(AGENPARL) - Roma, 22 Agosto 2026 - L’Iraq punta a trasformarsi in un produttore petrolifero da 8-10 milioni di barili al giorno entro i prossimi sei anni, più che raddoppiando gli attuali livelli produttivi. Un obiettivo estremamente ambizioso che, tuttavia, non dipende soltanto dalla capacità di sviluppare nuovi giacimenti: Baghdad dovrà ottenere maggiore spazio all’interno dell’OPEC+ e, contemporaneamente, costruire infrastrutture di esportazione capaci di portare sul mercato milioni di barili aggiuntivi.
Il progetto è stato illustrato dal primo ministro Ali al-Zaidi, secondo il quale il governo vuole portare la capacità produttiva nazionale verso una fascia compresa tra 8 e 10 milioni di barili al giorno.
Dietro l’ambizione irachena emerge però una doppia sfida. La prima è politica e riguarda le quote di produzione concordate con gli altri grandi esportatori. La seconda è infrastrutturale: anche qualora l’Iraq riuscisse a estrarre quantità molto maggiori di greggio, dovrebbe disporre di oleodotti, terminali e rotte alternative sufficienti per esportarlo.
Baghdad guarda ai nuovi equilibri dell’OPEC+
La partita più immediata si gioca all’interno dell’OPEC+.
L’Iraq ha inviato in Arabia Saudita i ministri del Petrolio e delle Finanze per sostenere la richiesta di una maggiore quota produttiva e presentare le proprie ambizioni agli altri protagonisti del mercato petrolifero.
Per Baghdad, ottenere una revisione favorevole della propria capacità produttiva di riferimento sarebbe essenziale. I limiti concordati all’interno dell’alleanza dei produttori potrebbero infatti rendere economicamente meno conveniente investire miliardi di dollari nell’espansione dei giacimenti se successivamente il Paese non fosse autorizzato a utilizzare pienamente la nuova capacità.
L’OPEC+ ha incaricato la società di consulenza DeGolyer and MacNaughton di effettuare una valutazione indipendente della capacità massima sostenibile di produzione di diversi Paesi membri, Iraq compreso.
I risultati sono attesi entro la fine di settembre e dovrebbero costituire una delle basi dei negoziati sui livelli produttivi di riferimento per il 2027.
Perché le nuove quote sono così importanti
La discussione sulle cosiddette baseline è tradizionalmente delicata.
Un livello di riferimento più elevato può tradursi, in presenza di tagli proporzionali concordati dall’OPEC+, nella possibilità di produrre una quantità maggiore di petrolio. Per questo motivo i Paesi che hanno investito nell’aumento della propria capacità produttiva cercano generalmente di ottenere il riconoscimento di tali incrementi.
Per l’Iraq la questione assume una dimensione ancora maggiore perché l’obiettivo dichiarato non consiste in un incremento marginale, ma in un’espansione che potrebbe modificare significativamente il peso del Paese all’interno dell’organizzazione.
Una capacità compresa tra 8 e 10 milioni di barili al giorno collocherebbe infatti Baghdad in una categoria produttiva molto diversa rispetto a quella attuale, aumentando contemporaneamente la sua importanza nel mercato energetico internazionale.
Il grande ostacolo dello Stretto di Hormuz
Anche un eventuale via libera dell’OPEC+ non risolverebbe tuttavia il problema principale: come esportare tutto quel petrolio.
L’Iraq dipende fortemente dalle proprie infrastrutture meridionali e dalle rotte che attraversano lo Stretto di Hormuz, uno dei punti strategici più importanti dell’intero sistema energetico mondiale.
Le conseguenze della guerra con l’Iran e delle forti limitazioni alla navigazione attraverso Hormuz hanno evidenziato la vulnerabilità di questa dipendenza.
Secondo i dati riportati, Baghdad è riuscita a riportare le esportazioni attraverso lo stretto a circa 2 milioni di barili al giorno nel corso di agosto, ma il traffico rimane significativamente inferiore ai livelli precedenti il conflitto.
Per un Paese che vuole aumentare drasticamente la produzione, dipendere in misura così elevata da un singolo corridoio marittimo rappresenta un rischio strategico.
Ceyhan torna centrale nei piani iracheni
Baghdad vuole quindi diversificare le proprie vie di esportazione.
Una delle alternative principali è rappresentata dal collegamento con il porto mediterraneo turco di Ceyhan, terminale dell’oleodotto Iraq-Turchia.
Al-Zaidi ha indicato l’espansione delle esportazioni attraverso la Turchia come uno dei pilastri della strategia del governo.
L’attuale sistema, tuttavia, starebbe trasportando soltanto circa 170.000 barili al giorno, una quantità molto lontana da quella necessaria per sostenere un’espansione della produzione verso gli obiettivi indicati da Baghdad.
