(AGENPARL) - Roma, 4 Ottobre 2026 - Per oltre mezzo secolo è sembrata una tecnologia appartenente più alla fantascienza che all’economia reale: raccogliere l’energia del Sole nello spazio e trasmetterla sulla Terra.
Ora quella possibilità ha attirato contemporaneamente due clienti che difficilmente potrebbero avere esigenze più concrete: le forze armate degli Stati Uniti e Meta.
Overview Energy ha ottenuto un nuovo contratto nell’ambito dell’Operational Energy Capability Improvement Fund (OECIF) per progettare, costruire e testare un radiofaro di localizzazione destinato al proprio sistema di energia solare spaziale. Il dispositivo dovrebbe permettere ai satelliti di individuare gli impianti fotovoltaici terrestri, agganciare con precisione il ricevitore e dirigervi il fascio energetico proveniente dall’orbita. PR Newswire
È soltanto un componente di un sistema ancora sperimentale. Nessuna costellazione commerciale di Overview sta oggi alimentando città, basi militari o data center.
Ma la tabella di marcia è estremamente ambiziosa:
dimostrazione orbitale nel 2028, prime forniture commerciali previste nel 2030 e un accordo con Meta che concede al gruppo tecnologico accesso anticipato fino a 1 gigawatt di futura capacità. Pathstream
Se funzionasse tecnicamente ed economicamente su grande scala, non avremmo semplicemente un nuovo tipo di pannello solare.
Avremmo cominciato a trasformare lo spazio in parte del sistema elettrico terrestre.
Non è esattamente il vecchio sogno dei giganteschi laser orbitali
Per comprendere il progetto bisogna partire da una distinzione importante.
L’idea generale dello space-based solar power esiste da decenni. Una delle architetture classiche prevede enormi strutture fotovoltaiche nello spazio che raccolgono energia solare, la convertono e la trasmettono verso ricevitori terrestri attraverso microonde o laser.
Il Dipartimento dell’Energia americano descrive da tempo entrambe le architetture e i loro potenziali vantaggi: nello spazio non esistono notte, nuvole e attenuazione atmosferica nelle stesse forme sperimentate da un pannello terrestre. The Department of Energy’s Energy.gov
Overview sta perseguendo un’architettura particolare.
I satelliti raccoglierebbero energia solare e la invierebbero verso impianti fotovoltaici già esistenti sulla Terra sotto forma di luce nel vicino infrarosso. I pannelli terrestri convertirebbero poi quella radiazione in elettricità. Pathstream
Questa differenza è fondamentale.
L’obiettivo non è necessariamente costruire ovunque gigantesche nuove stazioni riceventi dedicate.
È provare a utilizzare almeno parte dell’infrastruttura solare che abbiamo già costruito.
Trasformare un parco fotovoltaico in una centrale che lavora anche di notte
Qui emerge l’idea economicamente più interessante.
Un grande impianto solare terrestre possiede un problema inevitabile:
il Sole tramonta.
La capacità installata rimane fisicamente presente, ma per molte ore non produce elettricità.
Overview vuole utilizzare i satelliti come una sorta di secondo Sole programmabile.
Quando l’impianto terrestre non riceve sufficiente luce naturale, il satellite potrebbe illuminarlo con il proprio fascio nel vicino infrarosso.
Il pannello continuerebbe quindi a produrre.
Overview sostiene che il sistema potrebbe aumentare l’utilizzazione delle infrastrutture fotovoltaiche esistenti senza richiedere nuovo terreno, combustibile o una nuova connessione alla rete per ogni unità di capacità aggiunta. Pathstream
È una proposta radicalmente diversa dal semplice mettere pannelli solari nello spazio.
L’obiettivo è far lavorare più a lungo quelli che esistono sulla Terra.
Ed è qui che entra il radiofaro finanziato dal contratto militare
Trasmettere energia dall’orbita pone però una domanda immediata:
come fa il satellite a sapere esattamente dove inviarla?
È precisamente il problema affrontato dal nuovo contratto.
