(AGENPARL) - Roma, 22 Ottobre 2026 - Mentre Teheran richiama Francia e Italia al rispetto dei diritti umani e denuncia il trattamento riservato ai manifestanti europei, la Corte Suprema iraniana ha confermato la condanna a morte di un uomo arrestato durante il movimento di protesta Donna, Vita, Libertà del 2022. Si chiama Manouchehr Fallah, ha 42 anni ed è un lavoratore originario della provincia settentrionale di Gilan. Secondo quanto riportato da Iran International, sulla base delle informazioni diffuse dal canale iraniano Emtedad, la vicenda giudiziaria riguarda l’esplosione di un piccolo petardo nei pressi di un edificio della magistratura locale. Il suo avvocato sostiene che l’episodio abbia provocato danni materiali per circa 56 dollari. Una cifra che, accostata alla pena capitale, solleva interrogativi sulla proporzionalità della sanzione e riporta al centro dell’attenzione internazionale il trattamento giudiziario del dissenso nella Repubblica islamica.
Il caso assume un significato particolare alla luce delle recenti prese di posizione iraniane nei confronti dei Paesi europei. Nelle ultime settimane, infatti, Teheran ha ripetutamente criticato la gestione delle manifestazioni in Francia e in Italia, richiamando i governi occidentali al rispetto delle libertà civili. La conferma della condanna di Fallah impone però di esaminare anche la situazione interna iraniana, dove organizzazioni internazionali per i diritti umani denunciano il ricorso alla pena di morte, processi privi di adeguate garanzie e l’utilizzo delle esecuzioni come strumento di repressione politica. Il confronto non cancella automaticamente le eventuali violazioni commesse in Europa, ma pone una questione di coerenza: quali standard vengono applicati ai manifestanti quando a giudicarli sono le autorità della stessa Repubblica islamica?
Il caso Fallah: una condanna annullata, poi nuovamente confermata
Secondo la ricostruzione pubblicata da Iran International, Manouchehr Fallah era stato arrestato nel contesto delle proteste del 2022, esplose dopo la morte di Mahsa Amini e divenute note a livello internazionale con lo slogan Donna, Vita, Libertà. Il procedimento giudiziario a suo carico riguarda un’esplosione avvenuta intorno all’una di notte all’esterno dell’edificio giudiziario provinciale di Gilan. Il difensore, Milad Panahipour, ha dichiarato che si sarebbe trattato di un piccolo petardo e che i danni materiali sarebbero ammontati a 150 milioni di rial, equivalenti, secondo la conversione riportata dalla fonte, a circa 56 dollari. L’imputazione contestata dalle autorità è tuttavia più ampia del semplice danneggiamento: riguarda la distruzione di proprietà con l’intento di opporsi al governo. È una distinzione necessaria per comprendere il procedimento senza ridurre l’intera vicenda al solo valore economico dei danni.
Fallah era stato inizialmente condannato a morte dalla seconda sezione della Corte rivoluzionaria di Rasht. Successivamente, la sentenza era stata annullata in seguito a una richiesta di nuovo processo, ma un’altra sezione giudiziaria aveva pronunciato nuovamente la pena capitale. La Corte Suprema iraniana avrebbe ora confermato quest’ultima decisione e il fascicolo sarebbe stato trasmesso agli uffici incaricati dell’esecuzione delle sentenze penali a Rasht. La condanna risulta quindi confermata, ma non vi sono, nelle informazioni riportate, elementi per affermare che l’esecuzione sia già avvenuta. La ricostruzione disponibile si basa sulle dichiarazioni della difesa e sulle notizie diffuse dai media citati; il testo integrale della decisione giudiziaria non è stato esaminato direttamente.
Al di là dell’esatto ammontare del danno, la vicenda richiama il principio di proporzionalità della pena e i limiti posti dal diritto internazionale all’applicazione della condanna capitale. Il Patto internazionale sui diritti civili e politici, di cui l’Iran è parte, restringe l’eventuale ricorso alla pena di morte ai reati di maggiore gravità. L’interpretazione del Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani considera incompatibile con tale soglia l’applicazione della pena capitale a reati che non comportino un’uccisione intenzionale. Per questo, se i fatti contestati a Fallah corrispondono alla ricostruzione disponibile, il caso solleva interrogativi che vanno ben oltre il valore dei danni materiali e investono la compatibilità della condanna con gli obblighi internazionali assunti da Teheran.
Le accuse iraniane a Francia e Italia
La conferma della condanna arriva dopo una sequenza di dichiarazioni con cui le autorità iraniane hanno denunciato il comportamento di governi europei nei confronti delle proteste interne. Il 6 ottobre Agenparl aveva ricostruito lo scontro tra Iran e Francia sui diritti umani e sulle manifestazioni, evidenziando come Teheran avesse portato sul terreno diplomatico il tema della tutela dei manifestanti francesi. Il confronto si era poi riacceso il 19 ottobre, quando il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva attaccato il presidente Emmanuel Macron dopo le sue dichiarazioni sul caro energia, in un nuovo scontro tra Parigi e Teheran sulle proteste.
