(AGENPARL) - Roma, 30 Ottobre 2026 - Ad Atlanta la riunione dei ministri degli Esteri si apre in un clima di profonde divisioni. La tradizionale fotografia collettiva viene cancellata dopo le discussioni sulla partecipazione di Sergej Lavrov. Washington accoglie Mosca ma non invita il Sudafrica, mentre le guerre in Ucraina e Medio Oriente mettono alla prova la capacità del G20 di trovare un terreno comune
Prima ancora che i ministri degli Esteri del G20 si confrontino sulle guerre, sul commercio e sulla sicurezza energetica, un episodio apparentemente marginale rivela le difficoltà politiche della riunione ospitata dagli Stati Uniti. La tradizionale fotografia di gruppo, uno dei rituali più riconoscibili degli incontri multilaterali, è stata cancellata. Secondo quanto riferito da La Stampa, la decisione è stata comunicata dal Dipartimento di Stato americano nella tarda serata di giovedì, modificando il programma della mattinata. La cancellazione arriva dopo le tensioni diplomatiche legate alla presenza del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, la cui partecipazione aveva aperto una discussione sull’opportunità di ritrarre insieme il rappresentante di Mosca e i suoi omologhi occidentali.
Il retroscena racconta di una soluzione di compromesso presa in considerazione nelle ore precedenti: realizzare due fotografie, una con Lavrov e una senza il ministro russo. Reuters conferma che questa ipotesi era stata avanzata da alcuni rappresentanti europei, mentre La Stampa riferisce che alla fine si è preferito rinunciare allo scatto collettivo. Non risulta, tuttavia, una dichiarazione ufficiale del Dipartimento di Stato che attribuisca esplicitamente la cancellazione alla presenza di Lavrov. La distinzione è importante: il fatto documentato è l’eliminazione della fotografia dal programma; il collegamento con le tensioni sulla partecipazione russa emerge dalle ricostruzioni giornalistiche e dal confronto diplomatico che ha preceduto la riunione.
Il significato politico dell’episodio va oltre il protocollo. Il G20 nasce come sede di coordinamento tra le principali economie mondiali, comprese potenze che mantengono interessi strategici divergenti. La sua funzione non è eliminare i conflitti, ma consentire il confronto anche quando le relazioni bilaterali sono deteriorate. Ad Atlanta, però, le divisioni appaiono così profonde da rendere controverso persino il gesto simbolico con cui i partecipanti mostrano di appartenere allo stesso tavolo.
Washington vuole riportare il G20 all’economia, ma le guerre dominano il confronto
Il segretario di Stato americano Marco Rubio ospita la riunione del 30 e 31 ottobre nell’ambito della presidenza statunitense del G20. L’obiettivo dichiarato da Washington è rafforzare la cooperazione economica internazionale, affrontare gli squilibri commerciali e promuovere mercati aperti, sicurezza energetica e catene di approvvigionamento più resilienti. L’incontro prepara il vertice dei capi di Stato e di governo che Donald Trump ospiterà il 14 e 15 dicembre a Miami.
Il programma ufficiale della prima giornata mostra, tuttavia, quanto sia difficile separare economia e geopolitica. La prima sessione è dedicata alle questioni geopolitiche, la seconda all’energia e alla crescita economica. La successione degli argomenti riflette una realtà che condiziona l’intero G20: le guerre non rappresentano soltanto crisi diplomatiche e militari, ma fattori che incidono direttamente sui prezzi delle materie prime, sui trasporti, sulle forniture industriali e sulle prospettive di sviluppo.
Le tensioni nello Stretto di Hormuz e nel Mar Rosso riguardano la sicurezza delle rotte energetiche e commerciali. Il conflitto in Ucraina continua a pesare sui rapporti tra Russia ed Europa, sulle sanzioni e sulle prospettive di stabilità del continente. Le controversie nel Mar Cinese Meridionale coinvolgono la libertà di navigazione e la competizione strategica tra Washington e Pechino. La crescente attenzione americana per le materie prime critiche introduce inoltre una questione centrale per il futuro dell’industria: ridurre le dipendenze da fornitori dominanti senza compromettere il funzionamento di mercati profondamente interconnessi.