Il radiofaro dovrebbe essere installato presso il sito ricevente. Il satellite dovrà individuarlo, agganciarsi alla sua posizione e utilizzare quel riferimento per mantenere il fascio orientato correttamente sul campo fotovoltaico. PR Newswire
Sembra un dettaglio, ma non lo è.
Darko Filipi, co-CEO di Overview, ha definito il collegamento spazio-Terra particolarmente critico proprio per applicazioni militari nelle quali l’elettricità deve raggiungere una posizione precisa.
Per una rete civile un errore significa inefficienza. Per una base militare remota, la precisione e l’affidabilità diventano requisiti operativi.
Perché il Pentagono è interessato
Le forze armate possiedono un problema energetico che una utility civile normalmente non incontra:
devono produrre energia anche dove portare carburante è difficile, costoso o pericoloso.
Una base remota può dipendere da convogli. I convogli richiedono camion. I camion richiedono carburante. Servono strade o infrastrutture logistiche. Servono uomini Servono protezione.
E durante una guerra ogni passaggio della catena può essere interrotto.
Overview aveva già ottenuto nel maggio 2026 un contratto dall’U.S. Air Force per studiare come la propria tecnologia potesse contribuire alla resilienza energetica delle operazioni militari in ambienti con logistica limitata o contestata, comprese grandi installazioni statunitensi remote. Pathstream
Il nuovo contratto sul radiofaro sposta l’attenzione verso uno dei componenti tecnici necessari affinché quell’idea possa funzionare.
L’elettricità come problema logistico militare
Questo aspetto merita particolare attenzione.
Una parte enorme della logistica militare consiste nel trasportare energia.
Carburante per gli aerei. Carburante per i veicoli. Generatori. Batterie. Rifornimenti.
Una futura base fortemente elettrificata avrebbe comunque bisogno di energia.
Se una parte potesse arrivare direttamente dall’orbita, il concetto di linea logistica cambierebbe.
Non sarebbe necessario trasportare fisicamente ogni unità di energia fino alla destinazione.
In teoria, parte dell’energia potrebbe essere instradata.
È questa caratteristica, più ancora della riduzione delle emissioni, a rendere il concetto strategicamente interessante per il settore militare.
Un satellite energetico diventerebbe una sorta di infrastruttura di rete orbitale
Immaginiamo per un momento che la tecnologia raggiunga la maturità.
Un satellite potrebbe avere accesso a una regione geografica enorme.
L’energia raccolta non sarebbe necessariamente legata a un singolo consumatore.
Potrebbe essere indirizzata verso un ricevitore.
Poi verso un altro.
Poi nuovamente verso il primo.
Overview afferma che la propria architettura futura dovrebbe essere in grado di spostare la fornitura tra diverse regioni in funzione della domanda. Pathstream
In questa visione, il satellite non assomiglia più semplicemente a una centrale elettrica.
Assomiglia anche a una rete di trasmissione nello spazio.
Ed è probabilmente l’aspetto più rivoluzionario dell’intero concetto.
Meta ha già prenotato fino a un gigawatt
Il Pentagono non è l’unico soggetto disposto a esplorare questa possibilità.
Ad aprile Overview e Meta hanno annunciato un accordo che concede al gruppo tecnologico accesso anticipato fino a 1 GW della futura capacità del sistema.
Un gigawatt.
È una scala da grande infrastruttura energetica.
Ma anche qui bisogna essere molto precisi: non significa che Overview stia già fornendo 1 GW a Meta, né che esista oggi una centrale solare orbitale commerciale da quella potenza.
Si tratta di una prenotazione/accesso anticipato alla capacità futura, subordinata alla realizzazione della tecnologia. I termini finanziari non sono stati resi pubblici. Reuters
Questa distinzione è essenziale perché il progetto deve ancora superare la prova decisiva:
funzionare dall’orbita su scala commercialmente significativa.
Il cliente che rende tutto più interessante è l’intelligenza artificiale
Perché Meta dovrebbe interessarsi a una tecnologia così sperimentale?