Il giorno successivo, il 20 ottobre, le tensioni avevano assunto anche una dimensione consolare, con la decisione iraniana di sconsigliare i viaggi in Italia, Francia e Belgio. Il 21 ottobre, infine, il confronto aveva coinvolto direttamente Roma: l’Alto Consiglio iraniano per i diritti umani aveva richiamato l’Italia sul trattamento riservato ai partecipanti alle manifestazioni, come riportato da Agenparl nell’articolo «Teheran riprende l’Italia sui diritti umani». In quella vicenda, le critiche iraniane riguardavano le proteste svoltesi nei giorni precedenti in diverse città italiane, tra cui Milano, Torino e Bologna.
Queste iniziative mostrano come il tema dei diritti umani sia entrato stabilmente nella dialettica diplomatica tra l’Iran e alcuni governi europei. Teheran contesta alle capitali occidentali un’applicazione selettiva dei principi di libertà e tutela dei manifestanti; nello stesso tempo, però, il sistema giudiziario iraniano continua a essere oggetto di denunce internazionali per il trattamento riservato agli oppositori e per l’impiego della pena capitale. Il confronto tra le due situazioni non deve trasformarsi in un’equivalenza impropria: eventuali abusi delle forze dell’ordine in Italia o Francia devono essere accertati e sanzionati, ma non sono automaticamente paragonabili a una condanna a morte pronunciata nei confronti di un manifestante. Proprio questa differenza rende necessario valutare ogni episodio sulla base dei fatti, della gravità delle misure adottate e delle garanzie giudiziarie riconosciute alle persone coinvolte.
Amnesty International: almeno 34 esecuzioni legate alle proteste del 2026
Il caso Fallah non emerge in un contesto isolato. In un documento pubblicato il 16 ottobre 2026, Amnesty International ha denunciato l’esecuzione di almeno 34 persone in relazione alla rivolta iraniana del gennaio 2026, dopo procedimenti giudiziari che l’organizzazione descrive come gravemente iniqui e segnati da accuse di tortura. Secondo Amnesty, dall’aprile scorso la Corte Suprema iraniana avrebbe inoltre confermato le condanne a morte di almeno altre 20 persone per reati collegati a quelle proteste, esponendole al rischio imminente di esecuzione. Si tratta di dati riferiti alla repressione del 2026, distinti dal procedimento contro Fallah, che trae origine dalle manifestazioni del 2022.
In un comunicato del 13 ottobre, l’organizzazione aveva inoltre denunciato cinque esecuzioni avvenute tra il 30 settembre e il 5 ottobre, sempre in relazione alle proteste di gennaio. Amnesty ha richiamato l’attenzione su presunte confessioni estorte con la tortura, limitazioni nell’accesso agli avvocati, procedimenti davanti alle Corti rivoluzionarie e mancato esame delle denunce di maltrattamenti. La preoccupazione riguarda quindi non soltanto il numero delle condanne capitali, ma anche la possibilità per gli imputati di difendersi attraverso procedure indipendenti ed eque.
Il quadro generale è ancora più ampio. In un precedente documento del 21 maggio 2026, Amnesty International aveva indicato 2.159 esecuzioni registrate in Iran nel 2025, un dato che comprende diverse categorie di reati e non deve essere confuso con il numero delle persone condannate per aver partecipato alle manifestazioni. L’organizzazione si oppone alla pena di morte in ogni circostanza e sostiene che le autorità iraniane ne facciano anche uno strumento di intimidazione nei confronti del dissenso politico. La distinzione tra il totale delle esecuzioni e quelle specificamente collegate alle proteste è fondamentale per restituire al lettore un quadro accurato della situazione.
Diritti umani e credibilità diplomatica
La vicenda di Manouchehr Fallah pone infine una questione che riguarda direttamente la credibilità delle iniziative diplomatiche iraniane. Quando un governo denuncia la violazione delle libertà fondamentali in un altro Paese, le sue affermazioni devono essere esaminate nel merito e non respinte soltanto per la provenienza politica. Tuttavia, lo stesso criterio richiede di valutare con altrettanto rigore le pratiche interne di chi formula quelle accuse. Nel caso dell’Iran, la conferma di una condanna a morte legata a un episodio di protesta, insieme ai dati raccolti da Amnesty International, rende particolarmente evidente la distanza tra i richiami rivolti all’Europa e le contestazioni internazionali mosse al sistema giudiziario della Repubblica islamica.
La domanda non è se l’Iran abbia il diritto di criticare Francia e Italia: ogni governo può sollevare questioni relative ai diritti umani, e le eventuali violazioni devono essere accertate indipendentemente da chi le denunci. Il punto è se Teheran sia disposta ad applicare alle persone che manifestano sul proprio territorio le stesse garanzie di libertà, proporzionalità e tutela giudiziaria che richiama nei confronti degli altri Stati. Per Manouchehr Fallah, la questione ha un significato immediato e concreto: una sentenza capitale confermata, dopo un percorso giudiziario già segnato da un annullamento e da una nuova condanna, mentre il suo avvocato descrive un episodio che avrebbe provocato danni materiali limitati.
Il caso dei 56 dollari non è dunque soltanto una notizia giudiziaria iraniana. È anche un banco di prova per la coerenza dei principi che Teheran invoca nel confronto con l’Europa. E soprattutto riguarda la vita di un uomo per il quale, secondo le informazioni disponibili, la pena di morte non è ancora stata eseguita e il rischio resta concreto.
