(AGENPARL) - Roma, 30 Ottobre 2026 - Il cancelliere Friedrich Merz conclude la missione tra Singapore, Giappone e Corea del Sud nel tentativo di costruire nuove alleanze commerciali e tecnologiche. La concorrenza cinese, la politica dei dazi americana e le tensioni sul «Made in Europe» mettono alla prova il modello economico tedesco. Ma i partner asiatici non intendono aprire i propri mercati senza ottenere garanzie di reciprocità
Per comprendere che cosa stia cercando la Germania in Asia bisogna partire da ciò che rischia di perdere. Per oltre vent’anni la prima economia europea ha costruito una parte essenziale della propria prosperità su un equilibrio che sembrava difficilmente scalfibile: una grande industria manifatturiera, esportazioni ad alto valore aggiunto, accesso al mercato cinese e un sistema commerciale internazionale sufficientemente stabile da consentire alle imprese di pianificare investimenti e produzioni su scala globale. Oggi quell’equilibrio è sottoposto a pressioni simultanee. La Cina è diventata un concorrente industriale sempre più forte, gli Stati Uniti utilizzano i dazi come strumento di politica economica e la frammentazione geopolitica rende più vulnerabili le catene internazionali di approvvigionamento. È in questo contesto che il cancelliere Friedrich Merz ha compiuto, dal 26 al 30 ottobre, un viaggio a Singapore, in Giappone e in Corea del Sud, accompagnato da una delegazione imprenditoriale. Una missione diplomatica che racconta soprattutto la ricerca di una nuova collocazione economica per la Germania.
Berlino non cerca soltanto nuovi clienti per le proprie automobili o nuovi sbocchi per i macchinari industriali. Cerca interlocutori capaci di condividere investimenti, tecnologie, materie prime strategiche e una visione del commercio internazionale che non dipenda esclusivamente dalle decisioni di Washington e Pechino. Singapore rappresenta uno dei principali nodi finanziari e logistici dell’Asia sudorientale; il Giappone è una potenza industriale con competenze avanzate nella robotica, nell’elettronica e nella gestione delle forniture critiche; la Corea del Sud occupa una posizione centrale nei semiconduttori, nelle batterie e nelle tecnologie digitali. La scelta delle tre tappe risponde dunque a una precisa logica industriale e geopolitica: rafforzare i rapporti con economie avanzate che condividono l’interesse a evitare una progressiva chiusura dei mercati internazionali.
La crisi del rapporto con la Cina
Il problema tedesco emerge con particolare evidenza dai dati commerciali. Secondo le stime di Germany Trade & Invest riportate durante la missione, il deficit della Germania negli scambi con la regione Asia-Pacifico potrebbe raggiungere nel 2026 quasi 146 miliardi di euro. Nello stesso tempo, le esportazioni tedesche verso la Cina stanno registrando una contrazione significativa in comparti fondamentali per l’economia nazionale. Nei primi sette mesi dell’anno le vendite di automobili sono diminuite di circa il 30%, mentre quelle di macchinari industriali hanno segnato una flessione intorno al 18%. Non si tratta semplicemente di numeri negativi all’interno di un ciclo economico sfavorevole: indicano il progressivo indebolimento di una relazione commerciale sulla quale la Germania aveva fondato una parte importante della propria crescita.
Per decenni la Cina ha rappresentato un mercato ideale per l’industria tedesca. La crescita delle infrastrutture, l’espansione della produzione manifatturiera e l’aumento del potere d’acquisto della popolazione cinese hanno alimentato la domanda di impianti, tecnologie e automobili provenienti dalla Germania. Le grandi case automobilistiche e i produttori di macchinari hanno investito sul mercato cinese considerandolo uno dei principali motori della propria espansione internazionale. Ma Pechino non è rimasta un semplice acquirente. Ha sviluppato una capacità industriale autonoma, sostenuta da investimenti pubblici e privati, e oggi compete direttamente con le imprese europee nei veicoli elettrici, nelle batterie, nell’automazione e in numerose tecnologie avanzate.
Il cambiamento è particolarmente delicato per Berlino perché riguarda proprio i settori che hanno reso competitiva la sua economia. Quando la Cina acquistava macchinari tedeschi per modernizzare le proprie fabbriche, il rapporto commerciale appariva largamente complementare. Quando le imprese cinesi iniziano a produrre macchinari e automobili capaci di competere con quelli tedeschi, quella complementarità si trasforma in una concorrenza diretta. La Germania continua ad avere bisogno del mercato cinese, ma non può più considerarlo una fonte garantita di crescita.
