(AGENPARL) - Roma, 18 Febbraio 2026 - (AGENPARL) – Wed 18 February 2026 UN TESORO RITROVATO
il Requiem in Do minore
di Tomaso Resti
Per soli, coro e orchestra
Prima esecuzione moderna sull’edizione
critica di Jelica Valjalo Kaporelo
Simona Gubello, soprano
Marinella Rizzo, contralto
Genki Inoue, tenore
Coro Lirico di Lecce
Orchestra Sinfonica di Lecce e del Salento
Maestra del Coro Vincenza Baglivo
Concertatore e Direttore Massimo Raffa
Venerdì 20 Febbraio 2026 • ore 19.30
Chiesa del Rosario, Lecce
La musica
nella ‘piccola Napoli’
LUISA COSI
Conservatorio “Tito Schipa”, Lecce
Il 19 dicembre 1765 nasceva a Lecce Domenico Tomaso Resta, figlio del
maestro di cappella Don Michele Saverio Resta (1725-1785), anche noto
come Resti. L’educazione del bambino dovette essere da subito indirizzata alla musica, essendo il padre responsabile dei concerti sacri nelle chiese
più ‘sinfoniche’ di Lecce (lo era stato anche per i Gesuiti, fino alla ‘cacciata’
di quei Padri dal Regno di Napoli). Peraltro, le ‘sacre arene’ della ‘piccola
Napoli’, come all’epoca era chiamata Lecce per la qualità delle arti che vi
si coltivavano, erano celebri anche per l’impiego di voci bianche (oltre che
di evirati), a supporto di attività devozionali che si tenevano soprattutto
negli ‘oratori’ dei nobili. Sembra probabile che di quei rinomati pueri cantores abbia fatto parte anche il piccolo Tomaso Resti.
D’altronde, Don Michele era maestro di riferimento di una ampia ‘camerata’ musicale, composta dai migliori strumentisti e cantanti della città, a
partire dal ‘musico di voce’ Gregorio de Laurentiis e a finire con il maestro
di cappella Giuseppe Imbò e i violoncellisti Filippo Lega e Nicola Giovannelli, amici d’infanzia, questi ultimi tre, del Resti. E tutti prestavano servizio
a turno o insieme nella regale Basilica di Santa Croce, al Duomo, nella
‘nobilissima’ chiesa delle Benedettine, nella ‘munifica’ chiesa del Rosario …
Le ‘buone’ e ricche frequentazioni, del resto, risultano una costante nelle
carriere di simili artisti. Don Michele, per esempio, si assicurò che la sua
vasta figliolanza, Tomaso compreso, avesse per suscipientes i più illustri
esponenti della mercatura e dell’aristocrazia salentina – basti citare i duchi Ferrari e de Beaumont, i baroni Grassi, Lopez, Lubelli, Massa, Morisco
… ‘signori’ a noi altrimenti noti per le spiccate passioni musicali, coltivate
fuori e dentro i loro palazzi (per dire, erano tutti affittuari dei palchetti del
primo teatro pubblico leccese, inauguratosi nel 1759). Ecco altri contesti
ove il giovane Tomaso può aver dato prime prove del suo talento, ricavandone viatico e garanzia per più ambiziosi palcoscenici.
In effetti, lo stesso Don Michele (lo si intuisce dal suo processetto
matrimoniale) aveva avuto il sostegno di un mecenate, quando a suo tempo, per completare la sua formazione, si era trasferito a Napoli, essendo
stato preceduto, in questo ambitissimo ‘viaggio musicale’, dal Giovannelli
e poi seguito dal Lega, gli amici violoncellisti. A Napoli Michele aveva frequentato con ‘gran dedizione’ il Regio Conservatorio della Pietà dei Turchini. E quando nel 1744 era tornato a Lecce, ancora ‘ne portava la veste’
turchina, con cui per tredici mesi ‘operam navaverat’ in Napoli. Sembra
verosimile che anche per il giovane Tomaso Resti si prefigurasse ad un
certo punto l’opportunità di un analogo ‘viaggio musicale’, probabilmente
nello stesso Conservatorio della Pietà (ricerche a riguardo sono in corso).
Ma Tomaso a Lecce, a quel che pare, non tornò, trovando forse subito,
dall’altra parte del mare, nuovi, nobilissimi protettori.
