(AGENPARL) - Roma, 23 Agosto 2026 - Il tentato colpo di Stato dell’agosto 1991 nell’Unione Sovietica durò appena tre giorni, ma fu sufficiente per modificare radicalmente gli equilibri politici a Mosca. Il putsch organizzato dall’ala conservatrice dell’apparato sovietico per fermare le riforme di Michail Gorbaciov fallì, ma il suo insuccesso non restituì al presidente dell’URSS il potere precedente. Al contrario, contribuì alla spettacolare ascesa del suo principale rivale, Boris Eltsin, e accelerò un processo di disgregazione che si sarebbe concluso appena quattro mesi dopo con la scomparsa dell’Unione Sovietica.
A 35 anni dagli eventi del 1991, gli storici Kamil Nedvědický, dell’Istituto per lo Studio dei Regimi Totalitari, e Matěj Bílý, dell’Istituto di Storia Contemporanea dell’Accademia delle Scienze, hanno ricostruito per l’agenzia ceca ČTK le conseguenze politiche di quei giorni.
Il paradosso del golpe fu evidente: i conservatori tentarono di salvare l’URSS e il sistema sovietico, ma contribuirono ad accelerarne la dissoluzione. Cercarono di eliminare politicamente Gorbaciov, ma finirono per consegnare l’iniziativa a Eltsin.
19 agosto 1991: il golpe contro Gorbaciov
Il tentativo di colpo di Stato iniziò il 19 agosto 1991.
Una parte dell’élite politica e militare sovietica considerava ormai intollerabili le conseguenze delle riforme introdotte da Gorbaciov attraverso la perestrojka e la glasnost. Secondo i settori conservatori del Partito Comunista, quelle politiche avevano indebolito lo Stato, destabilizzato l’economia, favorito i movimenti nazionalisti nelle repubbliche sovietiche e provocato una drastica perdita di influenza internazionale.
Il tentativo di rovesciamento non proveniva da oppositori esterni al sistema. Al contrario, tra i protagonisti figuravano uomini collocati ai vertici dello stesso apparato sovietico.
Tra questi vi erano il ministro della Difesa Dmitrij Jazov, il ministro degli Interni Boris Pugo e il primo ministro Valentin Pavlov.
La partecipazione di uomini così vicini al vertice dello Stato dimostrò quanto Gorbaciov fosse diventato politicamente vulnerabile.
Secondo Nedvědický, l’obiettivo fondamentale dei golpisti era riportare il sistema verso un modello simile a quello precedente all’arrivo di Gorbaciov, associato all’epoca di Leonid Brežnev: maggiore centralizzazione politica, predominio del Partito Comunista e arresto delle trasformazioni che stavano cambiando rapidamente la società sovietica.
Gorbaciov isolato in Crimea
Quando il golpe ebbe inizio, Gorbaciov si trovava con la famiglia nella sua residenza di vacanza in Crimea.
I congiurati lo isolarono e gli chiesero di rinunciare alle proprie funzioni. Il presidente sovietico rifiutò.
Formalmente Gorbaciov era ancora il capo dello Stato, ma per alcuni giorni rimase tagliato fuori dal centro del potere mentre a Mosca i golpisti annunciavano la creazione del Comitato statale per lo stato di emergenza.
La situazione mostrava però una debolezza fondamentale dei congiurati: controllare alcune delle principali istituzioni dello Stato non significava necessariamente possedere la capacità politica di governare il Paese.
Fu proprio in quello spazio che intervenne Boris Eltsin.
L’ascesa di Boris Eltsin
Nel 1991 Eltsin era presidente della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, la più grande e importante delle repubbliche che componevano l’URSS.
Era inoltre diventato uno dei principali avversari politici di Gorbaciov.
Le divergenze tra i due non erano marginali. Eltsin riteneva insufficienti le riforme gorbacioviane e sosteneva un trasferimento molto più consistente di poteri dal centro sovietico alle repubbliche.
Quando iniziò il golpe, Eltsin comprese rapidamente che la crisi poteva trasformarsi in un momento decisivo.
Si oppose apertamente al Comitato di emergenza e fece della Casa Bianca di Mosca, sede delle istituzioni della Russia sovietica, il centro della resistenza politica.
L’immagine simbolo: Eltsin sul carro armato
Fu in quelle ore che nacque una delle immagini più celebri della storia contemporanea russa: Boris Eltsin in piedi su un carro armato davanti alla Casa Bianca di Mosca.
La fotografia divenne il simbolo della resistenza al golpe.