Secondo Reuters e Associated Press, diplomatici e osservatori considerano difficile raggiungere un consenso sulle questioni più controverse. La presidenza americana vorrebbe concentrare il confronto su risultati economici concreti, ma l’agenda viene inevitabilmente attraversata dalle divergenze sulla Russia, sull’Iran, sulla Cina e sulla politica commerciale degli Stati Uniti.
Lavrov ad Atlanta, la Russia rivendica il proprio ruolo nel sistema internazionale
La partecipazione di Sergej Lavrov è uno degli elementi politicamente più sensibili dell’incontro. Il ministro russo torna negli Stati Uniti per una riunione multilaterale mentre prosegue la guerra in Ucraina e mentre i rapporti tra Mosca e numerosi governi occidentali restano segnati da sanzioni, diffidenza e contrapposizioni sulla sicurezza europea.
La presenza del capo della diplomazia russa non implica un superamento di queste divergenze. Rappresenta, piuttosto, la necessità di mantenere aperti canali di confronto all’interno di un organismo che comprende anche la Russia. È proprio questa duplice dimensione a creare difficoltà: da una parte il G20 richiede la partecipazione dei suoi membri, dall’altra molti governi occidentali intendono evitare gesti che possano essere interpretati come una normalizzazione dei rapporti con Mosca.
La Russia arriva ad Atlanta con una propria agenda politica. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha dichiarato che Lavrov intende sostenere una rapida riforma delle istituzioni economiche internazionali e promuovere la visione russa di un ordine mondiale multipolare. Mosca ha inoltre lamentato difficoltà nell’ottenimento dei visti americani per la delegazione, risolte soltanto a ridosso dell’incontro.
Il messaggio russo è chiaro: utilizzare la partecipazione al G20 per ribadire che gli equilibri economici e politici mondiali non possono essere definiti esclusivamente dalle potenze occidentali. La rivendicazione del multipolarismo si inserisce in una competizione più ampia sul ruolo delle istituzioni internazionali, sulla rappresentanza delle economie emergenti e sulle regole che governano commercio e finanza.
Washington guarda invece al G20 soprattutto come a uno strumento per affrontare problemi economici e strategici concreti. Le due impostazioni possono incontrarsi su singole questioni, ma esprimono concezioni differenti della cooperazione internazionale. Per Mosca, il foro è anche una sede nella quale riaffermare il proprio peso politico; per l’amministrazione Trump, deve contribuire a risultati coerenti con le priorità economiche e di sicurezza degli Stati Uniti.
La fotografia mancata e il dilemma europeo
Le discussioni sulla fotografia collettiva mettono in evidenza un problema che attraversa anche i governi europei: come partecipare pienamente alla diplomazia multilaterale senza attenuare la condanna della guerra russa in Ucraina.
Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul, alla vigilia dell’incontro, aveva fatto sapere che non avrebbe evitato un’eventuale fotografia insieme a Lavrov. La sua posizione distingueva il dovere di partecipare al confronto diplomatico dal giudizio politico sull’operato di Mosca. Wadephul ha ribadito che nei rapporti tra Germania e Russia non esiste una situazione di normalità, proprio a causa della prosecuzione degli attacchi contro l’Ucraina.
La posizione del ministro tedesco è stata accostata dalla stampa a quella assunta in una precedente riunione del G20 dal ministro delle Finanze Lars Klingbeil, contrario a uno scatto collettivo con il rappresentante russo. Non si tratta necessariamente di una divergenza sulla linea generale della Germania, ma di due modi differenti di affrontare il valore simbolico dei gesti diplomatici.
Per alcuni governi, comparire accanto a Lavrov in una fotografia ufficiale rischia di comunicare un’immagine di normalità incompatibile con la situazione ucraina. Per altri, la partecipazione a un incontro multilaterale comporta inevitabilmente anche momenti protocollari condivisi, che non equivalgono a un’approvazione delle posizioni degli altri partecipanti.
La cancellazione dello scatto ad Atlanta evita che ciascun ministro debba assumere pubblicamente una posizione su quel gesto. Al tempo stesso, rende visibile l’impossibilità di raggiungere un’intesa persino su una consuetudine diplomatica. È una difficoltà simbolica, ma indicativa del clima nel quale si svolgeranno le discussioni sostanziali.
