(AGENPARL) - Roma, 4 Settembre 2026 - TRIPOLI – La crisi politica libica entra in una nuova fase e questa volta le Nazioni Unite vogliono associare alla diplomazia una variabile che per anni è mancata al processo di transizione: una scadenza.
Stephanie Khoury, Vice Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per gli Affari Politici in Libia, ha dichiarato che la Camera dei Rappresentanti e l’Alto Consiglio di Stato dispongono di un mese dalla firma per approvare l’accordo raggiunto dalla mini-riunione del Comitato “4+4” sulla roadmap politica.
UNSMIL ha già trasmesso il testo alle presidenze delle due istituzioni.
Se arriverà l’approvazione, secondo Khoury, potranno iniziare le discussioni sulla fase successiva.
Se invece Parlamento e Consiglio di Stato non ratificheranno l’intesa, la Missione ONU è pronta a valutare altri meccanismi per far avanzare il processo.
È quest’ultima frase a rendere politicamente importante l’intervento.
Dopo anni nei quali la transizione libica è rimasta intrappolata tra negoziati, governi rivali, controversie costituzionali e rinvii elettorali, l’ONU sta segnalando che il nuovo percorso non dovrebbe dipendere indefinitamente dal veto delle istituzioni esistenti.
Il “4+4” prova a rompere il meccanismo dello stallo
L’accordo nasce da una mini-riunione tra rappresentanti della Camera dei Rappresentanti e dell’Alto Consiglio di Stato.
Il principio è semplice: costruire un terreno comune sufficientemente limitato da essere politicamente accettabile, ma abbastanza concreto da permettere alla roadmap ONU di avanzare.
È una strategia differente rispetto ai grandi accordi onnicomprensivi tentati in passato.
Non risolvere immediatamente ogni controversia libica.
Risolvere prima i nodi senza i quali nessun processo elettorale può cominciare seriamente.
Tra questi Khoury ha indicato due questioni centrali:
completare la formazione dell’Alta Commissione Elettorale Nazionale e definire il quadro giuridico delle future elezioni.
Sono questioni apparentemente tecniche.
In realtà rappresentano il cuore della disputa politica.
La Libia non ha bisogno soltanto di una data elettorale
Annunciare elezioni è relativamente semplice.
Costruire elezioni accettabili da tutti è molto più difficile.
Chi può candidarsi alla presidenza?
Un militare può concorrere?
Un cittadino con doppia nazionalità?
Quali poteri avrà il futuro presidente?
Come verrà eletto il Parlamento?
Quale sarà il rapporto tra presidente e legislativo?
Come saranno risolti i ricorsi?
Chi certificherà i risultati?
Che cosa accadrà se un candidato sconfitto rifiuterà l’esito?
Sono precisamente controversie di questo tipo che contribuirono al fallimento dell’appuntamento elettorale del dicembre 2021.
La Libia quindi non necessita semplicemente di nuove elezioni.
Necessita di regole elettorali che i principali attori siano disposti ad accettare anche quando perdono.
Il vero problema è il giorno dopo il voto
È il punto centrale dell’intera transizione.
Un’elezione può essere tecnicamente perfetta e politicamente disastrosa se una parte del Paese non riconosce il risultato.
In uno Stato nel quale esistono strutture militari e di sicurezza frammentate, il problema diventa ancora più grave.
La domanda decisiva non è soltanto:
“Come votare?”
È:
“Chi garantirà che il risultato venga rispettato?”
Per questo la roadmap ONU deve collegare il percorso elettorale all’unificazione istituzionale.
Khoury mette l’unificazione dello Stato al centro
La diplomatica ONU ha infatti indicato l’unificazione delle istituzioni come uno dei passaggi successivi.
La Libia continua a convivere con strutture politiche e amministrative concorrenti.
Il risultato è una condizione paradossale.
Esiste formalmente uno Stato libico.
Ma l’autorità effettiva rimane distribuita tra istituzioni, governi, strutture militari e centri economici differenti.
Questa frammentazione produce inefficienza.
Ma produce anche interessi.
Ed è qui che nasce il problema.
Lo stallo crea vincitori
La transizione libica viene spesso descritta come una situazione nella quale tutti perdono.
Non è completamente vero.
La popolazione perde.
L’economia perde.
La qualità dei servizi pubblici perde.
Ma alcuni attori politici e istituzionali possono beneficiare della permanenza dello status quo.
