(AGENPARL) - Roma, 18 Giugno 2026 - Il concetto di “isolamento protettivo” di cui ha goduto l’Australia per decenni appartiene ormai al passato. È questo il verdetto senza appello che emerge da un’analisi strategica di alto profilo pubblicata in queste ore dal Lowy Institute, il principale think tank australiano. Il report, che scava nelle pieghe della modernizzazione militare di Pechino, avverte che l’ascesa della Cina come potenza militare di prim’ordine non è più un tema teorico, ma una realtà che sta ridefinendo gli equilibri di potere nell’Indo-Pacifico.
Oltre l’attacco diretto: la minaccia invisibile
L’errore in cui incorrono spesso gli osservatori internazionali — avvertono gli analisti australiani — è concentrare l’attenzione esclusivamente sulla possibilità di un attacco diretto al suolo nazionale. La vera sfida, molto più immediata e insidiosa, corre lungo i canali invisibili della nostra economia e sicurezza:
- Interdizione dei flussi: Pechino dispone già oggi delle capacità tecniche per bloccare le rotte commerciali attraverso i passaggi strategici dell’arcipelago indonesiano, strozzando di fatto l’export australiano.
- Sabotaggio infrastrutturale: La fragilità dei cavi sottomarini, spina dorsale della comunicazione digitale globale, rende l’Australia vulnerabile a interruzioni che potrebbero paralizzare commercio e relazioni diplomatiche.
- Guerra ibrida e cyber: Le operazioni cibernetiche contro le infrastrutture critiche sono già una realtà quotidiana, trasformando il cyberspazio nel primo fronte di un conflitto che non prevede necessariamente l’uso di missili.
Il salto di qualità verso il 2035
Il report del Lowy Institute non si limita a fotografare il presente, ma proietta la minaccia verso il 2035. Se la priorità di Pechino rimane, nel breve periodo, lo scenario di Taiwan, la modernizzazione delle forze armate è progettata per proiettare potenza su distanze enormi. L’introduzione di missili balistici a raggio intermedio (come il DF-27) e il possibile impiego di nuovi bombardieri a lungo raggio rendono il territorio australiano un bersaglio raggiungibile.
Il monito per le democrazie
“La Cina non sta costruendo una forza di facciata”, sottolineano gli autori, ma un esercito pensato per vincere in contesti tecnologicamente avanzati. La pressione strutturale che ne deriva costringe i paesi della regione — inclusa l’Australia — a una scelta: adattarsi alle preferenze di Pechino o rafforzare radicalmente le proprie alleanze difensive.
Non è un caso che questa analisi giustifichi, con estremo rigore tecnico, le storiche decisioni del governo di Canberra: l’accordo AUKUS, l’aumento della spesa militare al 2.4% del PIL e la presenza di forze americane sul territorio non sono più opzioni politiche, ma necessità di sopravvivenza in un ordine regionale che ha smesso di essere pacifico.
Il messaggio che giunge dal Pacifico è chiaro: il tempo del disimpegno è finito. La sfida cinese è sistemica e impone una ricalibrazione totale della strategia di sicurezza delle democrazie occidentali.
Crediti: Foto Zyanya Citlalli/Unsplash
