(AGENPARL) - Roma, 30 Ottobre 2026 - Gli Stati Uniti rivendicano il successo diplomatico ottenuto all’ONU, mentre Prensa Latina rilancia le proteste contro Roma. Francia, Spagna e Portogallo mantengono una posizione diversa da quella italiana. E dalle dichiarazioni ufficiali dell’Unione europea emerge una questione politica: come conciliare il riconoscimento dei danni dell’embargo con la rinuncia a sostenerne la revoca?
Washington celebra il risultato, Mosca e Pechino ribadiscono la loro opposizione all’embargo, dall’Avana arrivano accuse contro le pressioni americane e la stampa cubana dà risalto alle proteste italiane contro il governo Meloni. Il voto del 28 ottobre alle Nazioni Unite ha aperto un confronto diplomatico che va ben oltre l’approvazione della risoluzione sulla fine delle sanzioni statunitensi contro Cuba. Al centro delle reazioni c’è anche l’Italia, che per la prima volta dopo oltre trent’anni ha rinunciato a votare a favore del documento, scegliendo l’astensione insieme ad altri governi europei.
La risoluzione è stata approvata con 130 voti favorevoli, 17 contrari e 25 astensioni. Nel 2025 aveva ottenuto 165 voti favorevoli, sette contrari e dodici astensioni. La richiesta di porre fine all’embargo conserva dunque un’ampia maggioranza, ma perde 35 consensi rispetto all’anno precedente, anche per effetto delle assenze e dei cambiamenti di posizione di diverse delegazioni.
Il voto non modifica direttamente le sanzioni, perché le risoluzioni dell’Assemblea generale su questo tema non sono vincolanti. Il risultato assume però un significato politico evidente: gli Stati Uniti sono riusciti a ridurre il sostegno internazionale a una richiesta che per decenni aveva raccolto maggioranze molto più ampie.
L’ambasciatore americano all’ONU, Mike Waltz, non ha nascosto la propria soddisfazione. Secondo quanto riportato da Reuters, ha dichiarato: «I’m satisfied that so many countries now, including major economies like Korea, like Germany, and others have shifted their position». E ha aggiunto: «Diplomacy takes time, but now that we’ve had a tripling of countries that have shifted, we expect that to only continue to grow».
Waltz ha citato espressamente la Germania e la Corea del Sud, non l’Italia. Ma anche Roma figura tra i governi che hanno modificato il proprio voto. La sua astensione ha quindi contribuito al risultato diplomatico rivendicato da Washington, indipendentemente dalle motivazioni con cui la Farnesina ha spiegato la decisione.
Le proteste contro il governo Meloni arrivano sulla stampa cubana
La reazione italiana ha trovato spazio anche sui mezzi d’informazione dell’Avana. Il 28 ottobre Prensa Latina ha pubblicato un articolo dal titolo «Condenan abstención de Italia ante bloqueo de EEUU a Cuba», dedicato alla condanna espressa dall’Associazione nazionale di amicizia Italia-Cuba, ANAIC.
L’associazione ha definito vergognosa la scelta del governo Meloni, interpretandola come una rottura con la tradizione diplomatica italiana e come un segnale di subordinazione alla politica estera americana. Nel comunicato, intitolato Il silenzio degli indecenti, l’ANAIC contesta il fatto che Roma abbia abbandonato una posizione mantenuta da governi di orientamento politico differente.
Prensa Latina ha riportato anche la conclusione della dichiarazione: «Estamos y estaremos siempre del lado de Cuba, por el fin del bloqueo estadounidense, causa principal de los sufrimientos de un pueblo digno y pacífico».
La protesta è stata rilanciata anche dall’ARCI. Il presidente nazionale Walter Massa ha accusato il governo di aver sacrificato l’autonomia della politica estera italiana alla fedeltà verso Washington: «Il Governo italiano ha scelto di piegarsi a Trump, rinunciando a condannare il blocco statunitense e sacrificando sull’altare della fedeltà a Washington la storia di amicizia e solidarietà tra Italia e Cuba».