Una transizione senza fine consente di mantenere:
incarichi,
influenza,
accesso alle risorse,
controllo amministrativo,
potere negoziale.
Le elezioni introducono invece rischio.
Chi occupa una posizione oggi potrebbe non occuparla domani.
È per questo che un mese conta
La scadenza indicata da Khoury non è soltanto procedurale.
È un tentativo di impedire che il nuovo accordo venga assorbito dal tradizionale meccanismo libico del rinvio.
Studiare.
Consultare.
Modificare.
Rinviare.
Rinegoziare.
Creare una nuova commissione.
E ricominciare.
Una deadline obbliga le istituzioni a scegliere.
Approvare.
Respingerlo.
Oppure assumersi pubblicamente la responsabilità di non decidere.
Il testo è ora nelle mani delle presidenze
UNSMIL ha trasmesso l’accordo ai vertici della Camera dei Rappresentanti e dell’Alto Consiglio di Stato.
Da questo momento la questione diventa soprattutto politica.
Khoury ha spiegato che nei colloqui individuali con membri delle due istituzioni è emerso sostegno all’intesa.
È un segnale incoraggiante.
Ma nella politica libica esiste una differenza fondamentale tra sostegno individuale e decisione istituzionale.
Molti compromessi possiedono una maggioranza teorica.
Pochi riescono a trasformarla in una decisione vincolante.
Il Parlamento dovrà decidere se aprire la fase successiva
La Camera dei Rappresentanti mantiene un ruolo essenziale nella definizione dell’architettura politica ed elettorale.
Lo stesso vale per l’Alto Consiglio di Stato.
Le due istituzioni sono state contemporaneamente protagoniste e prigioniere della transizione.
Devono cooperare per produrre accordi.
Ma ciascuna teme che una concessione possa rafforzare l’altra.
È il classico problema della fiducia.
Nessuno vuole fare il primo passo se non possiede garanzie sul secondo.
Il “4+4” tenta precisamente di ridurre questa distanza.
L’HNEC è molto più di un organismo tecnico
Uno dei primi obiettivi riguarda l’Alta Commissione Elettorale Nazionale.
La HNEC dovrà essere in grado di organizzare elezioni credibili in un ambiente politicamente e logisticamente complesso.
Registri elettorali.
Seggi.
Personale.
Materiale.
Osservatori.
Sicurezza.
Conteggio.
Ricorsi.
Comunicazione dei risultati.
Ogni elemento può diventare terreno di contestazione.
Completare la sua struttura significa quindi creare una delle infrastrutture istituzionali indispensabili per il voto.
Ma nessuna commissione elettorale può sostituire un accordo politico
La HNEC può organizzare le urne.
Non può produrre consenso tra le élite.
Non può disarmare gruppi armati.
Non può costringere candidati e istituzioni ad accettare una sconfitta.
La componente tecnica deve quindi avanzare insieme alla componente politica.
È questo uno dei motivi per cui la roadmap è costruita per fasi.
Se il “4+4” fallisce, l’ONU prepara un’alternativa
La parte più significativa delle dichiarazioni di Khoury riguarda precisamente questa eventualità.
Se Camera e Consiglio di Stato non approveranno l’accordo, UNSMIL ricorrerà ad altri meccanismi.
Khoury non ha trasformato questa possibilità in un ultimatum dettagliato.
Ma il messaggio è chiaro:
il processo non dovrebbe rimanere ostaggio indefinitamente delle stesse istituzioni.
È una posizione politicamente delicata.
Chi decide la transizione?
Qui emerge una domanda fondamentale.
Se le istituzioni libiche non riescono a produrre un accordo, fino a che punto le Nazioni Unite possono costruire percorsi alternativi?
Da una parte esiste la necessità di evitare il veto permanente.
Dall’altra il principio ripetutamente affermato dalla comunità internazionale è che il processo deve essere libico, guidato dai libici e di proprietà dei libici.
L’equilibrio è sottile.
UNSMIL può facilitare.
Può proporre.
Può mediare.
Può esercitare pressione diplomatica.
Ma la legittimità finale deve derivare da un consenso libico sufficientemente ampio.
“Altri meccanismi” non possono diventare una scorciatoia
Qualunque alternativa dovrà quindi evitare un errore già visto in numerosi processi di transizione.
Creare un nuovo organismo ogni volta che quelli precedenti non producono risultati.
Forum.
Commissioni.
Comitati.
Dialoghi.
Tavoli.
