(AGENPARL) - Roma, 3 Luglio 2026 - Recensione a Ginevra Cerrina Feroni, Il pensiero conforme. Per una critica costituzionale del “politicamente corretto”, con prefazione di Natalino Irti.
Il volume di Ginevra Cerrina Feroni, Il pensiero conforme. Per una critica costituzionale del “politicamente corretto”, edito da Rubbettino, si impone come un contributo di particolare rilievo nel dibattito contemporaneo sulle trasformazioni della libertà di manifestazione del pensiero. La sua importanza non risiede soltanto nell’attualità del tema affrontato, ma soprattutto nella scelta metodologica che lo sorregge: sottrarre il politicamente corretto alla dimensione meramente sociologica, mediatica o polemica, per ricondurlo entro il perimetro concettuale del diritto costituzionale.
L’autrice muove da una tesi forte: il politicamente corretto non è più soltanto un fenomeno culturale, né un codice di buone maniere linguistiche volto a prevenire offese e discriminazioni. Esso ha progressivamente assunto una valenza giuridicamente rilevante, nella misura in cui incide sull’esercizio concreto di diritti fondamentali, ridefinendo i confini sociali della parola lecita, tollerabile, legittima. In questa prospettiva, il libro non si limita a discutere la libertà di espressione in astratto, ma interroga le forme nuove, indirette e spesso non formalizzate attraverso cui tale libertà può essere compressa.
Il punto centrale dell’analisi riguarda infatti la possibilità che una libertà costituzionale venga limitata non soltanto mediante atti autoritativi dello Stato, ma anche attraverso dispositivi sociali di conformazione del linguaggio. La censura contemporanea, sembra suggerire Cerrina Feroni, non assume necessariamente la forma del divieto giuridico. Può manifestarsi come interdizione semantica, come stigma reputazionale, come esclusione simbolica, come pressione collettiva a conformarsi a un lessico ritenuto moralmente obbligatorio.
È qui che il saggio mostra la propria originalità. L’autrice non nega la funzione storica del politicamente corretto come strumento di tutela delle minoranze e di contrasto alle discriminazioni. Il problema sorge quando tale istanza, nata con finalità inclusive, si trasforma in ortodossia prescrittiva; quando la protezione della dignità diventa criterio di selezione preventiva delle opinioni ammissibili; quando il dissenso non viene più considerato un elemento fisiologico del pluralismo democratico, ma una deviazione etica da correggere o neutralizzare.
Il volume si colloca dunque nel punto di tensione fra due esigenze entrambe costituzionalmente rilevanti: da un lato, la tutela della dignità, dell’eguaglianza e della non discriminazione; dall’altro, la salvaguardia della libertà di manifestazione del pensiero, anche nelle sue forme scomode, minoritarie, urticanti. Il merito di Cerrina Feroni consiste nel rifiutare soluzioni semplificatorie. La sua non è una difesa dell’offesa, né una legittimazione dell’arbitrio verbale. È piuttosto una difesa del dissenso come categoria strutturale della democrazia costituzionale.
In tale quadro, l’articolo 21 della Costituzione italiana assume il ruolo di asse portante dell’intera riflessione. La libertà di manifestazione del pensiero non è intesa come libertà ornamentale, concessa entro i limiti della rispettabilità dominante, ma come garanzia essenziale del pluralismo. Una democrazia costituzionale non protegge soltanto le opinioni condivise, pacificate o socialmente approvate; essa deve custodire anche lo spazio del conflitto argomentativo, dell’eresia civile, della parola non conforme.
Particolarmente rilevante è la nozione di “funzionalizzazione” della libertà di espressione. Se la parola è ammessa soltanto in quanto conforme a una finalità etico-politica reputata superiore, la libertà cessa di essere un diritto fondamentale della persona e diventa uno strumento condizionato. Non è più libertà in senso proprio, ma facoltà subordinata all’adesione a un sistema di valori predefinito. È in questo passaggio che il politicamente corretto, da pratica di attenzione linguistica, può trasformarsi in dispositivo di conformismo.