Atto di battesimo di Tomaso Resti
(Archivio Curiale Arcivescovile di Lecce,
Libro dei battezzati, 19 dicembre 1765)
Ricostruire i ponti musicali
attraverso l’Adriatico
JELICA VALJALO KAPORELO
Università di Spalato
(Traduzione dall’inglese di Massimo Raffa)
Tomaso (Tommaso) Resti (Lecce, 19 dicembre 1765 – Spalato, 19 gennaio 1830) è stato un compositore, insegnante di musica, violista e maestro
di cappella attivo nei centri musicali della Dalmazia. Nacque nella famiglia
di musicisti leccesi di Michele Resta (Resti). Tomaso trascorse la maggior
parte della sua vita sulla costa orientale dell’Adriatico, principalmente a
Dubrovnik – storicamente nota come Ragusa (1790 ca. – 1820 ca.) – dove
divenne una delle figure musicali più importanti durante un periodo turbolento di cambiamenti socio-politici, segnato dal declino e dall’abolizione della Repubblica di Ragusa e dalla successiva istituzione delle amministrazioni francese (nel 1808) e austriaca (nel 1815). La documentazione
d’archivio attesta pagamenti pluriennali per le molteplici attività musicali
e compositive di Resti – come direttore d’orchestra, maestro di coro, organista, violista, cantante e copista di spartiti – più frequentemente in relazione alle celebrazioni della Festa della Candelora e della Festa di San
Biagio, patrono di Dubrovnik. Negli ultimi anni della Repubblica di Ragusa come stato indipendente, prestò servizio anche come sottotenente
nell’esercito e arrotondava il suo reddito con altre occupazioni. Nell’ultimo
decennio della sua vita, Tomaso continuò le sue attività musicali a Zara
e Spalato. Sebbene sia noto che fu attivo come maestro di cappella e
organista presso la Cattedrale di San Doimo a Spalato, il suo periodo zaratino è attualmente documentato solo attraverso il suo coinvolgimento
nella vita teatrale della città. In particolare, compose la cantata L’Olimpo
in terra su libretto di Giovanni Frapporti, eseguita al teatro di Zara nel 1825
in occasione del compleanno dell’imperatore Francesco I. Come nel caso
di questa cantata, sembra che quasi tutte le opere musicali di Resti scritte
per le festività in onore delle autorità regnanti in Dalmazia siano ancora
da ritrovare o siano irrimediabilmente perdute, comprese quelle eseguite
dagli studenti del Collegio degli Scolopi di Ragusa, note dal patrimonio
letterario dalmata del primo quarto del XIX secolo. La maggior parte del
lascito musicale di Resti è conservata nell’Archivio Musicale del Monastero
Francescano di Dubrovnik, che contiene circa cinquanta numeri di musica
vocale, vocale-strumentale e strumentale. A parte un piccolo numero di
arie, cavatine e canzoni per voce e archi – dedicate ai membri di alcune
delle più importanti famiglie aristocratiche di Dubrovnik (Sorgo, Gozze,
Ghetaldi) – così come diverse opere per tastiera di dubbia attribuzione, la
maggior parte dell’opera superstite di Resti appartiene alla musica sacra,
scritta per voci e organo, coro maschile a due voci o coro misto e piccola
orchestra. Sono sopravvissuti due Requiem: uno in La minore, più breve
e senza data, per coro maschile a tre voci e organo, e il Requiem in Do
minore (1802), più ampio, in undici movimenti, scritto per solisti (soprano,
contralto e tenore), coro misto, piccola orchestra e organo.
I manoscritti superstiti del Requiem in Do minore includono una partitura completa datata 1838 (otto anni dopo la morte di Resti), parti musicali separate, che sono in parte autografe di Resti del 1802, e trascrizioni non attribuite della prima metà del XIX secolo. Queste comprendono
parti per violino I e II, viola, basso e violoncello, organo, flauto, oboe I e II,
corno I e II in mi bemolle e do, parti vocali con passaggi solistici segnati
e un fascicolo contenente la parte del violino I insieme a parti corali. La
prima edizione moderna in partitura del Requiem in Do minore è stata
pubblicata dall’Accademia delle Arti di Spalato nel 2020 (a mia cura), in
occasione del 190° anniversario della morte di Resti, come quarto volume delle edizioni musicali avviate nell’ambito del progetto musicologico
Fonti musicali della Dalmazia nel contesto della cultura musicale mitteleuropea e mediterranea dal XVIII al XX secolo (2017-2021; responsabile
del progetto Ivana Tomić Ferić), finanziato dalla Fondazione croata per la
scienza. In questa edizione, l’ensemble strumentale è stato ampliato con
una parte di fagotto, ricostruita da Sanja Stojanović Stipanov. La scelta si
è basata principalmente sul fatto che il fagotto è elencato nell’organico
per l’esecuzione nella partitura del 1838, insieme al flauto, che sopravvive
solo come parte separata nella trascrizione. Sebbene le questioni relative
all’orchestrazione originale di Resti rimangano aperte e sebbene l’opera
possa aver subito revisioni sia durante sia dopo la vita del compositore,
a seconda delle possibilità esecutive, l’obiettivo era quello di offrire due
opzioni di esecuzione basate sui manoscritti conservati: una per un ensemble orchestrale ridotto e un’altra con flauto e fagotto.
