(AGENPARL) - Roma, 24 Giugno 2026 - Uno studio sull’efficacia dei vaccini contro il COVID-19, inizialmente destinato alla pubblicazione sulla principale rivista scientifica dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) statunitensi, è stato infine pubblicato su JAMA Network Open dopo essere stato bloccato nei mesi scorsi da dirigenti nominati dall’amministrazione Trump.
La ricerca conferma risultati già emersi in numerosi studi internazionali: il vaccino ha mostrato un’efficacia di circa il 55% nel prevenire i ricoveri ospedalieri legati al COVID-19 e una riduzione del 50% degli accessi ai pronto soccorso e alle strutture di assistenza urgente per la stessa patologia.
Sebbene i dati non rappresentino una novità per la comunità scientifica, la vicenda ha assunto una forte rilevanza politica e istituzionale. Lo studio, infatti, era stato approvato dall’ufficio scientifico del CDC per la pubblicazione sul Morbidity and Mortality Weekly Report (MMWR), la storica pubblicazione dell’agenzia sanitaria americana, ma è stato successivamente fermato dal direttore ad interim Jay Bhattacharya.
Secondo quanto riferito da Althea Grant-Lenzy, responsabile scientifica del CDC, Bhattacharya avrebbe espresso dubbi sul metodo utilizzato dai ricercatori, ritenendolo eccessivamente dipendente da presupposti che potrebbero alterare i risultati. La decisione, tuttavia, non ha impedito agli autori di sottoporre il lavoro a una diversa rivista scientifica, dove ha superato il processo di revisione tra pari ed è stato pubblicato.
Il dibattito sul metodo
Al centro della controversia vi è il cosiddetto “test-negative design”, una metodologia largamente utilizzata per valutare l’efficacia dei vaccini in condizioni reali. Il metodo confronta i pazienti ricoverati o visitati per sintomi respiratori, verificando quanti tra vaccinati e non vaccinati risultino positivi al COVID-19.
Questa impostazione è stata adottata per anni in numerosi studi pubblicati su riviste di prestigio come Pediatrics e New England Journal of Medicine. Tuttavia, Bhattacharya e altri critici sostengono che il metodo possa essere influenzato da variabili come infezioni pregresse o differenze comportamentali tra i gruppi esaminati.
Molti esperti di sanità pubblica respingono tali obiezioni, sottolineando che nessun modello di ricerca è perfetto e che il test-negative design rappresenta attualmente uno degli strumenti più affidabili per ottenere stime tempestive sull’efficacia vaccinale durante l’evoluzione di una pandemia.
Tra questi figura Natalie Dean, biostatistica della Emory University, che in un commento pubblicato insieme allo studio ha evidenziato l’importanza di continuare a monitorare e rendere pubblici i dati sull’efficacia dei vaccini in popolazioni caratterizzate da livelli diversi di immunità e in presenza di varianti virali in continua evoluzione.
Una questione che intreccia scienza e politica
La discussione è emersa nuovamente nelle scorse settimane durante un forum organizzato dal CDC per valutare punti di forza e limiti di questa metodologia. Tra i relatori figuravano sia sostenitori del modello sia critici come Martin Kulldorff, biostatistico noto per aver firmato insieme a Bhattacharya la Dichiarazione di Great Barrington nel 2020, documento che contestava l’efficacia dei lockdown durante la pandemia.
Kulldorff, recentemente nominato da Robert F. Kennedy Jr. in un organismo consultivo federale sui vaccini prima di assumere un incarico presso il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS), ha sostenuto la necessità di studi di durata più estesa per valutare i vaccini anti-COVID.
Il confronto tra sostenitori e critici evidenzia come il dibattito sull’efficacia vaccinale non riguardi soltanto gli aspetti scientifici, ma anche il rapporto tra ricerca, istituzioni sanitarie e decisioni politiche. Nel frattempo, la pubblicazione dello studio consente alla comunità scientifica di disporre di nuovi dati sottoposti a revisione indipendente e accessibili al pubblico.