La prefazione di Natalino Irti conferisce al volume una ulteriore profondità teorica. La distinzione fra conformità e conformismo è decisiva. La conformità può essere scelta consapevole, adesione libera a un modello; il conformismo, invece, è pratica sociale di imitazione, ricerca di protezione nella maggioranza, rinuncia alla fatica del giudizio individuale. Richiamando Étienne de La Boétie e la sua idea di “servitù volontaria”, Irti individua nel conformismo non tanto l’effetto di un comando esterno, quanto la disposizione dell’individuo ad adeguarsi spontaneamente allo sguardo collettivo.
Questo profilo è essenziale per comprendere la modernità del problema. Nelle società digitali, il controllo della parola non passa soltanto attraverso apparati pubblici, ma mediante reputazione, consenso, algoritmi, campagne di discredito, dinamiche di esclusione. Il potere non vieta necessariamente: orienta, seleziona, premia, punisce. Non impone il silenzio in modo esplicito, ma rende sempre più oneroso parlare fuori dal perimetro del linguaggio accettato.
Il libro dialoga, anche implicitamente, con la grande tradizione del pensiero liberale e costituzionale: da Tocqueville a Mill, da La Boétie ad Arendt. Tuttavia non si disperde in una ricognizione filosofica generale. La cifra dell’opera resta giuridica. Cerrina Feroni riconduce costantemente il fenomeno alla questione delle garanzie, dei limiti, del bilanciamento tra diritti, della tenuta del pluralismo negli ordinamenti democratici contemporanei.
Da questo punto di vista, Il pensiero conforme è un libro necessario perché costringe il lettore a misurarsi con una domanda cruciale: può una democrazia difendere la dignità senza restringere indebitamente la libertà? E, specularmente, può tutelare la libertà senza ignorare il peso reale delle parole nello spazio pubblico?
La risposta dell’autrice non consiste in una formula astratta, ma in un’esigenza di metodo: razionalizzare il politicamente corretto, riconoscerne la capacità restrittiva, sottrarlo alla spontaneità apparentemente innocua delle pratiche sociali e sottoporlo al vaglio delle categorie costituzionali. Solo ciò che viene nominato può essere criticamente compreso; solo ciò che viene giuridicamente pensato può essere democraticamente governato.
Il pregio maggiore del volume sta dunque nella sua capacità di spostare il discorso dal terreno della polemica culturale a quello della teoria costituzionale. In un tempo dominato da polarizzazioni immediate, Cerrina Feroni invita a tornare al lessico delle garanzie. E ricorda che il costituzionalismo nasce precisamente per impedire che una verità dominante, anche quando si presenti come moralmente superiore, possa assorbire l’intero spazio della libertà.
Il pensiero conforme non è, in definitiva, un libro contro l’inclusione. È un libro contro l’eterogenesi dell’inclusione quando essa, da principio di apertura, diventa criterio di esclusione. Non è un’opera contro la dignità, ma contro l’uso della dignità come argomento capace di neutralizzare preventivamente il dissenso. Non è una difesa della parola irresponsabile, ma della responsabilità della parola libera.
La sua lezione più alta è che la democrazia costituzionale vive del conflitto regolato, non dell’uniformità morale. Vive della possibilità di dissentire, non della rassicurante unanimità del linguaggio. Vive, soprattutto, della consapevolezza che ogni libertà veramente fondamentale deve proteggere anche ciò che inquieta, disturba e mette alla prova il consenso dominante.
Per questo il volume di Ginevra Cerrina Feroni merita di essere letto non soltanto come contributo al dibattito sul politicamente corretto, ma come riflessione generale sul destino della libertà nelle società pluralistiche. Il diritto di dissentire non è un residuo della tradizione liberale: è una condizione di esistenza della democrazia costituzionale.