Se ogni impasse produce una nuova struttura, il risultato può essere ancora maggiore frammentazione.
La vera sfida è creare un meccanismo con sufficiente legittimità per produrre decisioni che vengano poi rispettate.
L’ONU cerca una pressione dal basso
Khoury ha sottolineato anche un secondo elemento:
la pressione popolare.
È un passaggio interessante.
Per anni il processo politico libico è stato prevalentemente negoziato tra élite.
Parlamentari.
Presidenti di istituzioni.
Leader militari.
Governi.
Diplomatici.
La popolazione è stata spesso destinataria delle decisioni, molto meno protagonista.
UNSMIL vuole invece che la domanda di elezioni e di superamento della divisione produca pressione sui decisori.
Ma chiedere fiducia ai cittadini non basta
Khoury ha riconosciuto un problema ancora più concreto.
È difficile chiedere alla popolazione di credere nel processo politico quando la vita quotidiana continua a deteriorarsi.
Carenza di carburante.
Blackout.
Prezzi elevati.
Servizi insufficienti.
Problemi economici.
Sono questioni apparentemente separate dalla roadmap.
In realtà sono profondamente collegate.
La legittimità comincia dalla vita quotidiana
Un cittadino giudica lo Stato attraverso ciò che vede.
La luce funziona?
Il carburante è disponibile?
Gli stipendi arrivano?
I prezzi sono sostenibili?
Gli ospedali funzionano?
Le strade sono sicure?
Quando la risposta è negativa, il valore di una nuova commissione politica appare inevitabilmente astratto.
È quindi significativo che Khoury abbia collegato esplicitamente condizioni economiche e partecipazione politica.
Il carburante è il simbolo del paradosso libico
Pochi problemi raccontano la Libia meglio della scarsità di carburante.
Il Paese possiede le maggiori riserve petrolifere dell’Africa.
Eppure può soffrire carenze interne.
È il risultato di un sistema nel quale produzione, raffinazione, importazione, sussidi, distribuzione e contrabbando creano enormi distorsioni.
Per il cittadino è difficile accettare che uno Stato ricchissimo di petrolio non riesca sempre a garantire carburante in modo regolare.
Questa contraddizione erode la fiducia istituzionale.
Lo stesso vale per l’elettricità
La Libia possiede risorse energetiche abbondanti.
Ma blackout e instabilità della rete hanno rappresentato per anni un problema strutturale.
Quando manca elettricità, il dibattito costituzionale diventa inevitabilmente secondario.
La politica internazionale spesso dimentica questa realtà.
Le transizioni democratiche non vivono soltanto di leggi.
Vivono anche di servizi.
Economia e politica devono quindi avanzare insieme
La roadmap avrà maggiori possibilità di successo se verrà accompagnata da miglioramenti visibili.
Riduzione dei blackout.
Disponibilità di carburante.
Controllo dei prezzi.
Trasparenza della spesa pubblica.
Investimenti.
Occupazione.
Servizi.
Ogni miglioramento può aumentare la disponibilità della popolazione a partecipare al processo.
Ogni deterioramento può invece rafforzare cinismo e disillusione.
Il petrolio rimane inevitabilmente al centro
La politica libica non può essere separata dall’economia petrolifera.
Le entrate degli idrocarburi finanziano lo Stato.
Controllare le istituzioni significa quindi influenzare la distribuzione delle risorse.
È una delle ragioni per cui l’unificazione istituzionale è così difficile.
Non si tratta soltanto di simboli politici.
Si tratta di denaro.
Bilanci.
Contratti.
Stipendi.
Investimenti.
Appalti.
Unificare lo Stato significa anche unificare il bilancio
Una vera transizione richiederà quindi molto più di un nuovo governo.
Servirà una struttura finanziaria condivisa.
Trasparenza sulle entrate petrolifere.
Regole di distribuzione.
Controlli.
Audit.
Priorità nazionali.
Senza un accordo economico, qualsiasi accordo politico rimarrà vulnerabile.
La pace istituzionale ha bisogno di un modello credibile di condivisione delle risorse.
La Banca Centrale è parte della soluzione
Lo stesso vale per le istituzioni finanziarie.
Una banca centrale funzionante e riconosciuta.
Una politica monetaria coerente.
Un sistema di pagamenti stabile.
Controlli sulla spesa.
La frammentazione economica può sopravvivere anche quando quella politica viene formalmente ridotta.
Per questo la parola “unificazione” deve essere interpretata in senso ampio.
