(AGENPARL) - Roma, 8 Ottobre 2026 - Due rilevazioni condotte dall’interno o nell’orbita dell’establishment iraniano delineano un quadro di crescente sfiducia verso le istituzioni politiche e di una domanda sempre più ampia di cambiamento. I numeri non consentono di stabilire quanti iraniani vogliano effettivamente la fine della Repubblica islamica, ma indicano qualcosa di più difficile da ignorare: il consenso verso lo status quo appare ridotto a una minoranza, mentre la distanza tra società e istituzioni si è ampliata.
Uno dei dati più significativi emerge da una ricerca presentata da Ebrahim Hajiani, ex direttore dell’Iranian Students Polling Agency (ISPA), organismo di sondaggi legato allo Stato. Secondo Hajiani, la quota di iraniani che negli ultimi due decenni si dichiara favorevole a un «cambiamento politico fondamentale» sarebbe passata dall’8% al 67%. Un dato che va letto con cautela, perché la definizione di cambiamento politico fondamentale non coincide necessariamente con quella di cambio di regime. La stessa distinzione è essenziale per evitare di trasformare il sondaggio in una misura diretta del sostegno alla caduta della Repubblica islamica.
Una seconda rilevazione, supervisionata da Ali Rabiei, consigliere sociale del presidente Masoud Pezeshkian, restituisce un quadro per molti aspetti convergente. Il 53% degli intervistati si pronuncia a favore di riforme fondamentali, mentre il 19% indica il cambio di regime come soluzione preferita. Il 13% sostiene invece modifiche strutturali limitate. Solo il 9% degli intervistati si dichiara favorevole alla conservazione dello status quo.
È proprio questa convergenza a rendere i dati politicamente rilevanti. I due studi utilizzano categorie e metodologie differenti e non possono quindi essere sommati o messi sullo stesso piano. Tuttavia, entrambi descrivono una società nella quale la fiducia nelle istituzioni è bassa e una parte consistente della popolazione ritiene necessario un cambiamento significativo. La questione centrale diventa allora non soltanto quanto sia grande il malcontento, ma quale forma di cambiamento gli iraniani siano realmente disposti a sostenere.
La fiducia nelle istituzioni ai minimi
I dati sulla fiducia rafforzano il quadro. Secondo Hajiani, soltanto il 7-8% degli intervistati dichiara di avere fiducia nei funzionari politici. La fiducia nei tre principali rami dello Stato risulta invece compresa tra il 25% e il 30%.
La rilevazione di Rabiei presenta percentuali altrettanto problematiche. La magistratura raccoglie poco più del 30% di fiducia, mentre oltre il 54% degli intervistati dichiara di non fidarsi dell’istituzione. Per l’esecutivo la fiducia supera di poco il 25%, a fronte di oltre il 59% di sfiducia. Ancora più bassa è la fiducia nel Parlamento, indicata al 23%, mentre più del 59% degli intervistati esprime sfiducia.
Il quadro cambia quando entrano in gioco le istituzioni di sicurezza. Secondo Hajiani, il 53% degli intervistati ripone fiducia nell’esercito regolare, mentre il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica e la polizia raggiungono entrambi il 46%. La differenza suggerisce che il rapporto tra cittadini e Stato non sia semplicemente riconducibile a un rifiuto generalizzato delle istituzioni, ma presenti una frattura più specifica nei confronti della rappresentanza politica e dell’efficacia del sistema di governo.
Hajiani parla di una «crisi di autorità» e di una «crisi di riferimento». Rabiei descrive invece una crisi che coinvolge contemporaneamente efficienza, fiducia e rappresentanza politica. Definizioni diverse che conducono però a una conclusione simile: una parte consistente della società iraniana non percepisce più le istituzioni politiche come pienamente rappresentative o affidabili.