Merz non propone una rottura economica con Pechino. Il cancelliere ha chiarito che un disaccoppiamento generalizzato sarebbe rischioso per l’economia tedesca. La strategia è piuttosto quella di ridurre la concentrazione delle dipendenze, diversificare gli sbocchi commerciali e costruire alternative nei settori nei quali una crisi politica o commerciale potrebbe interrompere le forniture. È un obiettivo più realistico dell’abbandono della Cina, ma anche più difficile da realizzare: i mercati alternativi non hanno necessariamente la stessa capacità di assorbimento e molte economie asiatiche restano strettamente integrate nelle filiere produttive cinesi.
Singapore e il progetto di una nuova alleanza commerciale
La prima tappa del viaggio ha mostrato che Berlino intende affrontare il problema attraverso una strategia più ampia dei tradizionali accordi bilaterali. A Singapore, il 27 ottobre, Merz ha sostenuto la necessità di rafforzare i legami tra l’Unione europea e i Paesi dell’Indo-Pacifico favorevoli a un commercio fondato su regole condivise. Tra le ipotesi avanzate figura una maggiore cooperazione con il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership, il CPTPP, che riunisce economie del Pacifico e altri partner internazionali.
L’iniziativa risponde a un’esigenza precisa: creare uno spazio commerciale nel quale le economie avanzate e quelle emergenti possano coordinarsi per difendere la prevedibilità degli scambi internazionali. Il riferimento implicito è alla crescente utilizzazione delle tariffe, delle restrizioni alle esportazioni e delle dipendenze produttive come strumenti di pressione politica. In questo scenario, la Germania teme di trovarsi esposta a decisioni sulle quali dispone di un’influenza limitata, pur essendone profondamente condizionata sul piano economico.
La proposta contiene un messaggio rivolto contemporaneamente a Washington e Pechino. Gli Stati Uniti restano un alleato fondamentale della Germania, ma la politica commerciale dell’amministrazione Trump ha aumentato l’incertezza per le imprese europee. La Cina, dal canto suo, mantiene una posizione centrale nella produzione e nella lavorazione di numerose materie prime e componenti strategici. Merz tenta quindi di costruire una rete di Paesi interessati a preservare un sistema di scambi aperto, senza dover subordinare ogni scelta economica al confronto tra le due grandi potenze.
Non si tratta, almeno per il momento, di una nuova organizzazione commerciale già costituita. Il progetto richiede negoziati, convergenze politiche e soprattutto il coinvolgimento dell’Unione europea, alla quale compete la politica commerciale comune. La Germania può promuovere un’iniziativa e cercare alleati, ma non può impegnare autonomamente Bruxelles in un accordo internazionale. La differenza tra proposta politica e risultato negoziale resta quindi fondamentale per valutare la portata effettiva della missione.
Il Giappone e la sicurezza economica
La tappa di Tokyo, il 28 ottobre, ha rappresentato il momento politicamente più significativo del viaggio. Merz ha incontrato la premier Sanae Takaichi e ha proposto una cooperazione più stretta tra Paesi che condividono l’interesse a difendere il commercio internazionale dalle pratiche coercitive. Il cancelliere ha sostenuto la necessità di coordinare le risposte quando le regole commerciali vengono violate o quando un governo utilizza il proprio peso economico per esercitare pressioni su altri Stati.
L’incontro non si è limitato alle dichiarazioni di principio. Germania e Giappone hanno adottato documenti congiunti sulla sicurezza economica e sulla cooperazione nelle tecnologie avanzate, affiancati da un’intesa politica più ampia sul rafforzamento delle relazioni bilaterali. Le priorità comprendono la resilienza delle catene di approvvigionamento, la diversificazione delle fonti di minerali critici, la protezione delle tecnologie strategiche e la collaborazione in settori come intelligenza artificiale, fusione, idrogeno e difesa.
La cooperazione con Tokyo risponde a una vulnerabilità concreta dell’industria tedesca. La disponibilità di materie prime e componenti non dipende soltanto dai prezzi di mercato, ma anche dalla concentrazione geografica della produzione e della lavorazione. Quando una quota elevata di una risorsa strategica proviene da un numero ristretto di Paesi, una restrizione alle esportazioni può provocare conseguenze immediate su interi comparti industriali. Il Giappone, che ha già affrontato difficoltà legate alla dipendenza dalle forniture estere di materiali critici, rappresenta per Berlino un interlocutore importante nella ricerca di soluzioni tecnologiche e industriali alternative.