Per la stessa ragione per cui Amazon, Microsoft, Google e altri grandi gruppi tecnologici stanno cercando nucleare, geotermia, accumulo e nuove forme di generazione:
l’intelligenza artificiale consuma elettricità continuamente.
I data center non possono dipendere esclusivamente dalla produzione solare nelle ore centrali della giornata.
Meta osserva esplicitamente che la crescita della propria infrastruttura AI richiede maggiore disponibilità energetica e presenta l’accordo con Overview come uno degli strumenti per affrontare i limiti dell’attuale sistema elettrico. Facebook
E così una tecnologia immaginata per decenni dagli ingegneri spaziali incontra improvvisamente un enorme cliente commerciale.
L’intelligenza artificiale.
Il 2028 sarà il primo vero esame
Overview indica il 2028 per la prima dimostrazione orbitale.
Secondo le informazioni pubblicate dalla società e confermate al momento dell’accordo Meta, l’obiettivo commerciale iniziale rimane il 2030. Pathstream
La distanza tra dimostrazione e servizio commerciale sarebbe quindi estremamente ridotta.
Ed è qui che l’entusiasmo deve lasciare spazio alla prudenza.
Dimostrare che un fascio energetico può raggiungere un ricevitore dall’orbita è una cosa.
Costruire un sistema capace di farlo: affidabilmente; ripetutamente; in sicurezza; con elevata disponibilità; con costi competitivi; rispettando la regolamentazione; e su scala da centinaia di megawatt o gigawatt, è un problema enormemente più difficile.
Perché nello spazio non esistono pasti gratis
Il vantaggio fondamentale è evidente: la disponibilità della radiazione solare.
Ma bisogna portare lassù l’hardware.
Ogni chilogrammo deve essere lanciato.
I pannelli devono resistere alla radiazione.
L’elettronica deve sopportare l’ambiente spaziale.
Il sistema deve gestire temperature estreme e vuoto.
I componenti devono funzionare per anni con possibilità di manutenzione molto inferiori rispetto a quelle di una centrale terrestre.
Lo stesso Dipartimento dell’Energia sottolinea che i sistemi fotovoltaici spaziali devono affrontare radiazioni ionizzanti, forti cicli termici, vuoto e severe limitazioni di peso. The Department of Energy’s Energy.gov
La domanda non è dunque se nello spazio esista più energia solare.
Esiste.
La domanda è: quanto costa consegnarne un megawattora utilizzabile sulla Terra?
È il problema che solleva Amory Lovins
Ed è precisamente qui che si concentra una delle critiche più serie alla tecnologia.
Amory Lovins, cofondatore di RMI, ha espresso dubbi non tanto sulla possibilità fisica di far funzionare il concetto, quanto sulla sua sostenibilità economica rispetto ad alternative già disponibili.
È una distinzione fondamentale.
La storia della tecnologia è piena di sistemi che funzionano perfettamente ma che non diventano mai economicamente competitivi.
Perché nel settore energetico il concorrente non è l’impossibile.
È il megawattora alternativo.
Nucleare.
Geotermia.
Solare terrestre più accumulo.
Gas.
Eolico.
Interconnessioni.
Demand response.
Batterie.
Una centrale orbitale non deve soltanto funzionare.
Deve offrire qualcosa che giustifichi il costo e la complessità rispetto a queste alternative.
Ma il confronto puramente sul costo potrebbe non raccontare tutta la storia militare
Per Meta il costo per megawattora sarà inevitabilmente fondamentale.
Per il Pentagono l’equazione può essere diversa.
Quanto vale un megawattora in una base remota?
Quanto costa trasportare combustibile in un teatro operativo?
Quanto costa proteggere quel trasporto?
Quanto vale ridurre una vulnerabilità logistica?
Quanto vale poter inviare energia a una posizione senza costruire una nuova linea elettrica attraverso centinaia di chilometri?
Il valore strategico dell’energia non coincide necessariamente con il suo prezzo all’ingrosso.
Un litro di carburante in una raffineria e lo stesso litro consegnato in una posizione militarmente isolata non hanno lo stesso costo operativo.
Ed è per questo che una tecnologia troppo cara per una rete civile potrebbe comunque trovare inizialmente applicazioni specializzate.
