(AGENPARL) - Roma, 4 Aprile 2026 - Il conflitto in Medio Oriente e le tensioni nello Stretto di Hormuz stanno causando uno shock senza precedenti per il sistema energetico globale, con perdite economiche che potrebbero superare i 50 miliardi di dollari.
Secondo le analisi riportate da esperti del settore, tra cui Oguzhan Akyener, presidente del think tank energetico TESPAM, l’impatto si riflette soprattutto sulle esportazioni di petrolio dei Paesi del Golfo. Le spedizioni attraverso lo stretto sarebbero crollate da 12,3 a 7,8 milioni di barili al giorno, evidenziando una drastica riduzione dei flussi energetici.
Nelle prime quattro settimane di guerra, le economie della regione avrebbero già registrato perdite per oltre 15 miliardi di dollari solo in termini di entrate petrolifere. Considerando anche i danni agli impianti energetici e le interruzioni nelle esportazioni di gas naturale liquefatto (GNL), il conto complessivo potrebbe superare i 50 miliardi.
Il conflitto, che coinvolge direttamente Iran e vede l’intervento di Stati Uniti e Israele, ha colpito duramente diversi settori: produzione energetica, logistica, trasporti marittimi, finanza e turismo.
Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei punti più cruciali per il commercio globale di energia. Attraverso questo passaggio transita circa un quarto del petrolio mondiale trasportato via mare e circa il 20% del GNL globale. Paesi come Qatar, Kuwait e Bahrein dipendono quasi totalmente da questa rotta.
Le principali economie asiatiche — tra cui Cina, Giappone, Corea del Sud e India — risultano particolarmente esposte, essendo fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche della regione.
Per mitigare l’impatto, alcuni Paesi stanno cercando alternative logistiche. L’Arabia Saudita utilizza l’oleodotto Est-Ovest, mentre gli Emirati Arabi Uniti sfruttano infrastrutture verso il Golfo dell’Oman. Anche l’Iraq mantiene accesso ai mercati tramite rotte terrestri.
Nonostante questi adattamenti, il sistema energetico globale appare sempre più frammentato e vulnerabile, con nuovi equilibri che emergono tra fornitori alternativi come l’Africa, il Mediterraneo orientale e le esportazioni di GNL dagli Stati Uniti.