L’intesa si estende anche alla sicurezza e alla difesa. I due governi hanno confermato l’intenzione di approfondire la cooperazione militare e industriale, riconoscendo il collegamento tra stabilità europea e Indo-Pacifico. Non significa che la Germania stia trasferendo in Asia il centro della propria strategia di difesa, ma indica che Berlino considera sempre più strettamente connesse le crisi regionali, la sicurezza delle rotte commerciali e la continuità della produzione industriale.
C’è inoltre un elemento simbolico significativo: Takaichi ha accettato l’invito a partecipare con il Giappone come Paese partner alla Hannover Messe del 2028, una delle principali manifestazioni internazionali dedicate all’industria. La scelta colloca il rafforzamento delle relazioni economiche in una prospettiva pluriennale e conferma la volontà di costruire rapporti più stabili tra le rispettive imprese.
La Corea del Sud, tra semiconduttori e cooperazione strategica
Dopo il Giappone, Merz ha raggiunto la Corea del Sud, dove ha incontrato il presidente Lee Jae-myung e partecipato alla Conferenza Asia-Pacifico dell’economia tedesca. Seoul occupa un ruolo particolarmente importante nella strategia di diversificazione industriale di Berlino. Le aziende sudcoreane sono protagoniste mondiali nella produzione di semiconduttori, batterie e componenti elettronici, settori nei quali la disponibilità di tecnologie avanzate determina la competitività di intere filiere produttive.
Il rapporto tra Germania e Corea del Sud presenta complementarità evidenti. La prima possiede competenze consolidate nella meccanica, nell’automazione industriale e nella produzione di beni strumentali; la seconda dispone di una base tecnologica avanzata nei chip, nell’elettronica e nell’accumulo energetico. Rafforzare la cooperazione significa tentare di integrare capacità industriali differenti per affrontare la competizione internazionale, riducendo al tempo stesso l’esposizione a interruzioni delle forniture.
Durante la missione sono stati annunciati memorandum d’intesa tra organizzazioni e imprese dei due Paesi in diversi ambiti economici e tecnologici. Questi strumenti possono facilitare collaborazioni e investimenti, ma non devono essere confusi con risultati industriali già conseguiti. La loro efficacia dipenderà dalla capacità delle imprese di trasformare le dichiarazioni d’intenti in progetti operativi.
La cooperazione con Seoul assume anche una dimensione strategica. La penisola coreana resta una delle aree più sensibili dell’Asia orientale e la sicurezza regionale influisce direttamente sulle prospettive delle catene commerciali e tecnologiche. La presenza della Corea del Nord, le tensioni militari e il confronto tra le principali potenze rendono la stabilità dell’area un interesse che va oltre i confini asiatici. Per una potenza esportatrice come la Germania, eventuali crisi in questa regione avrebbero conseguenze economiche rilevanti anche a migliaia di chilometri di distanza.
La contraddizione europea: mercati aperti, ma produzione protetta
È tuttavia nel confronto con i partner asiatici che emerge la principale contraddizione della strategia tedesca. Berlino chiede maggiore apertura commerciale, accordi e cooperazione industriale, mentre l’Unione europea discute strumenti per favorire la produzione all’interno del proprio territorio. Le iniziative riassunte nell’espressione «Made in Europe», e in particolare il progetto di Industrial Accelerator Act, hanno suscitato preoccupazioni tra i governi e le imprese asiatiche.
Il timore è che la volontà europea di sostenere la propria industria possa tradursi in criteri preferenziali capaci di penalizzare fornitori esterni, compresi quelli provenienti da Paesi considerati partner strategici. Per il Giappone e la Corea del Sud, che esportano prodotti tecnologici e industriali verso l’Europa, questa prospettiva pone una questione di reciprocità. Se Bruxelles chiede accesso ai mercati asiatici, deve chiarire fino a che punto intende mantenere aperto il proprio mercato.
La questione è emersa direttamente nel colloquio tra Merz e Takaichi. La premier giapponese ha espresso preoccupazione per il progetto europeo e ha sollecitato un approccio che tenga conto degli interessi dei partner affidabili. Il cancelliere si è trovato così di fronte a una difficoltà che riguarda l’intera strategia industriale dell’Unione: proteggere la capacità produttiva europea senza compromettere le relazioni commerciali necessarie alla sua crescita.
Il problema non è soltanto giuridico o tecnico. È politico. L’Europa vuole evitare che settori strategici vengano progressivamente trasferiti fuori dal continente, ma ha bisogno di importare componenti, tecnologie e materie prime per sostenere le proprie imprese. Vuole ridurre le dipendenze esterne, ma non può realizzare una completa autosufficienza industriale. Vuole difendere il libero commercio, ma teme che un’apertura priva di strumenti di tutela possa accelerare il declino di alcune produzioni.