Che questa performance possa rappresentare un grande passo verso
la rivitalizzazione dell’opera musicale di Tomaso Resti e l’ulteriore ricostruzione dei ponti musicali tra le due sponde dell’Adriatico.
Il Requiem in do minore
di Tomaso Resti:
tra compostezza e angoscia
MASSIMO RAFFA
Università del Salento
Intonare un Requiem obbliga il compositore ad affrontare il volto più
inquietante della trascendenza, la domanda ultima sul senso della vita terrena e sul destino ultraterreno. Il testo latino restituisce la complessità e
l’ambivalenza del sentimento cristiano della morte, sospeso tra la fiducia
nella vita eterna e l’angoscia per un giudizio divino che rimane imperscrutabile e inappellabile. Incastonato tra le invocazioni del Requiem aeternam e del Libera me (in cui il supplice gioca la sua ultima carta, ricordando a Dio la promessa fatta ad Abramo) sta il Dies irae, cuore pulsante
dell’intera composizione. È qui, in questa magnifica sequenza attribuita
al francescano Tommaso da Celano (XII-XIII secolo), che si concentra la
tavolozza delle emozioni dell’homo iudicandus nel giorno del giudizio:
da un lato il terrore suscitato da un Dio terribile, vindice, più vetero- che
neotestamentario, che si presenta con i tratti della regalità (Tuba mirum,
Rex tremendae maiestatis) e dell’onniscienza (Liber scriptus); dall’altro il
senso di colpa dell’uomo, naturalmente peccatore (Ingemisco), che non
ha argomenti a propria difesa (Quid sum miser tunc dicturus?), ma che
può salvarsi soltanto in virtù della grazia divina, sicché non gli resta che
implorare la clemenza del Giudice (Oro supplex, Quaerens me).
Composto nel 1802, il Requiem di Tomaso Resti si colloca in un
importante crocevia non soltanto geografico, ma anche storico e stilistico.
Le ultime propaggini del Barocco si colgono nel basso continuo affidato all’organo, ma anche nel fugato del Kyrie, con il doloroso tetracordo
cromatico discendente che ne costituisce il soggetto. La grazia dello Stile Galante si manifesta negli eleganti incisi melodici affidati agli archi (si
ascoltino in particolare il Requiem aeternam, ma anche le graziose appoggiature melodiche del Quid sum miser) e nella compostezza classica
delle melodie affidate ai solisti. Le frequenti cadenze napoletane danno
all’armonia di Resti quel colore partenopeo che gli deriva dai suoi studi.
Nel melodizzare delicato, a tratti larmoyant (un esempio per tutti: la me7
lodia dei tenori all’inizio dell’Oro supplex), fanno già capolino inquietudini
stürmisch; non soltanto nella scelta della tonalità “tragica” di do minore,
ma anche nelle tensioni degli accordi fortemente dissonanti che cadono
in punti cruciali del testo, oppure nell’immobilità dell’Ingemisco, che lascia
i bassi a implorare in pianissimo (supplicanti parce, Deus), in una lunga
e angosciante stasi melodica e armonica. Le proporzioni classiche della
melodia scricchiolano talvolta sotto l’urgere dell’angoscia, come quando
le note del Lacrymosa si saldano, anche qui in un pianissimo carico di tensione, alla graziosa melodia del gere curam, prima che ne sia terminato
l’ultimo inciso. Infine, le scalette e le sincopi nervose degli archi all’attacco
del Dies irae, interrotte dai singhiozzi improvvisi e irregolari del solvet saeclum, dipingono l’ira del Dio cristiano secondo quell’immaginario settecentesco dell’oltretomba che aveva trovato una delle sue espressioni più
riuscite, pochi anni prima della nascita del nostro, nella scena delle Furie
dell’Orfeo di Gluck.
Un ritorno inatteso del triplice Kyrie chiude l’opera con un finale che
elude la perentorietà della cadenza perfetta, ma è invece aperto e sospeso, in maggiore e sulla dominante. Il Giudice non si è ancora assiso: c’è
tempo per un’ultima invocazione di misericordia e, con essa, per un refolo
di umana speranza.
