disponibilità effettiva di greggio e carburanti.
Ed è probabilmente questo il passaggio più importante della crisi.
Finora il mercato è riuscito a convivere con le restrizioni grazie alle scorte, alle riserve strategiche e a una domanda cinese temporaneamente debole. Ma questi fattori stanno cambiando: Pechino è tornata ad acquistare, le riserve vengono consumate e il mercato dei distillati mostra segnali di crescente tensione.
Se Hormuz non dovesse tornare operativo in misura significativa, settembre e l’inizio del quarto trimestre potrebbero rappresentare il momento in cui la crisi geopolitica si trasformerebbe definitivamente in una crisi fisica dell’offerta.
A quel punto, il livello dei 120 dollari al barile smetterebbe di essere soltanto uno scenario teorico e diventerebbe uno dei rischi principali con cui il mercato energetico mondiale dovrebbe confrontarsi.
