(AGENPARL) - Roma, 22 Agosto 2026 - La questione decisiva per la Libia non è più soltanto se andare alle elezioni, ma come trasformare il voto nell’atto conclusivo di una transizione politica che dura da anni. Definire una legge elettorale, organizzare le urne e individuare una data rappresentano infatti soltanto una parte della sfida. La vera prova sarà costruire un processo dotato di sufficiente legittimità politica, giuridica e istituzionale da consentire ai libici di scegliere le proprie autorità e, soprattutto, fare in modo che il risultato delle urne produca un effettivo e pacifico trasferimento del potere.
È su questo terreno che si concentra questa nuova intervista a Mohamed Al-Mazoughi, in una fase in cui il dibattito sul futuro istituzionale della Libia torna a porre al centro le elezioni presidenziali e parlamentari, il rapporto tra le istituzioni della transizione e la sovranità popolare e la necessità di impedire che un nuovo percorso politico si trasformi nell’ennesima roadmap priva di una conclusione certa.
La posizione espressa da Al-Mazoughi parte da un principio netto: la transizione deve avere una scadenza. Un eventuale governo unificato non dovrebbe trasformarsi in un nuovo centro di potere destinato a perpetuarsi, ma ricevere un mandato circoscritto e misurabile, finalizzato a creare le condizioni politiche, giuridiche, amministrative e di sicurezza necessarie per condurre il Paese alle urne. Nella sua proposta, questo mandato non dovrebbe superare i dodici mesi e non dovrebbe essere prorogabile.
Ma il problema delle elezioni libiche non riguarda soltanto il calendario. Esiste una questione ancora più profonda: che cosa accade quando le istituzioni incaricate di definire le regole della transizione non riescono esse stesse a concluderla? Al-Mazoughi riconosce il valore imprescindibile della legalità, ma sostiene che il quadro giuridico non possa trasformarsi in uno strumento per rinviare indefinitamente il voto. Qualora Camera dei Rappresentanti e Alto Consiglio di Stato non riuscissero a superare le divergenze entro una scadenza definita, la sua risposta è quella di riportare la sovranità alla sua fonte originaria: il popolo libico, attraverso un meccanismo nazionale legalmente riconosciuto.
Resta infine la questione forse più difficile: il giorno dopo le elezioni. La credibilità di qualsiasi processo elettorale non dipenderà soltanto dalla regolarità del voto, ma dalla disponibilità dei candidati, delle istituzioni e dei principali attori politici e di sicurezza ad accettarne l’esito. Da qui la proposta di Al-Mazoughi di un “Patto nazionale di garanzia”, da sottoscrivere prima dell’apertura delle urne e fondato sul riconoscimento dei risultati certificati dall’autorità elettorale competente, sul trasferimento pacifico dei poteri e sul rifiuto dell’uso della forza per modificare l’esito elettorale.
In questa architettura, anche il ruolo internazionale viene delimitato con precisione: Nazioni Unite e comunità internazionale possono garantire, monitorare e fornire assistenza tecnica al processo, ma non sostituirsi ai libici nella scelta del loro futuro politico.
Il filo conduttore dell’intervista è dunque una distinzione essenziale: tenere le elezioni non basta; occorre fare in modo che le elezioni trasferiscano realmente il potere. Per Al-Mazoughi, la conclusione della transizione arriverà soltanto quando la legittimità politica non deriverà più dagli accordi tra élite, dagli equilibri tra istituzioni concorrenti o dalla forza, ma dalla volontà espressa dai cittadini attraverso le urne.
«La Libia non ha bisogno di un’altra transizione senza una scadenza»
Elezioni simultanee e fine della transizione: è questa la strada definitiva?