TOMASO RESTI (1765-1830)
Requiem in Do minore (1802)
Tuba mirum (Soprano), Allegro maestoso
Tuba mirum spargens sonum,
Per sepulchra regionum,
Coget omnes ante thronum.
Mors stupebit et natura
Cum resurget creatura,
Iudicanti responsura.
La tromba, spargendo mirifico suono
per i sepolcri della terra,
costringerà tutti innanzi al trono.
Stupiranno la morte e la natura
quando risorgerà la creatura
per rispondere al Giudice.
Liber scriptus (Contralto), Andante grazioso
I. Introitus (Coro), Largo – Largo cantabile – Largo
Requiem aeternam dona eis, Domine;
et lux perpetua luceat eis.
Te decet hymnus, Deus, in Sion;
et tibi reddetur votum in
Ierusalem;
exaudi orationem meam;
ad te omnis caro veniet.
Requiem aeternam dona eis,
Domine;
et lux perpetua luceat eis.
Il riposo eterno dà loro, o Signore;
e la luce eterna risplenda su di essi.
A te Signore, si conviene la lode in
e a te si renderà il voto in
Gerusalemme; esaudisci la mia
preghiera;
a te verrà ogni creatura di carne.
Il riposo eterno dà loro, o Signore;
e la luce eterna risplenda su di essi.
II. Kyrie (Coro), Andante assai
Kyrie eleison
Christe eleison
Kyrie eleison
Signore, pietà
Cristo, pietà
Signore, pietà
Liber scriptus proferetur
In quo totum continetur,
Unde mundus iudicetur.
Iudex ergo cum sedebit,
Quidquid latet apparebit,
Nil inultum remanebit.
Quid sum miser (Soprano e Tenore), Larghetto
Quid sum miser tunc dicturus?
Quem patronum rogaturus,
Cum vix justus sit securus?
Rex tremendae maiestatis,
Qui salvandos salvas gratis,
Salva me, fons pietatis.
Recordare, Jesu pie,
Quod sum causa tuae viae,
Ne me perdas illa die.
III. Sequentia
Dies irae (Coro), Largo non tanto
Dies irae, dies illa,
Solvet saeclum in favilla,
Teste David cum Sibilla.
Quantus tremor est futurus
Quando Iudex est venturus,
Cuncta stricte discussurus!
Giorno d’ira sarà
quello in cui il mondo si dissolverà
nel fuoco,
come attestano Davide e la Sibilla.
Qual terrore vi sarà,
quando verrà il Giudice
a investigare severamente ogni cosa!
Verrà portato il libro scritto
in cui è contenuto tutto ciò
per cui il mondo sarà giudicato.
Quindi, non appena il Giudice sarà
seduto,
tutto quanto è occulto verrà svelato,
niente resterà impunito.
Che cosa dirò allora io, misero?
A quale avvocato ricorrerò,
se anche il giusto si salva a stento?
Re di tremenda maestà,
che salvi con la tua grazia gli eletti,
salva anche me, o fonte di
misericordia.
Ricordati, o buon Gesù,
che sono io la causa della tua
passione;
e non perdermi, in quel giorno.
Quaerens me (Soprano), Larghetto grazioso
Quaerens me sedisti lassus,
Redemisti Crucem passus
Tantus labor non sit cassus.
Juste Judex ultionis,
Donum fac remissionis
Ante diem rationis.
Me cercando sedesti stanco;
mi hai redento soffrendo la Croce;
tanto sacrificio non sia vano.
Giusto Giudice della vendetta,
fammi grazia del perdono,
prima del giorno del giudizio.
Ingemisco (Coro), Largo assai
Ingemisco tanquam reus,
Culpa rubet vultus meus:
Suplicanti parce, Deus.
Io gemo sentendomi reo,
la colpa copre di rossore il mio volto;
risparmia il supplicante, o Dio.
Oro supplex (Coro), Largo – Allegretto – Largo
Oro supplex et acclinis,
Cor contritum quasi cinis,
Gere curam mei finis.
Lacrymosa dies illa
Qua resurget ex favilla,
Iudicandus homo reus.
Huic ergo parce, Deus:
Pie Jesu, Domine,
Dona eis requiem.
Amen.
Io ti prego proteso in atto
supplichevole,
col cuore contrito come cenere:
prenditi cura della mia fine.
Giorno di lacrime sarà quello
in cui dalle faville risorgerà
l’uomo reo per essere giudicato.
