(AGENPARL) - Roma, 25 Agosto 2026 - La situazione geopolitica in Medio Oriente vive ore di profonda trasformazione. L’amministrazione statunitense ha ufficialmente rimosso la Siria dalla lista degli Stati che sostengono il terrorismo, segnando l’inizio di una nuova era nei rapporti tra Washington e Damasco. Tuttavia, questa apertura internazionale si scontra con le crescenti tensioni sul campo, con i recenti raid militari condotti da Israele e con una strategia di sicurezza regionale che a Tel Aviv suscita fortissime preoccupazioni.
La rimozione dalla blacklist e il piano di ricostruzione
L’ambasciata degli Stati Uniti in Siria ha annunciato che il Segretario di Stato Marco Rubio ha decretato la cancellazione ufficiale della classificazione del Paese come stato sponsor del terrorismo. La decisione rappresenta un passo fondamentale nella transizione della Siria dall’isolamento internazionale al partenariato, con l’obiettivo dichiarato di trasformarla in una nazione alleata nella lotta al terrorismo.
Il Dipartimento del Tesoro ha evidenziato che la misura punta ad aprire la strada a investimenti e commerci per la ricostruzione. Il principio guida dell’amministrazione guidata da Donald Trump, sintetizzato nello slogan “prima la sicurezza, poi la prosperità”, offre a Damasco una concreta opportunità di reintegrazione globale, subordinata alla trasformazione di questa fase in una stabilità permanente.
Il fronte israeliano: tra la paura dell’accerchiamento e la linea dura di Netanyahu
Mentre Washington apre al dialogo e alla ricostruzione economica, per Israele la situazione in Siria viene letta attraverso la lente di una minaccia esistenziale in rapida evoluzione. Dalla caduta del regime di Assad nel dicembre 2024, le forze israeliane mantengono il controllo di alcune aree cuscinetto nel sud-ovest della Siria, considerate vitali per impedire che il confine si trasformi in una testa di ponte per milizie ostili o potenze regionali avverse.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e i vertici della sicurezza di Tel Aviv guardano con estremo sospetto al tentativo della Siria di ricostruire il proprio esercito nazionale, soprattutto se fatto in stretta sinergia con la Turchia. È questa preoccupazione profonda che ha spinto l’aviazione israeliana a colpire la base aerea siriana di Abu Al-Duhur, vicino al confine turco: un’azione preventiva che, nelle intenzioni di Israele, mirava a bloccare sul nascere il dispiegamento di forze di Ankara nel nord-ovest del Paese.
Nei colloqui di Amman — mediati dagli Stati Uniti e che hanno visto il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani incontrare il capo del Mossad Roman Gofman — Damasco ha chiesto il ritiro delle truppe israeliane dal sud-ovest. Tuttavia, Israele pretende di mantenere una “libertà d’azione” militare illimitata all’interno dello spazio aereo e del territorio siriano per colpire obiettivi ritenuti pericolosi. Una richiesta che la diplomazia di Damasco ha rispedito al mittente, rivendicando la piena sovranità nazionale e rifiutando qualsiasi accordo che trasformi la Siria in un “protettorato” sotto il fuoco incrociato di Tel Aviv.
I colloqui di Amman e il cortocircuito diplomatico
Il braccio di ferro diplomatico e militare rischia di vanificare la mediazione di Washington. Da un lato la Siria cerca garanzie di sicurezza e investimenti globali; dall’altro rifiuta il ricatto di subire bombardamenti unilaterali. Gli attacchi ordinati da Israele non fanno che esasperare gli animi, creando un vero e proprio cortocircuito strategico tra la linea morbida e incentivante degli Stati Uniti e la linea muscolare e intransigente di Israele.
L’ombra del “Mecca defence pact”
Proprio per fronteggiare la pressione militare israeliana e blindare la propria sovranità territoriale, la Siria starebbe valutando l’ingresso nel nuovo patto di mutua difesa siglato tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan (il Mecca defence pact).
Secondo gli analisti, la strategia aggressiva e solitaria di Israele rischia di ottenere l’effetto paradossale e opposto a quello sperato: invece di isolare Damasco e fermare l’influenza di Ankara, i raid accelerano la creazione di un grande blocco regionale sunnita e filo-turco ai confini dello Stato ebraico, materializzando proprio quell’accerchiamento geostrategico che Tel Aviv teme di più.