I partner asiatici osservano questa contraddizione e chiedono garanzie. Non intendono diventare semplicemente mercati alternativi per le esportazioni tedesche, mentre l’Europa restringe l’accesso ai propri settori industriali più sensibili. La diversificazione economica immaginata da Berlino richiede quindi compromessi che potrebbero incontrare resistenze anche all’interno dell’Unione europea.
Tra Washington e Pechino, la ricerca di autonomia
La missione asiatica di Merz assume un significato ancora più ampio se collocata nel rapporto tra Germania, Stati Uniti e Cina. Per decenni Berlino ha potuto beneficiare contemporaneamente della protezione strategica americana, della domanda cinese e di un sistema commerciale internazionale relativamente aperto. Oggi questi tre elementi non garantiscono più la stessa stabilità.
Gli Stati Uniti rimangono un alleato essenziale, ma le scelte commerciali dell’amministrazione Trump impongono alle imprese europee di confrontarsi con un ambiente più incerto. La Cina continua a rappresentare un mercato di enorme importanza, ma la sua trasformazione in concorrente industriale rende più complessa la relazione economica. La Germania deve quindi cercare nuovi spazi di manovra senza rompere con nessuna delle due potenze.
È qui che acquista rilevanza l’idea di una cooperazione tra economie che non vogliono subire passivamente la competizione tra Washington e Pechino. Giappone, Corea del Sud, Singapore e Germania non condividono necessariamente tutte le priorità politiche e strategiche. Hanno però un interesse comune alla stabilità degli scambi, alla protezione delle forniture e alla possibilità di negoziare da una posizione meno vulnerabile.
L’obiettivo non è creare automaticamente un terzo blocco geopolitico. Sarebbe una lettura eccessiva di iniziative che restano, in larga parte, economiche e diplomatiche. La strategia consiste piuttosto nel costruire una rete di relazioni capace di aumentare le alternative disponibili. Per un Paese esportatore, disporre di più mercati e di più fornitori significa ridurre il rischio che una singola crisi politica provochi conseguenze sproporzionate sull’intero sistema produttivo.
La difficoltà sta nel fatto che la diversificazione richiede tempo. Le imprese non possono sostituire rapidamente mercati costruiti in decenni, né trasferire senza costi catene di approvvigionamento complesse. Nuovi accordi possono facilitare gli scambi, ma non garantiscono automaticamente la competitività. Le alleanze tecnologiche possono favorire l’innovazione, ma non risolvono da sole problemi strutturali come il costo dell’energia, la carenza di investimenti e la pressione della concorrenza internazionale.
L’Asia come banco di prova del futuro tedesco
Il viaggio di Merz segna dunque un tentativo di adattamento a un ordine economico profondamente cambiato. Berlino ha compreso che il modello fondato sulla centralità delle esportazioni industriali verso la Cina e sulla prevedibilità del commercio internazionale non può essere riprodotto senza modifiche. La risposta consiste nel cercare nuovi interlocutori, ampliare le cooperazioni tecnologiche e rafforzare la sicurezza economica attraverso accordi con Paesi industrialmente avanzati.
Ma l’Asia non rappresenta una soluzione immediata. Il Giappone e la Corea del Sud sono anche concorrenti industriali della Germania; Singapore è un centro commerciale e finanziario con interessi propri; tutti mantengono rapporti economici complessi con la Cina e relazioni strategiche differenti con gli Stati Uniti. Nessuno di questi partner ha interesse ad accettare automaticamente le priorità europee senza ottenere benefici concreti.
La vera sfida per Berlino sarà trasformare la diplomazia in capacità industriale. Le dichiarazioni congiunte, i memorandum e le proposte di alleanza indicano una direzione, ma il loro valore si misurerà nella crescita degli investimenti, nella diversificazione effettiva delle forniture e nella capacità delle imprese tedesche di recuperare competitività sui mercati internazionali.
Per anni la Germania è stata uno dei principali beneficiari di una globalizzazione nella quale la Cina acquistava i suoi prodotti, gli Stati Uniti garantivano un quadro strategico relativamente stabile e l’Europa offriva una grande base produttiva integrata. Quel mondo non è scomparso completamente, ma non funziona più secondo le stesse regole.
Berlino cerca in Asia gli strumenti per adattare il proprio modello industriale a questa trasformazione. La missione di Merz dimostra che la Germania ha individuato la necessità di cambiare strategia. La possibilità di riuscirci dipenderà non soltanto dalla disponibilità dei partner asiatici, ma anche dalla capacità europea di conciliare protezione industriale, apertura commerciale e competitività.