Massa ha poi contestato l’interpretazione dell’astensione come posizione equidistante: «L’astensione non è neutralità: è una scelta politica. È complicità con chi assedia Cuba, strangola la sua economia e scarica sulla popolazione il prezzo di una punizione collettiva».
Sono giudizi politici particolarmente severi, condivisi da una parte delle organizzazioni di solidarietà e dell’opposizione italiana. Non dimostrano, tuttavia, che il governo Meloni abbia ricevuto ordini o minacce dirette dagli Stati Uniti. L’iniziativa diplomatica americana per ottenere cambiamenti di voto è documentata; l’accusa di subordinazione formulata dalle associazioni resta invece una loro valutazione politica.
Anche la distinzione tra queste proteste e la posizione ufficiale dell’Avana è importante. Prensa Latina ha dato risalto alla contestazione italiana, ma la pubblicazione dell’articolo non equivale a una protesta diplomatica del governo cubano indirizzata specificamente a Roma.
L’Avana denuncia le pressioni americane
Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla ha reagito al voto accusando Washington di aver esercitato pressioni sulle delegazioni per modificare posizioni consolidate.
Reuters ha riportato un suo messaggio pubblicato su X: «The US government is once again isolated in its attempt to continue strangling the Cuban people and subjecting them to an act of collective punishment and genocide».
Rodríguez ha aggiunto: «Neither its most insane pretexts nor its pressures nor media circus will prevail over the force of facts and truth».
Le accuse sono rivolte agli Stati Uniti nel loro complesso e non contengono una condanna nominativa dell’Italia. Esprimono però la lettura politica dell’Avana: nonostante la diminuzione dei consensi, la maggioranza dei Paesi membri delle Nazioni Unite continua a chiedere la fine dell’embargo.
Il confronto tra Cuba e Stati Uniti resta segnato da interpretazioni opposte delle cause della crisi economica dell’isola. Washington attribuisce un peso determinante alle inefficienze del sistema economico cubano, alle restrizioni politiche e alla mancata attuazione di riforme. L’Avana denuncia invece gli effetti delle sanzioni sul commercio, sui finanziamenti, sull’approvvigionamento energetico e sull’importazione di beni essenziali.
Entrambi i fattori incidono sulla situazione. Le debolezze strutturali dell’economia cubana e le limitazioni alle libertà fondamentali sono problemi documentati. Allo stesso tempo, le restrizioni statunitensi aggravano le difficoltà di un Paese alle prese con blackout prolungati, scarsità di carburante, problemi nei trasporti e carenze di medicinali e generi alimentari.
È soprattutto sulla popolazione civile che ricadono le conseguenze della crisi, indipendentemente dalle responsabilità attribuite ai due governi.
Russia e Cina prendono posizione dopo il voto
La reazione internazionale non si è limitata al confronto tra Washington e l’Avana. Il 29 ottobre sono intervenute ufficialmente anche Russia e Cina, entrambe favorevoli alla risoluzione contro l’embargo.
Il ministero degli Esteri russo ha denunciato le pressioni americane sulle delegazioni, sostenendo che il risultato abbia comunque confermato la contrarietà della comunità internazionale alle sanzioni. Nella dichiarazione, Mosca ha affermato: «Nonostante le pressioni e i ricatti, il risultato del voto ha confermato ancora una volta la condanna decisa, pressoché unanime, della comunità internazionale nei confronti dell’embargo illegale e disumano imposto all’Avana».
La posizione russa era stata anticipata il 27 ottobre dal rappresentante permanente alle Nazioni Unite, Vassily Nebenzia, che durante il dibattito aveva dichiarato: «We are aware that, ahead of the current vote, many States have come under considerable external pressure».
Mosca ha inoltre richiamato il rischio che l’aggravamento della crisi economica ed energetica cubana provochi un aumento dei flussi migratori e conseguenze destabilizzanti per la regione caraibica.
Anche Pechino ha criticato duramente la politica americana. Durante la conferenza stampa del 29 ottobre, il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Guo Jiakun, ha dichiarato: «The illegal economic embargo and unilateral economic sanctions imposed by the U.S. against Cuba have lasted for 64 years, inflicting untold suffering on Cuban people».
