(AGENPARL) - Roma, 19 Agosto 2026 - La strategia della non-interferenza proclamata da Pechino nel cuore dell’Africa centrale scricchiola sotto il peso dei fatti. Nonostante la linea ufficiale di rigida neutralità nel conflitto che insanguina la Repubblica Democratica del Congo (RDC) orientale, le forniture militari e gli equipaggiamenti di fabbricazione cinese continuano a proliferare su entrambi i fronti, alimentando in modo indiretto la ribellione dell’M23.
Il nodo centrale della crisi risiede nei canali di fornitura. Gran parte degli armamenti sequestrati dall’esercito regolare congolese (FARDC) ai miliziani dell’M23 non arriva direttamente dalla Cina, ma transita attraverso il Ruanda. Kigali, cliente storico di Pechino per l’acquisto di sistemi d’artiglieria avanzati, veicoli blindati e tecnologie di difesa aerea, è stata ripetutamente accusata dalle Nazioni Unite di sostenere attivamente la guerriglia nel Nord Kivu.
Il risultato è un cortocircuito geopolitico: le truppe ruandesi equipaggiate da Pechino armano di fatto i ribelli, mentre la Cina fornisce simultaneamente armamenti anche al governo di Kinshasa. Sul campo, i rapporti degli analisti della difesa documentano una massiccia presenza di armi leggere, mortai, cannoni da 107 millimetri e persino veicoli corazzati di produzione cinese, oltre a uniformi e dispositivi di protezione forniti da aziende statali come la China Xinxing.
Questa ambiguità mette Pechino in una posizione sempre più scomoda. La RDC ospita investimenti minerari multimiliardari gestiti da colossi cinesi, in particolare nel settore strategico del cobalto, del coltan e del rame. Nel frattempo, la Cina ha superato la Russia diventando il primo esportatore di armi del continente africano.
Tuttavia, il costo di questa doppia proiezione economica e militare si sta rivelando elevato. Per gli esperti di relazioni internazionali, la combinazione tra interessi commerciali milionari e la massiccia presenza di arsenali cinesi nei teatri di crisi rischia di rendere insostenibile la formula diplomatica del “non intervento”. Con milioni di sfollati e province intere in mano ai paramilitari, la pressione su Pechino affinché definisca una linea d’azione trasparente e coerente non potrà più essere ignorata.