Serviranno quindi investimenti significativi per aumentare la capacità e l’affidabilità delle infrastrutture settentrionali.
Un nuovo corridoio petrolifero attraverso la Siria
Ancora più ambiziosa è l’ipotesi di costruire un collegamento verso Baniyas, sulla costa siriana del Mediterraneo.
Una nuova infrastruttura attraverso la Siria permetterebbe al greggio iracheno di raggiungere direttamente il Mediterraneo, aggirando completamente lo Stretto di Hormuz.
Dal punto di vista strategico, una simile rotta potrebbe cambiare profondamente la sicurezza energetica dell’Iraq, offrendo al Paese un ulteriore sbocco occidentale per le esportazioni.
Il progetto avrebbe però costi e tempi considerevoli. Secondo le stime riportate, la costruzione potrebbe richiedere circa quattro anni e almeno 15 miliardi di dollari.
Ciò significa che anche in presenza della volontà politica e delle risorse finanziarie necessarie, la diversificazione delle esportazioni richiederebbe diversi anni prima di produrre risultati su larga scala.
Anche la Giordania entra nella strategia
Un’altra direttrice presa in considerazione conduce verso Aqaba, il porto giordano sul Mar Rosso.
La strategia irachena sembra quindi orientata alla costruzione di un sistema di esportazione molto più diversificato: Hormuz verso il Golfo, Ceyhan sul Mediterraneo attraverso la Turchia, Baniyas attraverso la Siria e Aqaba attraverso la Giordania.
Per Baghdad, la diversificazione geografica avrebbe un valore non soltanto commerciale, ma anche geopolitico.
Disporre di più corridoi consentirebbe infatti di ridurre l’impatto di eventuali crisi militari, blocchi marittimi o tensioni regionali su una delle principali fonti di entrate dello Stato.
Non basta estrarre: bisogna trasportare
È proprio questa la contraddizione al centro del piano iracheno.
Portare la produzione a 8-10 milioni di barili al giorno richiede nuovi investimenti nei giacimenti, nelle tecnologie estrattive e nelle infrastrutture energetiche. Ma aumentare la produzione senza ampliare parallelamente la capacità di esportazione rischierebbe di creare milioni di barili che il Paese non sarebbe in grado di collocare efficientemente sui mercati internazionali.
Il programma deve quindi procedere contemporaneamente su almeno tre fronti: capacità produttiva, quote OPEC+ e infrastrutture di esportazione.
Un ritardo in uno solo di questi elementi potrebbe compromettere l’intera strategia.
La Cina aumenta gli acquisti di greggio iracheno
Intanto, i cambiamenti nelle rotte energetiche del Medio Oriente stanno producendo effetti anche sui flussi commerciali verso l’Asia.
La Cina sta aumentando gli acquisti di petrolio iracheno nel quadro della riorganizzazione delle forniture regionali. Tra le operazioni segnalate figurano recenti acquisti per complessivi 8 milioni di barili di Basrah Heavy e Basrah Medium, due delle principali qualità esportate dall’Iraq.
Per Baghdad, la domanda cinese rimane fondamentale. Pechino rappresenta uno dei principali centri mondiali di consumo energetico e può assorbire volumi considerevoli di greggio.
Un’espansione della produzione irachena potrebbe quindi rafforzare ulteriormente il rapporto energetico tra i due Paesi, soprattutto se le difficoltà delle tradizionali rotte mediorientali continueranno a modificare i flussi internazionali.
Una sfida industriale, finanziaria e geopolitica
L’obiettivo degli 8-10 milioni di barili al giorno rappresenta molto più di un programma petrolifero.
Per realizzarlo, Baghdad dovrà convincere i partner dell’OPEC+ ad accettare un maggiore peso produttivo dell’Iraq, attirare investimenti nei giacimenti, ampliare le infrastrutture interne e costruire nuove rotte verso il Mediterraneo e il Mar Rosso.
Dovrà inoltre gestire i rapporti con Arabia Saudita, Turchia, Siria e Giordania, mentre cerca di proteggere le proprie esportazioni dalle conseguenze delle tensioni con l’Iran e dell’instabilità attorno allo Stretto di Hormuz.
La vera domanda non è dunque soltanto se l’Iraq possieda abbastanza petrolio per produrre 8-10 milioni di barili al giorno. È se riuscirà a costruire, nell’arco di pochi anni, l’intero sistema politico, logistico e infrastrutturale necessario per estrarlo, trasportarlo ed esportarlo.
Se Baghdad riuscisse nell’impresa, il risultato potrebbe modificare significativamente gli equilibri energetici del Medio Oriente e il peso dell’Iraq all’interno dell’OPEC+. Ma prima di aprire completamente i rubinetti dei suoi giacimenti, il Paese dovrà assicurarsi sia lo spazio produttivo nell’alleanza petrolifera sia nuove vie attraverso cui far arrivare quei barili sui mercati mondiali.