Il portavoce ha quindi ribadito: «China will continue firmly supporting Cuba’s just effort for safeguarding national sovereignty and dignity, and opposing external interference and embargo».
La Cina ha chiesto agli Stati Uniti di revocare immediatamente l’embargo, confermando la propria opposizione alle misure coercitive unilaterali e alle interferenze negli affari interni cubani.
Né Mosca né Pechino, nelle dichiarazioni citate, hanno attaccato direttamente il governo italiano. Le loro prese di posizione mostrano però quanto il voto sia diventato un elemento del confronto internazionale: mentre Washington rivendica l’indebolimento del sostegno alla risoluzione, Russia e Cina riaffermano la richiesta di revoca delle sanzioni.
La divisione, tuttavia, non coincide semplicemente con quella tra potenze occidentali e Paesi vicini all’Avana. Il comportamento degli Stati europei dimostra che anche all’interno del sistema di alleanze degli Stati Uniti sono emerse scelte differenti.
L’Europa si divide: Francia e Spagna scelgono diversamente dall’Italia
Nel comunicato diffuso dopo il voto, la Farnesina ha ricordato che l’Italia si è astenuta insieme a Germania, Paesi Bassi, Polonia, Grecia, Bulgaria, Romania, Estonia, Lettonia e Croazia. Roma ha dunque condiviso la propria posizione con un gruppo significativo di partner europei.
Ma non si è trattato di una decisione comune dell’Unione europea. Francia, Spagna e Portogallo hanno continuato a votare a favore della risoluzione che chiede la fine dell’embargo.
Il confronto è politicamente rilevante. Parigi, Madrid e Lisbona appartengono allo stesso sistema di alleanze occidentali dell’Italia, intrattengono stretti rapporti con Washington e condividono le preoccupazioni europee sulla situazione dei diritti umani a Cuba. Hanno però mantenuto distinta la critica al governo dell’Avana dalla richiesta di revocare le sanzioni statunitensi.
La posizione italiana non era quindi imposta dall’appartenenza alla NATO o all’Unione europea. Era una scelta diplomatica tra alternative concretamente praticate da altri governi alleati.
A rendere ancora più evidente la divisione è la dichiarazione pronunciata alle Nazioni Unite dall’Irlanda a nome dell’Unione europea e dei suoi Stati membri. Il testo afferma: «We reiterate today our conviction that the economic, commercial and financial embargo imposed by the United States on Cuba has adverse economic and humanitarian impact on the Cuban people».
È una presa di posizione significativa: l’Unione europea riconosce ufficialmente gli effetti economici e umanitari negativi dell’embargo. Nello stesso documento sostiene che la sua revoca potrebbe favorire le riforme e l’apertura dell’economia cubana.
La dichiarazione non risparmia, tuttavia, critiche all’Avana. Bruxelles richiama le violazioni delle libertà civili e politiche, la situazione dei prigionieri politici, le difficoltà dei giornalisti indipendenti e la necessità di riforme economiche strutturali. Contesta inoltre la posizione cubana rispetto all’aggressione russa contro l’Ucraina.
L’Unione europea tiene quindi insieme due valutazioni: la condanna delle violazioni dei diritti umani e delle responsabilità economiche del governo cubano, e il riconoscimento dei danni prodotti dall’embargo statunitense. Ribadisce anche la propria opposizione all’applicazione extraterritoriale delle sanzioni americane, che può colpire imprese e cittadini europei.
La frattura emerge nel passaggio dalle dichiarazioni diplomatiche al voto. Alcuni governi hanno sostenuto la risoluzione, altri hanno scelto di astenersi. Una divergenza che indebolisce la capacità dell’Europa di presentarsi con una posizione unitaria su una questione discussa da decenni alle Nazioni Unite.
Le ragioni della Farnesina e la questione umanitaria
Il governo italiano ha motivato la propria decisione richiamando soprattutto le responsabilità delle autorità cubane. Nel comunicato del 28 ottobre, la Farnesina ha sottolineato la mancata realizzazione delle riforme necessarie, le debolezze strutturali dell’economia, le restrizioni alle libertà politiche ed economiche e la situazione dei prigionieri politici. Ha inoltre richiamato la posizione dell’Avana sulla guerra in Ucraina.