Domanda. Al-Manfi sostiene che la Libia debba uscire dalla lunga fase transitoria attraverso elezioni presidenziali e parlamentari simultanee. Lei ha più volte affermato che qualsiasi nuovo governo unificato dovrebbe avere come obiettivo principale quello di creare le condizioni affinché siano finalmente i cittadini a scegliere la leadership permanente del Paese. Condivide la proposta di elezioni presidenziali e parlamentari nello stesso momento? E quali condizioni considera non negoziabili — legge elettorale condivisa, autorità elettorale indipendente, sicurezza dei seggi, registro degli elettori e accettazione preventiva dei risultati — affinché il voto non produca una nuova crisi di legittimità? Soprattutto, quale calendario concreto proporrebbe per impedire che anche questa roadmap si trasformi nell’ennesima transizione senza una scadenza certa?
Mohamed Al-Mazoughi. Sì, sostengo chiaramente lo svolgimento simultaneo delle elezioni presidenziali e parlamentari. La Libia non ha bisogno di un’altra fase transitoria a tempo indeterminato; ha bisogno di un periodo breve e chiaramente definito, la cui missione principale sia quella di portare il Paese alle elezioni.
Le condizioni non negoziabili sono: un quadro giuridico condiviso, un’autorità elettorale indipendente, un registro degli elettori aggiornato, un sistema di sicurezza unificato per i seggi elettorali e l’impegno preventivo di tutte le parti a rispettare i risultati.
Propongo che il governo unificato abbia un mandato chiaramente definito di non più di 12 mesi, concentrato esclusivamente sulla creazione delle condizioni necessarie per le elezioni, senza proroghe e senza aprire la strada a un’altra fase transitoria.
«Se le istituzioni della transizione non riescono a concluderla, la sovranità deve tornare al popolo»
Quadro giuridico o consenso politico: chi deve sciogliere l’ultimo nodo?
Domanda. L’Alto Consiglio di Stato insiste sul fatto che qualsiasi intesa politica debba rispettare il quadro giuridico e le istituzioni esistenti. Eppure, proprio il conflitto tra istituzioni, interpretazioni giuridiche concorrenti e interessi politici ha contribuito negli anni a bloccare il percorso elettorale. Come può la Libia evitare che il richiamo alla legalità diventi, deliberatamente o meno, uno strumento per rinviare ancora una volta le elezioni? Se la Camera dei Rappresentanti e l’Alto Consiglio di Stato non riuscissero a raggiungere entro una scadenza precisa un accordo definitivo sulle regole elettorali, sarebbe favorevole a trasferire direttamente ai cittadini libici — attraverso un referendum o un altro meccanismo nazionale di voto — la decisione sulle questioni ancora controverse? In altre parole, quando le istituzioni della transizione non riescono a concludere la transizione, dovrebbe essere il popolo stesso a sciogliere lo stallo?
Mohamed Al-Mazoughi. Il rispetto della legge è essenziale, ma non deve diventare un pretesto per rinviare indefinitamente le elezioni. Le istituzioni dovrebbero utilizzare la legge per porre fine alla fase transitoria, non per prolungarla.
Se la Camera dei Rappresentanti e l’Alto Consiglio di Stato non riuscissero a raggiungere un accordo definitivo entro una scadenza chiaramente stabilita, ritengo che la sovranità debba tornare al popolo libico, attraverso un meccanismo nazionale e legalmente riconosciuto che consenta ai cittadini di decidere sulle questioni che rimangono controverse.
Se le istituzioni transitorie non sono in grado di completare la transizione, il popolo non dovrebbe rimanere ostaggio di questo fallimento. Il popolo libico deve avere l’ultima parola nel determinare il futuro del proprio Paese.
«Il giorno dopo le elezioni è importante quanto il giorno del voto»
La vera sfida non è soltanto organizzare le elezioni, ma garantire il «giorno dopo»
Domanda. La Libia ha già dimostrato che raggiungere un accordo sul principio delle elezioni non significa necessariamente riuscire a completare il processo politico. La prova decisiva arriverebbe il giorno successivo al voto: cosa accadrebbe se una parte contestasse il risultato, se alcune istituzioni rifiutassero di trasferire i propri poteri o se gli equilibri militari e territoriali ostacolassero l’insediamento delle nuove autorità? Quale “Patto nazionale di garanzia” proporrebbe prima delle elezioni affinché tutti i candidati, le istituzioni e i principali attori politici e di sicurezza si impegnino preventivamente a riconoscere il risultato e a garantire una transizione pacifica dei poteri? E quale ruolo dovrebbero svolgere le Nazioni Unite e la comunità internazionale: semplici garanti tecnici del processo oppure anche garanti politici dell’effettivo rispetto della volontà espressa dagli elettori?
