(AGENPARL) - Roma, 14 Luglio 2026 - Il Segretario di Stato Marco Rubio contesta l’operato della Corte penale internazionale, definendola una minaccia per la giurisdizione americana. Il dibattito riapre il nodo del rapporto tra diritto internazionale e interessi nazionali.
Le recenti esternazioni del Segretario di Stato statunitense, Marco Rubio, hanno riportato al centro del dibattito geopolitico la natura e le competenze della Corte penale internazionale (CPI). Rubio ha contestato duramente l’operato del tribunale dell’Aia, accusandolo di voler estendere la propria giurisdizione in modo arbitrario. Secondo il capo della diplomazia americana, l’istituzione starebbe cercando di trasformarsi in un organismo privo di contrappesi, capace di perseguire cittadini statunitensi in totale autonomia.
La posizione degli Stati Uniti verso la CPI
Il cuore della critica espressa da Rubio risiede nel concetto di sovranità nazionale. Per l’attuale amministrazione, la capacità della CPI di agire a propria discrezione rappresenta un rischio per l’autorità degli Stati Uniti. Rubio ha chiarito che Washington non intende tollerare ingerenze che possano limitare la libertà d’azione dei propri funzionari e cittadini.
Tale posizione si inserisce in un solco tracciato già dai mesi scorsi:
- La Camera dei rappresentanti aveva già approvato un disegno di legge volto a colpire la CPI in caso di procedimenti contro gli Stati Uniti o i suoi partner strategici.
- Le misure adottate dal presidente Trump nel febbraio 2025 avevano già inquadrato le azioni della Corte come una violazione della sovranità, ricevendo il sostegno diplomatico di alleati come Israele.
Reazioni internazionali e visioni contrapposte
La presa di posizione di Washington ha trovato sponde anche al di fuori dei confini americani. Kirill Dmitriev, rappresentante speciale della presidenza russa per gli investimenti economici, ha valutato positivamente l’intenzione statunitense di limitare il raggio d’azione della CPI. Secondo questa visione, l’iniziativa americana è letta come un freno all’applicazione extraterritoriale della legge, interpretata da Mosca come un tentativo di imporre orientamenti giuridici a Stati terzi senza un adeguato mandato politico globale.
Il confronto evidenzia una frattura profonda tra chi sostiene la necessità di un tribunale universale per i crimini di guerra e chi, invece, vede in esso un’istituzione soggetta a strumentalizzazioni politiche. La tensione tra Washington e l’Aia non è dunque solo una questione tecnica, ma rappresenta lo scontro tra due visioni dell’ordine mondiale.