Il Sudafrica non invitato, mentre la Russia partecipa
Un’altra questione delicata riguarda la composizione della riunione. Gli Stati Uniti non hanno invitato il Sudafrica, membro del G20 e Paese che ne ha esercitato la presidenza nel 2025. La decisione si inserisce nel deterioramento dei rapporti tra Pretoria e l’amministrazione Trump, già evidente durante gli incontri organizzati sotto la precedente presidenza sudafricana.
L’assenza di Pretoria non costituisce un’espulsione formale dal G20, ma rappresenta una scelta diplomatica rilevante. Il foro, infatti, riunisce economie che non condividono necessariamente orientamenti politici e strategici. La sua rappresentatività deriva proprio dalla presenza di Paesi con interessi e sistemi differenti.
Il confronto con la partecipazione russa rende la decisione americana particolarmente significativa. Lavrov siede al tavolo nonostante la guerra in Ucraina e le profonde tensioni con gli alleati occidentali, mentre il Sudafrica non prende parte alla riunione ospitata da Washington. Le due situazioni non sono giuridicamente identiche e non possono essere ridotte a un semplice confronto tra governi graditi o sgraditi agli Stati Uniti. Rimane tuttavia aperta una questione politica: quanto può incidere la presidenza di turno sulla rappresentazione effettiva di un organismo che dovrebbe mantenere una vocazione multilaterale?
Nel frattempo, Washington sostiene anche la prospettiva di un ingresso permanente della Polonia nel G20. Secondo quanto riferito dalla stampa italiana, un funzionario del Dipartimento di Stato ha valorizzato la crescita economica polacca degli ultimi decenni come argomento a favore della sua partecipazione. Si tratta di un orientamento politico americano, non di un ampliamento già deciso. Un eventuale cambiamento della composizione del gruppo richiederebbe un percorso condiviso.
Le due questioni, quella sudafricana e quella polacca, mostrano come il dibattito sul G20 non riguardi soltanto gli argomenti da discutere, ma anche chi debba partecipare stabilmente alla definizione delle priorità economiche mondiali.
Cina e Italia, delegazioni a livello di viceministro
La composizione delle delegazioni offre ulteriori elementi per comprendere l’atmosfera della riunione. Secondo le informazioni diffuse dal Dipartimento di Stato e riportate da La Stampa, la Cina e l’Italia non sono rappresentate ad Atlanta dai rispettivi ministri degli Esteri. Roma partecipa con la viceministra Maria Tripodi, mentre Pechino ha inviato un rappresentante di livello viceministeriale.
Il dato deve essere interpretato con prudenza. La scelta del livello di rappresentanza non dimostra automaticamente una presa di distanza politica dalla presidenza americana, né consente di parlare di boicottaggio. Può dipendere da valutazioni istituzionali, impegni concomitanti o considerazioni diplomatiche che non sono state esplicitate pubblicamente.
Resta però importante osservare il ruolo della Cina. Pechino è al centro di alcune delle principali questioni economiche che Washington intende affrontare: gli squilibri commerciali, le catene di approvvigionamento, le materie prime critiche e la competizione tecnologica. Gli Stati Uniti cercano di ridurre le vulnerabilità derivanti dalla concentrazione delle forniture strategiche, ma non possono ignorare il peso cinese nella produzione industriale e negli scambi internazionali.
Il G20 riflette così una tensione strutturale dell’economia contemporanea. Le principali potenze restano profondamente interdipendenti, ma cercano contemporaneamente di limitare la propria esposizione alle decisioni dei concorrenti. La cooperazione economica continua a essere necessaria proprio mentre la fiducia strategica diminuisce.
L’Iran e il peso della sicurezza energetica
La crisi iraniana rappresenta un ulteriore fattore di instabilità. Associated Press riferisce di preoccupazioni regionali legate alla possibilità di nuovi attacchi americani contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, previste per il 3 novembre. Si tratta di uno scenario riportato dall’agenzia sulla base delle informazioni raccolte, non di una decisione militare ufficialmente annunciata da Washington.
La prospettiva di un’ulteriore escalation pesa sulle discussioni del G20 perché coinvolge direttamente la sicurezza energetica e la libertà di navigazione. Lo Stretto di Hormuz costituisce un passaggio fondamentale per i flussi petroliferi internazionali, mentre le tensioni nel Mar Rosso continuano a rappresentare un rischio per il trasporto commerciale.