Eltsin invitò la popolazione a opporsi ai congiurati e denunciò il tentativo di rovesciamento dell’ordine costituzionale. Migliaia di cittadini raggiunsero l’area intorno alla sede del parlamento russo.
La capacità di Eltsin di mobilitare l’opinione pubblica risultò determinante, ma ancora più importante fu il comportamento delle forze armate e degli apparati di sicurezza.
I golpisti non riuscirono infatti a ottenere un’obbedienza compatta.
Secondo la ricostruzione di Bílý, Eltsin conquistò l’appoggio di una parte decisiva dell’esercito e dell’apparato di sicurezza. Senza la disponibilità delle forze armate a eseguire integralmente gli ordini, il golpe diventò estremamente difficile da portare a termine.
Il golpe fallisce in tre giorni
Tra il 21 e il 22 agosto il tentativo di colpo di Stato collassò.
Gorbaciov poté lasciare la Crimea e tornare a Mosca. I principali protagonisti della cospirazione furono arrestati o rimossi.
In apparenza, il presidente sovietico aveva vinto.
Era stato sequestrato, aveva rifiutato di arrendersi ai golpisti ed era tornato al Cremlino dopo il fallimento della loro operazione.
Politicamente, però, la situazione era completamente diversa.
Il vero vincitore della crisi era Boris Eltsin.
Come osserva Bílý, Eltsin emerse dagli eventi come il nuovo egemone politico, mentre Gorbaciov risultò drasticamente indebolito.
Una vittoria che diventò una sconfitta per Gorbaciov
Il fallimento del golpe rivelò infatti due problemi fondamentali per Gorbaciov.
Il primo riguardava il suo stesso apparato di potere. Alcuni dei funzionari più importanti dello Stato avevano partecipato direttamente alla congiura.
Il secondo era ancora più grave: l’uomo che aveva guidato pubblicamente la resistenza non era stato Gorbaciov, isolato in Crimea, ma Eltsin.
Nel giro di pochi giorni il rapporto di forza tra il presidente dell’Unione Sovietica e quello della Russia si rovesciò.
Gorbaciov conservava la carica istituzionalmente più prestigiosa, ma Eltsin possedeva ormai una crescente capacità di determinare gli eventi.
Il Partito Comunista sotto accusa
Una volta sconfitto il golpe, Eltsin utilizzò il coinvolgimento di importanti esponenti comunisti nella cospirazione per colpire il cuore stesso del sistema politico sovietico.
La necessità di indagare sul ruolo del Partito Comunista nel tentato colpo di Stato fornì la giustificazione politica per intervenire sulle sue strutture.
Secondo la ricostruzione degli storici, Eltsin impose la chiusura della sede del partito e contribuì a paralizzarne l’apparato.
Per Gorbaciov si trattava di un colpo devastante.
Per anni aveva cercato di riformare il sistema sovietico dall’interno, mantenendo il Partito Comunista come elemento centrale dell’architettura politica. Ora quella stessa organizzazione veniva travolta dalle conseguenze del golpe.
24 agosto: Gorbaciov lascia la guida del PCUS
Il 24 agosto 1991, pochi giorni dopo il fallimento del putsch, Gorbaciov lasciò la carica di segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica.
È uno dei passaggi fondamentali per comprendere la velocità con cui il vecchio sistema si disgregò.
Gorbaciov rimase presidente dell’URSS, ma non disponeva più dello stesso apparato politico che aveva sostenuto il potere sovietico per decenni.
Le strutture del partito furono progressivamente smantellate e i rapporti di forza si spostarono sempre più verso i governi delle singole repubbliche.
La Russia di Eltsin diventò il principale centro politico alternativo alle istituzioni dell’Unione.
Un “direttore d’orchestra senza orchestra”
Nedvědický descrive efficacemente la situazione di Gorbaciov dopo agosto 1991 definendolo una sorta di “direttore d’orchestra senza orchestra”.
La presidenza sovietica continuava formalmente a esistere, ma il potere reale si stava trasferendo altrove.
Le repubbliche dell’URSS cominciavano a discutere direttamente tra loro del proprio futuro, mentre diverse acceleravano il processo verso l’indipendenza.
Gorbaciov continuava invece a perseguire un obiettivo differente: preservare una qualche forma di Unione riformata.
Era ormai una corsa contro il tempo.
Il golpe accelerò la dissoluzione dell’URSS
Il tentativo dei conservatori aveva avuto l’obiettivo di fermare la disgregazione dello Stato sovietico. Il risultato fu quasi esattamente l’opposto.