Si tratta di questioni che compaiono anche nelle valutazioni ufficiali dell’Unione europea. Il punto controverso riguarda però il rapporto tra queste critiche e il contenuto della risoluzione.
Il documento sottoposto all’Assemblea generale non chiedeva di approvare il sistema politico cubano. Chiedeva la fine dell’embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti. La scelta di astenersi ha dunque attribuito alle responsabilità del governo dell’Avana un peso sufficiente a interrompere la tradizionale posizione italiana sulle sanzioni.
La Farnesina, peraltro, non nega le conseguenze negative dell’embargo. Riconosce che le restrizioni americane danneggiano l’economia e la popolazione cubana e che la loro revoca potrebbe rendere più efficaci le riforme economiche.
Questa è la contraddizione politica più rilevante del cambiamento di voto: Roma riconosce gli effetti dannosi delle sanzioni, ma rinuncia a sostenere la risoluzione che ne chiede l’eliminazione.
Il governo ha ricordato anche il proprio impegno nella cooperazione umanitaria. Nel 2026 l’Unione europea ha portato a 16 milioni di euro l’assistenza destinata a Cuba, con interventi nei settori della sanità, dell’alimentazione, dell’acqua e dell’energia. La cooperazione italiana comprende dodici iniziative per circa 30 milioni di euro, alle quali si aggiungono circa 32 milioni di euro di cooperazione delegata europea.
Sono interventi concreti e rilevanti per una popolazione che affronta difficoltà crescenti nell’accesso ai servizi essenziali. Ma l’assistenza umanitaria non esaurisce la questione politica. Può contribuire ad alleviare gli effetti della crisi, senza modificare necessariamente le condizioni economiche e finanziarie che la aggravano.
Il confronto con gli altri governi europei resta quindi decisivo: sostenere la revoca dell’embargo non impedisce di chiedere contemporaneamente riforme democratiche, rispetto dei diritti umani e maggiore responsabilità economica alle autorità cubane.
Una discontinuità che pesa sulla politica estera italiana
Il voto del 28 ottobre segna una discontinuità nella politica estera italiana. Dopo oltre trent’anni di sostegno alla risoluzione contro l’embargo, Roma ha scelto l’astensione proprio mentre Washington intensificava la propria iniziativa diplomatica per ridurre il consenso internazionale a favore della richiesta cubana.
Astenersi non equivale a votare per il mantenimento dell’embargo. Ma significa rinunciare a sostenere una risoluzione che l’Italia aveva approvato per decenni, e farlo in un momento in cui il governo stesso riconosce le conseguenze economiche e umanitarie delle restrizioni americane.
Le reazioni successive hanno chiarito la portata internazionale di questa scelta. Gli Stati Uniti rivendicano un successo diplomatico; Cuba denuncia le pressioni americane; Russia e Cina ribadiscono la loro opposizione alle sanzioni; le organizzazioni italiane di solidarietà contestano il governo Meloni. L’Europa, intanto, mostra di non riuscire a tradurre una valutazione comune sugli effetti dell’embargo in un comportamento diplomatico condiviso.
Francia, Spagna e Portogallo hanno dimostrato che si poteva continuare a sostenere la fine delle sanzioni senza rinunciare a criticare il governo cubano. L’Italia ha scelto diversamente, contribuendo al ridimensionamento del consenso internazionale contro l’embargo.
La decisione di Roma non cambia da sola il destino delle sanzioni statunitensi, ma cambia la posizione dell’Italia nel confronto diplomatico sulla loro legittimità. È una svolta politica che resterà ben oltre la votazione del 28 ottobre.
Fonti: Reuters; Nazioni Unite; Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale; Servizio europeo per l’azione esterna (EEAS); Prensa Latina; ARCI; Associazione nazionale di amicizia Italia-Cuba; Associated Press; Euronews; Ministero degli Esteri della Federazione Russa; Missione permanente russa presso le Nazioni Unite; Ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese; Interfax; Xinhua.