La posizione dei Paesi del Golfo assume quindi un’importanza particolare. Nel programma ufficiale di Rubio figura un incontro con il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan. Il colloquio si colloca in una fase nella quale la sicurezza regionale, le infrastrutture energetiche e il rischio di un allargamento del conflitto sono questioni centrali per le monarchie del Golfo.
Anche in questo caso, il rapporto tra economia e politica internazionale è diretto. La stabilità dei mercati energetici non dipende soltanto dalla capacità produttiva dei Paesi esportatori, ma anche dalla sicurezza delle rotte, dalle decisioni militari e dalla possibilità di contenere le crisi regionali. Per il G20, affrontare la crescita economica senza considerare questi fattori sarebbe impossibile.
Gli analisti: il consenso generale potrebbe lasciare spazio ad accordi più ristretti
Le prime interpretazioni degli osservatori internazionali convergono sulla difficoltà di raggiungere posizioni comuni sui dossier più controversi, ma non escludono risultati circoscritti.
Reuters sottolinea come le divisioni sulle guerre in Ucraina e Medio Oriente possano ostacolare dichiarazioni condivise. L’agenzia evidenzia inoltre il tentativo americano di concentrare il confronto sugli squilibri commerciali e sulla sicurezza delle forniture di materie prime critiche. Associated Press descrive una riunione nella quale le differenze sulla Russia, sull’Iran, sui dazi e sulla Cina mettono alla prova la capacità del G20 di produrre consenso.
Una delle interpretazioni emerse riguarda la possibilità che Washington privilegi intese operative con gruppi di Paesi disponibili a collaborare su singole questioni, anche in assenza di un accordo generale. È una prospettiva che risponde alle difficoltà del multilateralismo contemporaneo: quando il consenso tra tutti i membri diventa impraticabile, la cooperazione può procedere attraverso coalizioni più ristrette.
Questo approccio presenta però conseguenze politiche. Accordi settoriali possono produrre risultati concreti sulla sicurezza delle forniture, sull’innovazione o sulle rotte commerciali. Se diventassero il principale metodo di lavoro, potrebbero tuttavia ridurre il ruolo del G20 come sede nella quale le maggiori economie cercano di definire orientamenti comuni.
Il problema non è soltanto procedurale. Riguarda il futuro della governance economica internazionale in una fase nella quale le grandi potenze sembrano attribuire crescente importanza alla sicurezza nazionale, alla competizione industriale e al controllo delle risorse strategiche.
Un vertice che comincia mostrando le proprie contraddizioni
La riunione di Atlanta si apre dunque con una serie di contraddizioni che attraversano il sistema internazionale. Washington chiede cooperazione economica mentre le proprie scelte commerciali sono oggetto di contestazione. La Russia partecipa al G20, ma la guerra in Ucraina continua a rendere estremamente difficili i rapporti con numerosi governi occidentali. Il Sudafrica, membro del foro, non è stato invitato dalla presidenza americana. La Cina resta indispensabile per affrontare i principali problemi delle catene produttive mondiali, pur essendo al centro della competizione strategica con gli Stati Uniti.
Le tensioni sulla fotografia collettiva condensano queste difficoltà in un episodio immediatamente comprensibile. Non dimostrano che la riunione sia destinata a fallire, né consentono di anticipare l’esito dei negoziati. I ministri potrebbero individuare convergenze su questioni economiche specifiche, mantenere aperti canali diplomatici o concordare iniziative limitate ad alcuni settori.
Il programma americano, del resto, prevede un confronto sostanziale sulle questioni geopolitiche e sulla crescita economica, oltre a incontri bilaterali e trilaterali che potrebbero produrre sviluppi autonomi rispetto alla discussione generale.
La cancellazione della fotografia rimane però un segnale significativo del clima politico che precede i lavori. Il G20 conserva la capacità di riunire Paesi che si contrappongono su questioni fondamentali, ma non può più dare per scontata neppure la rappresentazione simbolica della loro cooperazione.
Ad Atlanta il confronto non riguarda soltanto le guerre, l’energia e il commercio. Riguarda la possibilità stessa di mantenere uno spazio multilaterale nel quale potenze profondamente divise continuino a riconoscere l’utilità di discutere problemi comuni, senza che il dialogo venga confuso con il consenso politico.