Il punto di svolta del 2022
Per Hajiani, uno spartiacque fondamentale è rappresentato dalle proteste del 2022, il movimento «Donna, Vita, Libertà» esploso dopo la morte di Mahsa Amini. Da allora, secondo la sua analisi, la società iraniana avrebbe attraversato una trasformazione profonda nelle proprie opinioni su temi come il velo obbligatorio, i rapporti familiari, la religione e il ruolo delle donne.
La lettura di Rabiei è tuttavia più sfumata. Il consigliere presidenziale sostiene che esista ancora un’ampia fascia centrale della società iraniana, insoddisfatta del sistema ma non necessariamente favorevole a una rottura radicale. Si tratterebbe di una maggioranza orientata verso riforme, stabilità e miglioramenti graduali, ma scarsamente rappresentata dai partiti, dai media e dalle istituzioni.
È un elemento importante perché impedisce di leggere automaticamente la crescita della domanda di cambiamento come una richiesta di rivoluzione. I numeri disponibili mostrano un forte malcontento, ma non definiscono con la stessa precisione quale debba essere il futuro politico del Paese.
Il grande limite dei sondaggi: chi non risponde
C’è poi un problema metodologico che pesa sulla lettura dei risultati. Hajiani riferisce che circa il 70% delle persone contattate dai sondaggisti non risponde alle domande. In un contesto nel quale l’espressione pubblica di posizioni sull’autorità dello Stato può comportare conseguenze, il dato non è secondario.
Non è possibile sapere con certezza se chi rifiuta di partecipare sia più o meno critico nei confronti del sistema rispetto a chi accetta di rispondere. Ma proprio questo elemento rende difficile trasformare le percentuali in una fotografia precisa dell’intera società iraniana. Le risposte su temi politicamente sensibili possono inoltre essere condizionate dalla prudenza degli intervistati e dal modo in cui le domande vengono formulate.
La stessa presentazione pubblica delle rilevazioni lascia aperte alcune questioni: non sono disponibili informazioni sufficientemente dettagliate su dimensione dei campioni, metodologia completa e tassi di risposta tali da consentire una valutazione indipendente della rappresentatività dei risultati.
Anche i legami istituzionali dei due ricercatori impongono cautela. Rabiei è consigliere del presidente Pezeshkian, mentre Hajiani ha diretto in passato un’organizzazione di sondaggi affiliata allo Stato. Questo non significa che le rilevazioni siano necessariamente inattendibili, ma rende ancora più importante distinguere ciò che i dati mostrano da ciò che non possono dimostrare.
Una società insoddisfatta, ma non necessariamente orientata alla rottura
Il dato politicamente più significativo, quindi, non è una singola percentuale. È la direzione complessiva che emerge dalle due rilevazioni: la fiducia nei principali organi politici è bassa, la domanda di cambiamento è ampia e soltanto una piccola parte degli intervistati sembra voler conservare il sistema così com’è.
Da questi numeri non si può però dedurre automaticamente che la maggioranza degli iraniani voglia sostituire la Repubblica islamica. Una parte significativa sembra piuttosto orientata verso riforme profonde, mentre un’altra sostiene un cambiamento più radicale. Rimane inoltre una fascia della popolazione che può essere favorevole alla stabilità pur essendo critica verso il governo.
È proprio questa distinzione a rendere i sondaggi particolarmente interessanti. In un Paese dove le autorità devono confrontarsi da anni con proteste, crisi economica, tensioni sociali e crescente distanza tra giovani e istituzioni, anche una ricerca prodotta nell’orbita dell’establishment finisce per registrare una realtà difficile da ignorare.
La domanda che emerge non è quindi soltanto se l’Iran sia attraversato da una crisi di consenso. I dati suggeriscono che quella crisi esista. La questione più complessa riguarda invece la direzione che potrebbe prendere: riforma, cambiamento strutturale o rottura con l’attuale sistema politico. Su questo, i sondaggi non offrono ancora una risposta definitiva.