Mohamed Al-Mazoughi. Il giorno dopo le elezioni non è meno importante del giorno delle elezioni. Per questo propongo un Patto nazionale di garanzia, da sottoscrivere prima del voto da parte dei candidati, delle istituzioni e dei principali attori politici e di sicurezza.
Il Patto dovrebbe fondarsi su tre principi chiari: rispettare il risultato certificato dall’autorità elettorale competente, garantire un trasferimento pacifico del potere e rifiutare l’uso della forza per modificare l’esito delle elezioni.
Le Nazioni Unite e la comunità internazionale dovrebbero svolgere principalmente un ruolo di garanzia, monitoraggio e supporto tecnico, contribuendo ad assicurare che la volontà degli elettori venga rispettata, senza sostituirsi ai libici nella determinazione del futuro del loro Paese.
Il vero successo non consiste semplicemente nello svolgere le elezioni. Consiste nel garantire finalmente che il potere venga trasferito attraverso le urne — non attraverso la forza o gli accordi politici tra le élite.

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Mohamed Al-Mazoughi: «Elections must bring the transition to an end. Power must finally return to the will of the libyan people”
The decisive question for Libya is no longer simply whether to hold elections, but how to transform the vote into the final act of a political transition that has lasted for years. Defining an electoral law, organising the vote and setting a date represent only part of the challenge. The real test will be to build a process with sufficient political, legal and institutional legitimacy to enable Libyans to choose their own authorities and, above all, to ensure that the outcome of the ballot box leads to an effective and peaceful transfer of power.
This is the central issue explored in this new interview with Mohamed Al-Mazoughi, at a time when the debate over Libya’s institutional future is once again focusing on presidential and parliamentary elections, the relationship between transitional institutions and popular sovereignty, and the need to prevent a new political process from becoming yet another roadmap without a clear conclusion.
Al-Mazoughi’s position begins with a clear principle: the transition must have a deadline. Any future unified government should not become another centre of power designed to perpetuate itself, but should instead receive a limited and measurable mandate aimed at creating the political, legal, administrative and security conditions necessary to take the country to the polls. Under his proposal, that mandate should last no more than twelve months and should not be renewable.
But Libya’s electoral challenge is not only about the timetable. There is an even deeper question: what happens when the institutions responsible for defining the rules of the transition are themselves unable to bring that transition to an end? Al-Mazoughi acknowledges the indispensable value of the rule of law, but argues that the legal framework cannot become an instrument for indefinitely postponing elections. Should the House of Representatives and the High Council of State fail to overcome their differences within a defined deadline, his answer is to return sovereignty to its original source: the Libyan people, through a legally recognised national mechanism.
Finally, there is perhaps the most difficult question of all: the day after the elections. The credibility of any electoral process will depend not only on the integrity of the vote, but also on the willingness of candidates, institutions and the principal political and security actors to accept its outcome. Hence Al-Mazoughi’s proposal for a “National Guarantee Pact”, to be signed before the polls open and based on recognition of the results certified by the competent electoral authority, the peaceful transfer of power and the rejection of the use of force to alter the electoral outcome.
Within this framework, the international role is also clearly defined: the United Nations and the international community may guarantee, monitor and provide technical assistance to the process, but they must not replace Libyans in determining their own political future.
The central theme of the interview is therefore an essential distinction: holding elections is not enough; elections must actually result in the transfer of power. For Al-Mazoughi, the transition will only truly end when political legitimacy no longer derives from agreements among elites, balances between competing institutions or the use of force, but from the will expressed by citizens through the ballot box.
