(AGENPARL) - Roma, 11 Settembre 2026 - La chiusura del cerchio sullo Stretto di Bab al-Mandab da parte degli Houthi e il consolidamento del controllo iraniano sui due colli di bottiglia energetici del Medio Oriente ridisegnano d’un tratto la geografia economica e militare globale. Non siamo di fronte a una semplice escalation locale nello Yemen, ma al completamento di una tenaglia geostrategica: con Hormuz sbarrato da mesi e il Mar Rosso interamente sotto il controllo dei miliziani filo-iraniani, Teheran e i suoi alleati detengono ora il monopolio delle arterie da cui transita il greggio mondiale.
L’asse del controllo e il fattore saudita
La presa di Mocha, dell’isola di Mayyun e dell’arcipelago delle Hanish non lascia margini di manovra al governo internazionalmente riconosciuto né all’Arabia Saudita. Riyadh, già costretta a dirottare le proprie esportazioni verso la costa occidentale dopo il blocco del Golfo Persico, subisce ora il contraccolpo diretto sul gasdotto Est-Ovest, bersagliato da raid recenti che confermano la vulnerabilità dell’infrastruttura.
Il plauso arrivato da Teheran — con Mohammad Mokhber che celebra apertamente la “vittoria sonora” — sancisce plasticamente la scommessa strategica della Repubblica Islamica. Il tentativo degli Houthi di rassicurare la comunità internazionale sulla sicurezza della navigazione (ad eccezione delle navi saudite, ovviamente bandite) suona come una foglia di fico geopolitica di fronte a mercati che hanno già reagito con violenza: il Brent sopra i 107 dollari al barile e il diesel negli Stati Uniti oltre la soglia psicologica dei sei dollari fotografano l’impatto sistemico di una crisi che bussa direttamente alla porta della campagna di metà mandato di Donald Trump.
Un puzzle regionale in ebollizione
Il quadro si complica ulteriormente se si guarda ai movimenti paralleli registrati sul fronte diplomatico e militare. Mentre l’Iran annuncia per lunedì un vertice cruciale in Oman con gli Stati del Golfo per discutere proprio dello sblocco di Hormuz, la tensione globale resta incandescente: dai presunti attacchi alle forze americane in Giordania alle infrastrutture di Hezbollah nel mirino di Israele, fino alla postura di Teheran al vertice BRICS in India, dove il presidente Masoud Pezeshkian ha definito critica la pressione di Washington.
L’ONU avverte del rischio di un punto di non ritorno, ma sul terreno la diplomazia è sovrastata dalla forza dei fatti compiuti. Lo Yemen sprofonda nuovamente in una spirale che azzera gli anni di tregua, mentre l’Europa e l’Asia assistono impotenti alla militarizzazione definitiva dei propri cordoni ombelicali energetici.