Il fallimento del golpe screditò ulteriormente il Partito Comunista, indebolì il governo centrale e offrì alle repubbliche una nuova ragione per accelerare il distacco da Mosca.
Il processo fu rapidissimo.
Una dopo l’altra, le repubbliche sovietiche consolidarono o proclamarono la propria indipendenza. Il potere delle istituzioni centrali diminuì mentre cresceva quello dei leader repubblicani.
Tra questi, nessuno possedeva un peso paragonabile a quello di Eltsin.
La Russia non era semplicemente una delle repubbliche sovietiche: rappresentava il cuore territoriale, demografico, economico e politico dell’Unione. Quando il suo presidente iniziò a sottrarre poteri al governo centrale, la sopravvivenza dell’URSS divenne sempre più difficile.
Eltsin da rivale a uomo forte
Prima dell’agosto 1991, il conflitto Gorbaciov-Eltsin poteva essere interpretato come una competizione tra due progetti di riforma.
Dopo il golpe, la situazione cambiò.
Eltsin disponeva di una legittimazione popolare e istituzionale rafforzata, controllava il governo russo e poteva presentarsi come l’uomo che aveva fermato il ritorno dell’ala conservatrice.
Gorbaciov, al contrario, conservava una presidenza di uno Stato che stava progressivamente perdendo le proprie componenti.
Il paradosso era evidente: il presidente dell’URSS possedeva un titolo superiore, ma il presidente della Russia disponeva di un potere politico sempre più concreto.
Dicembre 1991: l’Unione Sovietica arriva alla fine
Nel dicembre 1991 il processo raggiunse il punto di non ritorno.
I leader di Russia, Ucraina e Bielorussia raggiunsero un accordo che sanciva, di fatto, la fine dell’Unione Sovietica e la creazione della Comunità degli Stati Indipendenti.
Gorbaciov rimase ai margini di quelle decisioni.
Il progetto di conservare un’Unione riformata non disponeva più del sostegno politico necessario.
Il 25 dicembre 1991 Gorbaciov annunciò le proprie dimissioni da presidente dell’URSS.
Il giorno seguente, 26 dicembre 1991, l’Unione Sovietica cessò formalmente di esistere.
La superpotenza nata dalla Rivoluzione russa e trasformata, dopo la Seconda guerra mondiale, in uno dei due grandi poli del sistema internazionale scompariva dopo quasi settant’anni.
Dal Cremlino all’irrilevanza politica
La carriera politica di Gorbaciov non recuperò più l’importanza precedente.
Rimase una figura di enorme rilievo internazionale e continuò a intervenire nel dibattito pubblico, ma nella Russia post-sovietica non riuscì a costruire un nuovo consenso significativo.
Un esempio particolarmente evidente arrivò nel 1996, quando decise di candidarsi alle elezioni presidenziali russe.
Ottenne circa mezzo punto percentuale dei voti, un risultato che mostrò quanto fosse diventato marginale sul piano elettorale interno.
La sua reputazione seguì infatti due percorsi profondamente differenti. In gran parte dell’Occidente Gorbaciov venne associato alla fine della Guerra fredda, all’apertura politica e alla riduzione della contrapposizione tra i blocchi. In Russia e in parte dello spazio ex sovietico, invece, la sua figura rimase legata anche alla crisi economica e politica degli ultimi anni dell’URSS e alla dissoluzione dello Stato sovietico.
Un golpe fallito che cambiò la storia
Il tentato colpo di Stato dell’agosto 1991 costituisce quindi uno degli esempi più significativi di un’azione politica che produce conseguenze opposte a quelle desiderate dai suoi promotori.
I golpisti volevano arrestare le riforme.
Le accelerarono.
Volevano salvare l’autorità centrale sovietica.
La indebolirono.
Volevano impedire la disgregazione dell’URSS.
Contribuirono ad accelerarla.
E volevano eliminare politicamente Gorbaciov per ristabilire un sistema più vicino a quello sovietico tradizionale. Invece crearono le condizioni che permisero a Boris Eltsin di diventare l’uomo politicamente più potente di Mosca.
In appena quattro mesi, tra agosto e dicembre 1991, il rapporto tra Gorbaciov ed Eltsin si capovolse completamente. Il primo passò dalla guida di una superpotenza a presidente di un’Unione ormai priva di una solida struttura politica; il secondo trasformò la presidenza della Russia nel nuovo centro del potere.
Per questo il golpe dell’agosto 1991 non può essere considerato soltanto un episodio fallito della storia sovietica. Fu uno degli eventi decisivi che determinarono la fine dell’URSS e la nascita del nuovo ordine politico russo.
