(AGENPARL) - Roma, 1 Novembre 2026 - Rezaei conferma tre proposte americane e attende una risposta da Washington. La mediazione prosegue a Doha, mentre Trump torna a evocare attacchi ai siti nucleari e i Paesi del Golfo temono una nuova guerra.
L’Iran riconosce un cambiamento nel linguaggio diplomatico degli Stati Uniti, ma non intende riaprire lo Stretto di Hormuz né avviare negoziati diretti finché Washington non avrà soddisfatto le condizioni poste da Teheran. A chiarire la posizione iraniana è stato Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, in un’intervista alla televisione di Stato del 31 ottobre. Le sue dichiarazioni arrivano mentre i mediatori del Qatar incontrano rappresentanti iraniani a Doha e l’amministrazione Trump mantiene aperta la possibilità di nuove operazioni militari.
Rezaei ha rivelato che gli scambi diplomatici proseguono da oltre un mese e che gli Stati Uniti hanno avanzato tre proposte. La prima sarebbe stata giudicata insufficiente, la seconda più favorevole, mentre la terza conterrebbe ancora punti controversi. Secondo il dirigente iraniano, Teheran attende adesso una risposta americana alla propria posizione.
È un passaggio significativo rispetto alla lettera inviata dal vicepresidente JD Vance, già esaminata da Agenparl nell’approfondimento del 29 ottobre. Quello che appariva come un tentativo di riaprire il dialogo viene ora descritto dalle autorità iraniane come uno scambio negoziale articolato, senza che questo abbia prodotto un accordo.
Rezaei ha confermato di aver letto la lettera di Vance, ma di non aver ancora risposto. Ha definito il tono americano profondamente diverso da quello delle precedenti comunicazioni di Donald Trump. La valutazione positiva non equivale tuttavia a una disponibilità immediata al negoziato.
Sette condizioni e una disputa sulla navigazione
Il punto più delicato riguarda Hormuz. Rezaei ha ribadito che lo Stretto non sarà riaperto alle condizioni richieste dagli Stati Uniti finché non saranno soddisfatte sette richieste iraniane. Il loro elenco completo non è stato reso pubblico in una forma univoca nelle dichiarazioni esaminate, ma le questioni indicate comprendono la fine del blocco navale americano, lo sblocco delle risorse finanziarie iraniane e le modalità di gestione del traffico marittimo.
Non si tratta soltanto di stabilire quando le navi potranno attraversare lo Stretto. Teheran vuole incidere sulle regole del transito, sulle rotte autorizzate e sulla gestione economica della navigazione, comprese le questioni relative alle tariffe. La proposta iraniana prevede un percorso marittimo che le autorità di Teheran descrivono come concordato con l’Oman. Non risulta però una conferma pubblica di Muscat sull’accettazione dell’intero piano.
La controversia è già concreta sul mare. Negli ultimi giorni le autorità iraniane hanno attribuito a mine navali il danneggiamento di petroliere che, secondo la loro ricostruzione, avrebbero utilizzato una rotta meridionale non autorizzata. Washington sostiene invece la possibilità di transitare attraverso percorsi diversi da quelli indicati da Teheran. La sicurezza della navigazione è quindi diventata parte integrante dello scontro politico.
Anche i tempi della riapertura restano controversi. Reuters riferisce che il Qatar ha proposto un piano di sette giorni per ricostruire la fiducia reciproca, ritenuto insufficiente dall’Iran. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha prospettato una riapertura più rapida attraverso modalità negoziate, senza che sia stata annunciata un’intesa operativa.
Per Washington, invece, il programma nucleare iraniano deve entrare subito nel confronto. Teheran chiede concessioni preliminari prima di sedersi a un tavolo diretto. La distanza tra le due impostazioni spiega perché l’intensificazione dei contatti non abbia ancora prodotto una svolta.
