(AGENPARL) - Roma, 7 Ottobre 2026 -
Il vicepresidente Usa ammette che Washington non ha chiaro chi abbia realmente il potere decisionale in Iran. La Casa Bianca chiede concessioni concrete sul nucleare, mentre la guerra continua a pesare sull’energia e sulla politica americana
Il vicepresidente americano JD Vance, in un’intervista a Reuters, ha spiegato che gli Stati Uniti sono in contatto con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e con il ministro degli Esteri Abbas Araqchi, ma non hanno la certezza di quale sia il loro effettivo grado di autorità all’interno della struttura di potere iraniana. «Una delle cose che abbiamo capito è che non è del tutto chiaro come il loro Paese prenda le decisioni», ha detto Vance.
L’incertezza assume un peso particolare mentre Washington e Teheran cercano di trovare un’intesa per fermare il conflitto e riaprire lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio mondiale di petrolio e gas. Gli Stati Uniti devono infatti capire non soltanto quali condizioni l’Iran sia disposto ad accettare, ma anche chi abbia il potere di garantire che un eventuale accordo venga rispettato.
Il problema della leadership iraniana
Secondo Vance, la difficoltà è legata anche agli sconvolgimenti provocati dalla guerra. Gli attacchi congiunti statunitensi e israeliani all’inizio del conflitto hanno ucciso la Guida suprema Ali Khamenei, modificando profondamente gli equilibri del potere iraniano. Washington continua a trattare con Pezeshkian e Araqchi, ma il vicepresidente americano sostiene che non sia ancora possibile stabilire con certezza quanto controllo abbiano sulle decisioni strategiche del Paese.
Il dubbio è stato espresso anche dal presidente Donald Trump, che separatamente ha definito proprio questo il suo «problema più grande»: secondo Trump, nessuno sa chi stia realmente guidando l’Iran. Una posizione contestata da Teheran.
Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha infatti sostenuto che gli Stati Uniti sanno perfettamente chi siano i loro interlocutori e come funzioni il sistema decisionale iraniano. Secondo Baghaei, il problema sarebbe piuttosto rappresentato dalle posizioni contraddittorie e dai messaggi divergenti provenienti dagli stessi funzionari americani.
Washington vuole fatti sul nucleare
Sul programma nucleare, invece, la posizione americana è molto più netta. Vance ha detto che qualsiasi accordo per mettere fine alla guerra dovrà prevedere una riduzione significativa della capacità iraniana di arricchimento dell’uranio. Washington, ha spiegato, non considera sufficienti semplici promesse sul comportamento futuro di Teheran: vuole una modifica concreta della capacità di arricchimento.
Il vicepresidente ha collegato direttamente la questione al timore che l’Iran possa arrivare a costruire un’arma nucleare. Se Teheran sostiene di non volerla, ha argomentato Vance, dovrebbe dimostrarlo riducendo la produzione di materiale altamente arricchito. «Non scambieremo parole per azioni», ha detto, indicando così la linea rossa americana nei negoziati.
Stati Uniti e Iran si sono scambiati nelle ultime settimane diverse proposte per cercare di mettere fine al conflitto e riaprire lo Stretto di Hormuz ma il presidente Trump ha respinto l’ultima proposta iraniana e ha avvertito che le operazioni militari potrebbero intensificarsi dopo le elezioni di metà mandato americane.
Vance ha comunque sottolineato che Washington resta disponibile a un accordo. Il vicepresidente, che ha avuto un ruolo importante nei tentativi diplomatici, ha però chiarito che Teheran dovrà accettare concessioni concrete sul programma nucleare. La Casa Bianca non intende quindi considerare sufficienti dichiarazioni di intenti o impegni generici.
Hormuz resta al centro della crisi
Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei nodi più delicati dell’intera vicenda. La guerra ha già provocato forti scosse sui mercati energetici e la sua riapertura è diventata uno degli obiettivi centrali dei negoziati, proprio perché attraverso quella rotta passa una quota essenziale del traffico mondiale di energia.
Vance ha raccontato di aver avuto conversazioni personali con comandanti sul campo per valutare l’andamento delle operazioni. Ha inoltre respinto le preoccupazioni relative a una possibile carenza di munizioni americane. Secondo il vicepresidente, le forze iraniane sono ancora periodicamente in grado di colpire navi commerciali nello stretto, ma non riescono a impedire in maniera sistematica le esportazioni di energia attraverso la via marittima.
La questione di Hormuz rende quindi il negoziato molto più ampio della sola questione nucleare. La riapertura della rotta avrebbe effetti diretti sulla disponibilità di petrolio e gas sui mercati internazionali e, di conseguenza, sui prezzi dell’energia per famiglie e imprese.
La guerra pesa sulla politica americana
Il conflitto sta diventando nel frattempo anche un problema politico interno per l’amministrazione Trump. Vance ha stimato in circa 3 miliardi di dollari al mese il costo della guerra per gli Stati Uniti, mentre l’aumento dei prezzi dell’energia sta mettendo sotto pressione il presidente e il Partito repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato.
Il vicepresidente ha cercato di difendere la gestione della crisi da parte di Trump durante la campagna elettorale, sostenendo che gli elettori non dovrebbero permettere che la guerra li spinga a non votare per i candidati repubblicani. L’aumento del costo della vita e dell’energia è infatti diventato uno dei temi più delicati per l’amministrazione.
Vance si trovava in Alaska per sostenere il senatore repubblicano Dan Sullivan, impegnato in una difficile corsa per la rielezione contro la democratica Mary Peltola. Trump aveva vinto lo Stato con 13 punti di vantaggio nel 2024, ma l’aumento dei costi quotidiani ha reso l’Alaska più competitiva.
Durante il comizio, Vance ha dedicato una parte significativa del suo intervento proprio al problema dell’accessibilità dei beni e dell’energia. La particolare posizione geografica dell’Alaska rende molti prodotti più costosi per i consumatori, mentre la produzione energetica rappresenta uno dei settori fondamentali dell’economia dello Stato.
Il futuro di Vance
L’intervista ha toccato anche il futuro politico del vicepresidente. Vance è considerato uno dei possibili candidati repubblicani alla Casa Bianca nel 2028, ma ha detto di non aver ancora deciso se scendere in campo.
«Sono per natura un procrastinatore», ha risposto Vance, spiegando di non aver riflettuto molto sulla possibilità di candidarsi. Per il momento, il suo ruolo resta concentrato sulla gestione della crisi con l’Iran e sui tentativi di trovare una soluzione diplomatica al conflitto.
Vance non ha voluto dire se sia lui a guidare personalmente i negoziati di pace, anche se viene frequentemente indicato come il principale negoziatore dell’amministrazione. «Siamo certamente coinvolti», ha detto. «Alla fine, è il presidente degli Stati Uniti a guidare tutto».
La trattativa resta quindi sospesa tra due questioni. Da una parte Washington chiede a Teheran una riduzione concreta della capacità di arricchimento dell’uranio e vuole riaprire lo Stretto di Hormuz. Dall’altra, proprio mentre cerca un interlocutore con cui chiudere la guerra, la Casa Bianca ammette di non avere ancora una risposta definitiva alla domanda più elementare: chi ha davvero il potere di decidere in Iran?
