(AGENPARL) - Roma, 22 Agosto 2026 - Mentre l’Europa e gran parte dell’Occidente inseguono i target della transizione verde, nei laboratori di Pechino e sui mercati globali si muove una forza contraria e potentissima. La cronica instabilità dei mercati petroliferi e le tensioni geopolitiche internazionali hanno fatto riscoprire ai grandi attori globali la necessità di una polizza assicurativa energetica. E così, nel bel mezzo della transizione ecologica, il “vecchio” carbone torna a dettare le regole della sicurezza nazionale.
A fotografare questa svolta è il nuovo 15° piano quinquennale per lo sviluppo dell’industria carboniera (2026-2030), pubblicato dalla National Development and Reform Commission (NDRC) e dalla National Energy Administration (NEA). Un documento cruciale che delinea la strategia del Dragone nel quinquennio che precede l’impegno ufficiale di Pechino a raggiungere il picco delle emissioni di anidride carbonica prima del 2030.
La spinta del Medio Oriente e la paura degli shock petroliferi
La scelta è evidente nei numeri ma soprattutto nelle motivazioni politiche. Sebbene le fonti non fossili abbiano superato la metà del mix elettrico nazionale e il carbone fornisca ormai meno del 50% della produzione energetica, la priorità assoluta per il governo cinese resta una: la sicurezza nazionale.
Come evidenziato dagli analisti, la grave volatilità e i conflitti scoppiati nei mercati del petrolio e in Medio Oriente hanno spinto i vertici di Pechino a riaffermare senza esitazioni il ruolo del carbone. Nelle parole dei funzionari della NEA, il combustibile fossile è considerato “la più grande fonte di fiducia” per blindare la stabilità del Paese di fronte agli shock esterni degli idrocarburi, agendo da ammortizzatore di ultima istanza.
Niente scadenze fisse per il picco (e flessibilità totale)
A differenza delle indiscrezioni circolate nei mesi scorsi da parte di enti vicini al governo — che ipotizzavano il raggiungimento del picco dei consumi intorno al 2027 —, il documento ufficiale sceglie la linea della prudenza e della flessibilità. Il piano non fissa un anno vincolante per il picco, limitandosi a promuovere il traguardo all’interno del quinquennio e subordinandolo alla garanzia di un approvvigionamento sicuro.
Per farlo, Pechino blinda la produzione interna concentrandola nelle roccaforti del nord — Shanxi, Mongolia Interna, Shaanxi e Xinjiang —, destinate a garantire oltre l’80% dell’estrazione nazionale. Il piano prevede inoltre una capacità di riserva di almeno 100 milioni di tonnellate all’anno entro il 2030 per attutire gli sbalzi delle rinnovabili.
La mappa degli approvvigionamenti: chi alimenta la Cina?
Ma la macchina cinese non si regge solo sulla forza mineraria interna. Per tenere oliati gli ingranaggi dell’economia, Pechino muove volumi immensi sui mercati esteri, diversificando i canali tra rotte marittime e terrestri:
- Indonesia: resta il primo fornitore storico di carbone termico, coprendo circa il 39% delle importazioni totali grazie alla vicinanza e a prezzi aggressivi.
- Mongolia: è il partner via terra in forte ascesa (attorno al 25% dell’import), favorito dai nuovi collegamenti ferroviari transfrontalieri che garantiscono forniture immuni da tensioni navali.
- Russia: un pilastro strategico fondamentale, con Mosca che ha intensificato l’export verso l’Asia dopo lo stop dei mercati occidentali, pur affrontando strozzature logistiche e sanzioni.
- Australia: dopo anni di gelo diplomatico, i flussi di carbone metallurgico (essenziale per la siderurgia) sono tornati a scorrere regolarmente verso i porti cinesi.
La metamorfosi: non un addio, ma una transizione chimica
Il vero segnale politico del piano, tuttavia, non è una semplice marcia indietro ecologica, ma una riconversione industriale. Le aziende del settore sono chiamate a gestire con prudenza la forza lavoro e a investire nella diversificazione, spingendo sull’energia pulita e, soprattutto, sull’industria chimica del carbone.
L’obiettivo di Pechino è trasformare il carbone da semplice combustibile a materia prima ad alto valore aggiunto — decarbonizzando i processi produttivi e puntando sull’efficienza e sul controllo delle emissioni di metano. La linea è tracciata: nei momenti di crisi globale, la sicurezza energetica non ammette vuoti di potere.