Doha tratta, mentre Trump mantiene la pressione militare
Il 31 ottobre una delegazione iraniana ha incontrato mediatori qatarioti a Doha, dopo oltre dodici ore di colloqui svoltisi a Teheran il giorno precedente. Secondo Reuters, la squadra del Qatar mantiene contatti regolari con Washington. Anche il Pakistan continua a svolgere un ruolo nei tentativi di mediazione.
Araghchi ha definito positiva l’iniziativa americana per aprire un dialogo, ma ha escluso incontri immediati con funzionari statunitensi. La diplomazia procede dunque attraverso intermediari, mentre entrambe le parti cercano di ottenere garanzie prima di esporsi a concessioni pubbliche.
A complicare il quadro sono le dichiarazioni militari. Il segretario di Stato Marco Rubio ha affermato che Trump non ha ancora deciso se riprendere gli attacchi contro l’Iran e che la Casa Bianca preferirebbe una soluzione diplomatica. Nelle stesse ore, il presidente americano ha sostenuto che resterebbero uno o due siti nucleari iraniani sui quali gli Stati Uniti potrebbero intervenire rapidamente.
Sul fronte opposto, una dichiarazione attribuita alla guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha prospettato una risposta senza limiti geografici in caso di nuovi attacchi. Rezaei ha precisato che non è stata adottata alcuna decisione ufficiale per modificare la dottrina nucleare iraniana, pur riconoscendo l’esistenza di un dibattito interno sulla questione.
Queste dichiarazioni non dimostrano che una nuova guerra sia stata decisa. Mostrano però che il negoziato si svolge sotto una pressione militare esplicita, con conseguenze potenzialmente estese ai Paesi vicini.
Il Golfo chiede garanzie, non soltanto colloqui
È in questo contesto che assumono rilievo gli interventi del 31 ottobre al Dialogo di Manama, in Bahrain. Il segretario generale del Consiglio di cooperazione del Golfo, Jasem Mohamed Al Budaiwi, ha ribadito la disponibilità degli Stati arabi al dialogo con l’Iran, chiedendo però una risposta concreta da Teheran.
Il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty ha avvertito che una nuova fase del conflitto potrebbe essere più distruttiva della precedente e sfuggire al controllo degli stessi governi che la avviassero. Il Cairo chiede strumenti diplomatici e un maggiore coinvolgimento regionale nelle intese di sicurezza.
Il viceministro degli Esteri saudita Waleed Elkhereiji ha collegato la protezione di Hormuz a quella del Mar Rosso e di Bab el-Mandeb. Per Riyadh, la sicurezza di questi passaggi è una responsabilità condivisa, da affrontare attraverso cooperazione internazionale e rispetto del diritto marittimo.
La posizione saudita evidenzia un aspetto spesso trascurato nel confronto tra Washington e Teheran: un eventuale accordo limitato al programma nucleare non risolverebbe automaticamente le minacce alla navigazione, alle infrastrutture energetiche e ai collegamenti commerciali regionali.
Al vertice del Bahrain, anche rappresentanti britannici, siriani e yemeniti hanno richiamato i rischi legati agli attacchi contro i Paesi arabi e alle attività degli Houthi. Le accuse sui rapporti tra gruppi armati restano da distinguere dalle verifiche indipendenti sui singoli episodi, ma confermano quanto la crisi iraniana si intrecci con la sicurezza dello Yemen e del Mar Rosso.
La novità politica del 1 novembre non è dunque una distensione già raggiunta. È l’emergere di una trattativa più articolata, nella quale Teheran riconosce un cambiamento di tono americano ma pretende risultati preliminari, Washington insiste sul dossier nucleare e i Paesi arabi chiedono garanzie sulla sicurezza delle rotte.
Hormuz rimane il principale punto di pressione. La sua riapertura non dipende soltanto dalla ripresa dei contatti diplomatici, ma dalla possibilità di conciliare richieste iraniane, interessi americani e libertà di navigazione. Fino a quel momento, il dialogo di Doha continuerà a convivere con il rischio di una nuova escalation regionale.