Il vantaggio sul territorio è reale, ma va descritto correttamente
Un altro argomento favorevole riguarda l’uso del suolo.
I grandi impianti fotovoltaici terrestri richiedono superfici considerevoli.
Ma il sistema Overview non elimina completamente questa necessità, perché utilizza proprio impianti fotovoltaici terrestri come ricevitori.
Il vantaggio proposto è più sottile e forse più interessante:
ottenere maggiore produzione dagli stessi siti.
Se un campo solare già collegato alla rete potesse continuare a produrre durante ore nelle quali normalmente sarebbe inattivo, aumenterebbe l’utilizzazione di terreno, connessione e infrastruttura esistenti.
Non è “solare senza terra”.
È, potenzialmente, più energia dalla stessa terra.
E potrebbe affrontare anche una parte del problema delle connessioni alla rete
Negli Stati Uniti costruire nuova generazione non significa semplicemente installare pannelli.
Bisogna collegarli.
E le code di interconnessione sono diventate uno dei grandi colli di bottiglia della trasformazione energetica.
La proposta di Overview consiste anche nello sfruttare impianti che possiedono già un punto di connessione.
Se la capacità aggiuntiva potesse effettivamente essere utilizzata senza richiedere equivalenti nuove infrastrutture di rete — questione che dipenderà comunque dai profili di produzione e dai limiti delle singole connessioni — il valore economico potrebbe diventare significativo.
Ancora una volta, il vantaggio non sarebbe soltanto produrre energia.
Sarebbe utilizzare meglio infrastrutture già pagate.
C’è poi una questione inevitabile: sicurezza
Quando si pronunciano nella stessa frase le parole “satellite”, “Pentagono” e “fascio energetico”, è facile trasformare immediatamente una tecnologia energetica in una storia sulle armi spaziali.
Non è ciò che dimostrano i contratti pubblicamente descritti.
Overview presenta il proprio fascio come luce nel vicino infrarosso a bassa intensità, invisibile e progettata per essere sicura per persone, animali e aeromobili. Pathstream
Il nuovo contratto riguarda il radiofaro necessario a localizzare e agganciare con precisione il ricevitore terrestre. PR Newswire
Questo non elimina la necessità di rigorosi standard di sicurezza, regolamentazione e controllo.
Ma sarebbe scorretto trasformare automaticamente il progetto in un programma di arma laser orbitale.
L’applicazione dichiarata è energetica.
Il problema strategico vero è un altro: la vulnerabilità dell’infrastruttura orbitale
Se un giorno l’energia spaziale diventasse importante per basi militari, reti elettriche o data center, i satelliti stessi diventerebbero infrastrutture critiche.
E quindi potenziali obiettivi.
Jamming.
Cyberattacchi.
Interferenze.
Attacchi antisatellite.
Detriti orbitali.
Guasti.
Tempeste solari.
Interruzioni delle comunicazioni.
Un sistema nato per aumentare la resilienza terrestre potrebbe creare una nuova dipendenza dall’infrastruttura spaziale.
Non significa che il concetto sia sbagliato.
Significa che ogni nuova forma di resilienza crea anche nuove superfici di vulnerabilità.
E questo spiega perché l’interesse militare conta così tanto
Il contratto non certifica che Overview abbia risolto tutti questi problemi.
Non significa che il Pentagono abbia deciso di alimentare le proprie basi con centrali solari orbitali.
E non rappresenta una dimostrazione della sostenibilità economica del sistema.
È però qualcosa di importante:
un cliente istituzionale con esigenze energetiche estreme considera la tecnologia abbastanza interessante da finanziare lo sviluppo di uno dei suoi componenti critici.
Per una tecnologia emergente, è un segnale da non sottovalutare.
Dal satellite per telecomunicazioni al satellite energetico
Se il progetto funzionasse, segnerebbe inoltre un cambiamento concettuale nella funzione economica dello spazio.
La prima grande economia satellitare ha trasmesso informazione.
Televisione.
Telefonia.
Internet.
Navigazione.
Previsioni meteorologiche.
