(AGENPARL) - Roma, 2 Giugno 2026 - Il ritorno del nucleare in Italia potrebbe contribuire alla decarbonizzazione del sistema energetico nazionale, ma non rappresenterebbe una soluzione immediata né garantirebbe una significativa riduzione delle bollette elettriche. È quanto emerge dallo studio della Banca d’Italia “L’atomo fuggente: analisi di un possibile ritorno al nucleare in Italia”, firmato dagli economisti Luciano Lavecchia e Alessandra Pasquini e pubblicato nella collana Questioni di Economia e Finanza.
L’analisi arriva in un momento in cui il Governo Meloni ha riaperto il dossier nucleare, inserendo nel Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) la possibilità di introdurre in Italia nuove tecnologie atomiche, in particolare i cosiddetti Small Modular Reactor (SMR) e i reattori avanzati di quarta generazione.
Il nucleare non abbasserà sensibilmente le bollette
Uno degli aspetti più rilevanti dello studio riguarda il possibile impatto sui prezzi dell’elettricità. Contrariamente a quanto spesso sostenuto nel dibattito politico, la Banca d’Italia ritiene che una reintroduzione del nucleare non determinerebbe una sostanziale riduzione del costo dell’energia per famiglie e imprese.
Secondo gli autori, la struttura del mercato elettrico italiano e la composizione della bolletta rendono improbabile un abbattimento significativo dei prezzi finali. Il contributo principale del nucleare potrebbe invece manifestarsi attraverso una riduzione della volatilità dei prezzi energetici, garantendo maggiore stabilità soprattutto per gli utenti e le imprese che sottoscrivono contratti di lungo periodo.
In altre parole, l’energia atomica potrebbe funzionare come fattore di stabilizzazione del sistema, ma non come strumento per abbassare drasticamente i costi dell’elettricità.
Dipendenza energetica: meno gas, ma nuove vulnerabilità
Un altro degli argomenti tradizionalmente utilizzati a favore del nucleare riguarda la sicurezza energetica. Tuttavia, anche su questo fronte la Banca d’Italia invita alla prudenza.
L’Italia oggi dipende fortemente dalle importazioni di combustibili fossili, in particolare gas naturale e petrolio. L’introduzione di centrali nucleari consentirebbe certamente di ridurre parte di questa dipendenza, ma ne creerebbe una nuova.
Secondo il rapporto, infatti, il Paese dovrebbe importare tecnologie, componentistica e combustibile nucleare da filiere produttive concentrate in un numero limitato di Stati. Alcuni dei principali attori mondiali del settore sono infatti Russia, Cina e altri Paesi che presentano criticità geopolitiche rispetto agli interessi strategici europei.
La conseguenza sarebbe una trasformazione della dipendenza energetica piuttosto che una sua eliminazione.
Il vero vantaggio: la riduzione delle emissioni
Se sui prezzi e sulla sicurezza energetica emergono valutazioni prudenti, la Banca d’Italia riconosce invece un potenziale contributo significativo del nucleare nella lotta al cambiamento climatico.
L’energia nucleare rappresenta infatti una fonte a basse emissioni di carbonio e potrebbe affiancare le energie rinnovabili nel percorso verso la neutralità climatica prevista dall’Unione europea entro il 2050.
Il rapporto evidenzia come il nucleare possa svolgere un ruolo complementare rispetto a fotovoltaico ed eolico, contribuendo a garantire una produzione costante di energia anche nei momenti in cui sole e vento non sono disponibili.
Per questo motivo il principale beneficio di un eventuale ritorno dell’atomo viene individuato proprio nella riduzione delle emissioni di gas serra e nel supporto agli obiettivi di decarbonizzazione.
Gli Small Modular Reactor: la scommessa del Governo
Il Governo italiano punta soprattutto sulle nuove tecnologie modulari di piccola taglia.
Gli SMR sono reattori nucleari con potenza inferiore rispetto alle centrali tradizionali e progettati per essere costruiti in fabbrica e assemblati successivamente sul sito di installazione. Secondo i sostenitori della tecnologia, questa soluzione consentirebbe di ridurre tempi, costi e rischi di costruzione.
Tuttavia la stessa Banca d’Italia sottolinea che gran parte di queste tecnologie non è ancora disponibile su scala commerciale. A livello mondiale esistono soltanto pochi impianti operativi e diversi progetti hanno registrato ritardi e incrementi dei costi rispetto alle previsioni iniziali.
La stessa esperienza internazionale dimostra che i tempi di realizzazione delle nuove centrali nucleari rimangono lunghi e soggetti a notevoli incertezze.
I ritardi dei grandi progetti europei
Lo studio richiama anche alcuni casi emblematici di ritardi e aumenti dei costi nelle recenti costruzioni nucleari europee.
L’impianto finlandese di Olkiluoto 3, ad esempio, ha accumulato oltre un decennio di ritardo rispetto alla data inizialmente prevista e costi quasi quadruplicati.
Situazioni analoghe si sono registrate a Flamanville, in Francia, e a Hinkley Point C nel Regno Unito, dove i costi stimati sono aumentati in modo significativo nel corso degli anni.
Questi esempi rappresentano uno dei principali fattori di rischio per qualsiasi nuovo programma nucleare europeo.
Il piano italiano al 2050
Secondo gli scenari del PNIEC, l’Italia potrebbe installare circa 8 gigawatt di capacità nucleare entro il 2050 attraverso una combinazione di SMR, reattori avanzati e, in prospettiva, tecnologie di fusione nucleare.
La produzione stimata raggiungerebbe oltre 64 terawattora all’anno, coprendo circa l’11% del fabbisogno elettrico nazionale previsto per metà secolo.
Per raggiungere questo obiettivo sarebbero necessari investimenti diretti superiori ai 40 miliardi di euro, ai quali andrebbero aggiunti i costi finanziari e quelli relativi alle infrastrutture di supporto.
Una scelta da affrontare con prudenza
La conclusione della Banca d’Italia è netta: il nucleare può rappresentare uno strumento utile nella strategia energetica e climatica italiana, ma non costituisce una soluzione miracolosa.
Le incertezze tecnologiche, gli elevati costi iniziali, i lunghi tempi di realizzazione e le questioni legate alla sicurezza e alla gestione delle scorie impongono un approccio prudente.
Per gli autori dello studio, il ritorno dell’atomo dovrebbe essere accompagnato da strategie alternative e complementari, evitando di considerare il nucleare come l’unica risposta alle sfide energetiche future.
La vera sfida, dunque, sarà trovare un equilibrio tra sicurezza energetica, sostenibilità ambientale, competitività economica e consenso sociale, in un contesto internazionale sempre più complesso e caratterizzato dalla corsa globale verso la transizione energetica.