Poi esiste il problema della sicurezza
È probabilmente il nodo più difficile.
Nessuna elezione può consolidare lo Stato se il monopolio della forza rimane frammentato.
Tripoli possiede una complessa architettura di gruppi armati e apparati di sicurezza.
L’est del Paese presenta una struttura differente.
Il sud possiede dinamiche ancora diverse.
Le istituzioni possono firmare accordi.
Ma se gli attori armati non accettano il processo, la transizione rimane vulnerabile.
Le urne hanno bisogno di sicurezza
Servono garanzie per:
candidati,
elettori,
seggi,
funzionari,
osservatori,
tribunali,
materiale elettorale.
E soprattutto serve la certezza che nessun gruppo possa modificare il risultato attraverso la forza.
Il voto non sostituisce la sicurezza.
La presuppone.
Il Fezzan non può essere dimenticato
Un altro errore sarebbe ridurre il futuro della Libia a un accordo tra Tripoli e Bengasi.
Il sud possiede problemi specifici.
Confini.
Contrabbando.
Migrazione.
Comunità locali.
Risorse.
Sicurezza.
Economia.
Qualunque processo realmente nazionale deve includere anche il Fezzan.
Una Libia unificata non può essere costruita soltanto attraverso un compromesso tra le élite della costa.
Anche le municipalità possono avere un ruolo
La politica locale libica ha spesso mostrato capacità di funzionamento superiore rispetto al livello nazionale.
Municipalità e amministrazioni locali potrebbero quindi contribuire a costruire consenso dal basso.
Servizi e partecipazione locale sono strumenti di legittimità.
Se il processo rimane esclusivamente nelle capitali politiche, rischia di apparire distante dalla popolazione.
Il “4+4” può funzionare proprio perché è limitato
La forza dell’accordo potrebbe derivare dalla sua modestia.
Non pretende di risolvere tutto.
Individua passaggi.
Scadenze.
Obiettivi.
Questo approccio incrementale può essere più efficace.
Prima l’accordo.
Poi la ratifica.
Poi HNEC.
Poi quadro giuridico.
Poi istituzioni.
Poi condizioni elettorali.
Poi voto.
La politica libica ha spesso fallito tentando di risolvere contemporaneamente ogni problema.
Ma ogni fase deve essere verificabile
Una roadmap senza indicatori concreti diventa rapidamente una dichiarazione diplomatica.
Servono quindi milestone precise.
Chi deve fare cosa?
Entro quando?
Come viene verificato?
Che cosa accade se non viene fatto?
Chi assume la responsabilità?
È questo che può distinguere la nuova iniziativa dalle precedenti.
Il mese indicato da Khoury è il primo test
La prima verifica è già davanti alla Libia.
Camera dei Rappresentanti e Alto Consiglio di Stato hanno circa un mese dalla firma per pronunciarsi.
Se approveranno rapidamente, la roadmap acquisterà slancio.
Se inizieranno rinvii e controversie procedurali, emergerà immediatamente il problema dello status quo.
È quindi un test politico molto più grande del contenuto tecnico dell’accordo.
La comunità internazionale dovrà parlare con una sola voce
La Libia è stata per anni teatro di interessi esterni concorrenti.
ONU.
Unione Europea.
Stati Uniti.
Italia.
Francia.
Turchia.
Egitto.
Emirati Arabi Uniti.
Qatar.
Russia.
Lega Araba.
Unione Africana.
Quando gli attori esterni sostengono percorsi differenti, le fazioni libiche possono utilizzare queste divisioni per evitare compromessi.
La roadmap funzionerà soltanto se i principali attori internazionali smetteranno di offrire alternative politiche agli attori che bloccano il processo.
La Lega Araba può diventare un ponte
La recente attenzione della Lega Araba verso l’accordo “4+4” è quindi significativa.
Un coordinamento reale tra UNSMIL e organizzazioni regionali potrebbe aumentare la pressione diplomatica e ridurre la proliferazione di percorsi concorrenti.
La Libia non ha bisogno di dieci roadmap.
Ha bisogno che una roadmap venga finalmente attuata.
Anche l’Europa ha molto da perdere
Per Bruxelles la stabilizzazione libica riguarda direttamente:
energia,
migrazione,
Mediterraneo,
terrorismo,
criminalità organizzata,
sicurezza marittima.
L’Europa ha quindi un interesse enorme nel successo del processo.