Osservazione terrestre.
La nuova frontiera sarebbe diversa.
Trasmettere energia.
Non bit.
Non immagini.
Non coordinate.
Energia utilizzabile.
È un salto concettuale enorme.
E forse è proprio l’IA ad aver reso improvvisamente urgente un vecchio sogno
La tecnologia solare spaziale non nasce nel 2026.
Il Dipartimento dell’Energia americano ne parlava pubblicamente già molti anni fa. The Department of Energy’s Energy.gov
Ciò che è cambiato è il contesto.
Lanci spaziali più frequenti.
Tecnologie fotovoltaiche migliori.
Elettronica più avanzata.
Nuovi mercati orbitali.
E soprattutto una crescita potenzialmente enorme della domanda elettrica derivante da data center e intelligenza artificiale.
Un’idea futuristica diventa economicamente più interessante quando improvvisamente esiste qualcuno disposto a comprare quantità gigantesche del prodotto.
Meta rappresenta precisamente quel cliente.
Il Pentagono rappresenta invece un cliente disposto a pagare per caratteristiche che vanno oltre il semplice costo dell’elettricità:
precisione, resilienza, mobilità energetica e minore dipendenza dalla logistica del combustibile.
Il 2030 è vicinissimo
Ed è forse questo l’elemento che invita alla maggiore prudenza.
Overview non parla di una tecnologia per il 2050.
Parla di una dimostrazione nel 2028 e di consegne commerciali previste dal 2030. Pathstream
Quattro anni separano quindi il progetto attuale dall’obiettivo commerciale.
Sono pochissimi per un’infrastruttura energetica completamente nuova.
Tra oggi e allora dovranno essere dimostrati non soltanto il satellite e il fascio, ma affidabilità, costi, sicurezza, regolamentazione, produzione industriale, lanci, controllo orbitale e integrazione con gli impianti terrestri.
Per questo il 2028 sarà molto più importante di qualsiasi rendering.
Se funzionasse, cambierebbe una delle regole fondamentali dell’energia
Per tutta la storia industriale abbiamo costruito la produzione energetica vicino alla risorsa oppure trasportato la risorsa vicino al consumatore.
Carbone su ferrovia.
Petrolio attraverso oleodotti e petroliere.
Gas nei gasdotti.
Uranio verso le centrali.
Elettricità lungo linee di trasmissione.
Il solare spaziale propone una possibilità diversa:
raccogliere la risorsa fuori dal pianeta e dirigere l’energia verso il punto nel quale serve.
È un modello radicale.
E proprio per questo deve affrontare uno standard di prova molto elevato.
Non basta dimostrare che sia fisicamente possibile.
Deve dimostrare che sia affidabile.
Sicuro.
Scalabile.
Regolabile.
E soprattutto economicamente sensato.
Dal Pentagono a Meta, la domanda è la stessa
Un data center per l’intelligenza artificiale e una base militare remota sembrano avere poco in comune.
In realtà condividono una necessità fondamentale:
energia continua, affidabile e disponibile esattamente dove serve.
Meta vuole alimentare infrastrutture digitali gigantesche.
Il Pentagono vuole ridurre vulnerabilità logistiche.
Overview propone a entrambi la stessa risposta:
guardare verso l’alto.
È troppo presto per sapere se quella risposta diventerà una nuova industria energetica o rimarrà una tecnologia di nicchia.
Ma qualcosa è già cambiato.
Quando una startup ottiene contemporaneamente interesse militare e una prenotazione commerciale fino a un gigawatt da una delle più grandi aziende tecnologiche del mondo, l’energia solare spaziale smette almeno di essere soltanto un esercizio teorico. Pathstream
Ora deve affrontare la prova che decide il destino di tutte le grandi idee energetiche:
passare dalla possibilità alla dimostrazione, dalla dimostrazione alla scala e dalla scala a un prezzo che qualcuno sia disposto a pagare.
Se Overview riuscirà a farlo, la rete elettrica del futuro potrebbe non fermarsi più sulla superficie terrestre.
Potrebbe estendersi fino all’orbita.