«Libya does not need another transition without a deadline»
Simultaneous elections and the end of the transition: Is this the definitive way forward?
Question. Al-Manfi argues that Libya should emerge from its prolonged transitional phase through simultaneous presidential and parliamentary elections. You have repeatedly stated that the primary objective of any new unified government should be to create the conditions for citizens finally to choose the country’s permanent leadership. Do you support the proposal to hold presidential and parliamentary elections simultaneously? And what conditions do you consider non-negotiable — an agreed electoral law, an independent electoral authority, security at polling stations, an updated voter register and prior commitment to accepting the results — to ensure that the vote does not produce a new crisis of legitimacy? Above all, what concrete timetable would you propose to prevent this roadmap from becoming yet another transition with no definite deadline?
Mohamed Al-Mazoughi. Yes, I clearly support holding presidential and parliamentary elections simultaneously. Libya does not need another open-ended transitional phase; it needs a short, clearly defined period whose primary mission is to deliver elections.
The non-negotiable conditions are: an agreed legal framework, an independent electoral authority, an updated voter registry, unified security for polling stations, and a prior commitment by all parties to respect the results.
I propose that the unified government have a clearly defined mandate of no more than 12 months, focused exclusively on creating the conditions for elections, without extensions or opening the door to another transitional phase.
«If the transitional institutions cannot complete the transition, sovereignty must return to the people»
Legal framework or political consensus: Who should break the final deadlock?
Question. The High Council of State insists that any political agreement must respect the existing legal framework and institutions. Yet it is precisely the conflict between institutions, competing legal interpretations and political interests that has contributed over the years to blocking the electoral process. How can Libya prevent appeals to legality from becoming, deliberately or otherwise, an instrument for postponing elections once again? If the House of Representatives and the High Council of State were unable to reach a definitive agreement on the electoral rules within a specific deadline, would you support transferring the decision on the remaining disputed issues directly to the Libyan people — through a referendum or another national voting mechanism? In other words, when the institutions of the transition are unable to bring the transition to an end, should the people themselves be called upon to break the deadlock?
Mohamed Al-Mazoughi. Respect for the law is essential, but it must not become an excuse for postponing elections indefinitely. Institutions should use the law to end the transitional phase, not to prolong it.
If the House of Representatives and the High Council of State fail to reach a final agreement within a clearly defined deadline, I believe that sovereignty must return to the Libyan people, through a national and legally recognised mechanism that allows citizens to decide on the issues that remain disputed.
If transitional institutions cannot complete the transition, the people should not remain hostage to that failure. The Libyan people must have the final say in determining their country’s future.
«The day after the elections is as important as election day itself»
The real challenge is not only holding elections, but guaranteeing «the day after»
Question. Libya has already demonstrated that reaching agreement on the principle of elections does not necessarily mean being able to complete the political process. The decisive test would come the day after the vote: what would happen if one side challenged the result, if certain institutions refused to transfer their powers, or if military and territorial balances obstructed the installation of the newly elected authorities? What kind of “National Guarantee Pact” would you propose before the elections to ensure that all candidates, institutions and key political and security actors commit in advance to recognising the result and guaranteeing a peaceful transfer of power? And what role should the United Nations and the international community play: merely as technical guarantors of the electoral process, or also as political guarantors that the will expressed by Libyan voters is effectively respected?
Mohamed Al-Mazoughi. The day after the elections is no less important than election day itself. That is why I propose a National Guarantee Pact to be signed before the elections by candidates, institutions and the main political and security actors.
The Pact should be based on three clear principles: respecting the result certified by the competent electoral authority, ensuring a peaceful transfer of power, and rejecting the use of force to alter the outcome of the elections.
The United Nations and the international community should primarily play a guarantor, monitoring and technical-support role, helping ensure that the will of the voters is respected, without replacing Libyans in determining the future of their country.
Real success is not simply holding elections. It is finally ensuring that power is transferred through the ballot box — not through force or elite political deals.