Ma deve evitare di ridurre la Libia esclusivamente al controllo dei flussi migratori.
La migrazione è in larga parte conseguenza della debolezza dello Stato.
Uno Stato più stabile controllerebbe meglio territorio, coste e confini.
Per l’Italia la posta è ancora più alta
Roma possiede interessi energetici, economici e di sicurezza immediati.
Una Libia stabile significa:
maggiore affidabilità energetica,
più commercio,
più investimenti,
maggiore controllo delle coste,
meno spazio per reti criminali,
minore instabilità nel Mediterraneo centrale.
L’Italia ha quindi interesse a sostenere una soluzione inclusiva senza trasformarsi in sponsor esclusivo di una singola fazione.
La Russia osserva
Anche Mosca mantiene interessi importanti nel Paese.
La posizione libica offre accesso strategico al Mediterraneo e al Nord Africa.
Qualunque processo di unificazione delle istituzioni e delle strutture di sicurezza potrebbe modificare gli equilibri costruiti durante gli anni di divisione.
La dimensione internazionale della crisi non scomparirà con le elezioni.
Ma uno Stato libico più legittimo avrebbe maggiore capacità di negoziare con tutti gli attori esterni.
Il vero obiettivo è restituire sovranità alla Libia
È questo il punto finale.
La roadmap non dovrebbe servire semplicemente a produrre un nuovo governo.
Dovrebbe permettere alla Libia di tornare soggetto della propria politica.
Uno Stato nel quale le istituzioni derivano da un mandato riconosciuto.
Nel quale il bilancio è nazionale.
Nel quale le forze di sicurezza rispondono allo Stato.
Nel quale le risorse petrolifere finanziano servizi e sviluppo.
Nel quale gli attori stranieri negoziano con una Libia, non con molte Libie.
Le elezioni sono il mezzo, non il traguardo
È facile trasformare il voto in un feticcio politico.
Elezioni uguale democrazia.
La realtà è più complessa.
Le elezioni possono aprire la strada alla legittimità.
Ma senza istituzioni, sicurezza e accettazione dei risultati possono persino produrre nuove crisi.
La vera domanda non è quando i libici voteranno.
È se il voto produrrà finalmente istituzioni capaci di governare l’intero Paese.
Khoury cambia quindi il ritmo della transizione
Concedendo un mese alle due istituzioni per pronunciarsi, UNSMIL introduce un elemento essenziale:
il costo del tempo.
Ogni mese di rinvio non è neutrale.
Significa altri mesi di istituzioni divise.
Altri mesi di incertezza.
Altri mesi nei quali investimenti e riforme vengono rallentati.
Altri mesi nei quali i cittadini convivono con problemi che uno Stato più efficace potrebbe affrontare.
Ora la responsabilità passa ai libici
Le Nazioni Unite possono creare una cornice.
La comunità internazionale può esercitare pressione.
Gli Stati regionali possono facilitare.
Ma nessuno può sostituire indefinitamente la politica libica.
Camera dei Rappresentanti e Alto Consiglio di Stato hanno davanti una scelta.
Utilizzare il “4+4” come primo gradino verso un compromesso più ampio.
Oppure trasformarlo nell’ennesimo documento destinato a essere consumato dal tempo.
Un mese per capire se questa volta sarà diverso
La storia della transizione libica è piena di date mancate.
Conferenze.
Roadmap.
Accordi.
Governi temporanei.
Elezioni annunciate.
Commissioni.
Ogni volta la speranza è stata che il nuovo meccanismo fosse quello definitivo.
Per questo nessuno dovrebbe considerare inevitabile il successo del “4+4”.
Ma proprio la limitatezza dell’accordo e la presenza di una scadenza possono rappresentare un vantaggio.
La Libia non deve risolvere tutto entro un mese.
Deve dimostrare di essere capace di compiere un passo verificabile.
Poi un altro.
E un altro ancora.
È così che uno Stato viene ricostruito.
Non attraverso un singolo grande accordo, ma attraverso una sequenza di decisioni rispettate.
Ed è questa, probabilmente, la vera sfida posta dalle parole di Stephanie Khoury:
il prossimo mese non dirà soltanto se Parlamento e Consiglio di Stato approveranno l’accordo “4+4”. Dirà se le istituzioni libiche sono finalmente disposte a trasformare la transizione da uno stato permanente del Paese in un percorso con una vera destinazione: elezioni, istituzioni unificate e uno Stato nuovamente capace di governare se stesso.