A costui dunque perdona o Dio;
o buon Gesù, Signore,
dà ai morti la pace.
Così sia.
IV. Offertorium (Coro), Non tanto largo
Domine, Jesu Christe, Rex gloriae,
Libera animas omnium fidelium
defunctorum
De poenis inferni et de profundo
lacu:
Libera eas de ore leonis,
Ne absorbeat eas Tartarus,
Ne cadant in obscurum;
Sed signifer sanctus Michael
Repraesentet eas in lucem
sanctam,
Quam olim Abrahae promisisti et
semini eius.
Hostias et preces tibi, Domine,
laudis offerimus: Tu Suscipe pro
animabus illis
O Signore Gesù Cristo, Re della
gloria,
libera le anime di tutti i fedeli
defunti
dalle pene dell’inferno e dal
profondo dell’abisso, liberale dalla
bocca del leone,
che non le inghiotta il Tartaro
e non cadano nelle tenebre;
ma il santo vessillifero Michele
le riporti nella beata luce
che una volta promettesti ad
Abramo e alla sua stirpe.
Sacrifici e preghiere di lode ti
offriamo o Signore; tu accoglile
per quelle anime di cui oggi
Quarurn hodie memoriam facimus:
Fac eas, Domine, de morte transire
ad vitam,
Quam olim Abrahae promisisti et
semini eius.
celebriamo la memoria; fa che
esse, o Signore, dalla morte
passino alla vita
che una volta promettesti ad
Abramo e alla sua stirpe.
V. Responsorium (Coro), Cantabile assai
Libera me, Domine, de morte
aeterna
In die illa tremenda:
Quando caeli movendi sunt et terra,
Dum veneris judicare saeculum per
ignem.
Tremens factus sum ego et timeo,
Dum discussio venerit atque
ventura ira,
Quando coeli movendi sunt et terra.
Dies illa, dies irae, calamitatis et
miseriae;
Dies magna et amara valde,
Dum veneris indicare saeculum per
ignem.
Requiem aeternam dona eis,
Domine;
Et lux perpetua luceat eis.
Libera me, Domine, de morte
aeterna
In die illa tremenda:
Quando caeli movendi sunt et terra,
Dum veneris judicare saeculum per
ignem.
Kyrie eleison
Christe eleison
Kyrie eleison
Liberami, o Signore, dalla morte
eterna
in quel giorno tremendo,
quando i cieli e la terra si
sconvolgeranno
e tu verrai a giudicare il mondo
con il fuoco.
Io tremo e temo
nel pensare al giudizio e alla tua
quando i cieli e la terra si
sconvolgeranno.
Giorno d’ira, quel giorno, di
sventura e di miseria; giorno
grande e amarissimo,
quando verrai a giudicare il mondo
con il fuoco.
Il riposo eterno dà loro, o Signore,
e la luce risplenda loro in perpetuo.
Liberami, o Signore, dalla morte
eterna
in quel giorno tremendo,
quando i cieli e la terra si
sconvolgeranno
e tu verrai a giudicare il mondo
con il fuoco.
Signore, pietà
Cristo, pietà
Signore, pietà
Simona Gubello, soprano
Marinella Rizzo, contralto
Genki Inoue, tenore
Coro Lirico di Lecce
Soprani
Irene Carcagni, Cecilia Cataldi, Ermelinda Coclite, Alessandra
Ferrari, Antonella Marzi, Paola Paladini
Contralti
Olga Maria De Fiore, Nadia Marrocco, Tiziana Muraglia, Maria
Lucia Santoro
Tenori
Francesco Pio Baglivo, Riccardo D’ostuni, Giuseppe Laraia,
Vincenzo Salatino, Giovanni Visconti
Bassi
Antonio Mazzeo, Giovanni Mazzotta, Aldo Orlando, Cosimo
Pierri, Stefano Zizza
Orchestra Sinfonica di Lecce e del Salento
Flauto Elisa Buffelli
Oboi Antonella Florio, Francesco Porpora
Fagotto Dario Catanzaro
Corni Alessio Guida, Bruno De Giorgi
Violini I Ivo Mattioli, Danilo Mattioli, Matteo Puglielli
Violini II Francesca Palmisano, Alessia Rausa, Miriam Baffi
Viole Susanna Zanella, Luca Fersino
Violoncelli Luigi Punzi, Giorgio Sambati
Contrabbasso Maurizio Ria
Organo Giovanna Tricarico
Estrazione delle parti corali e orchestrali a cura di Maurizio Ria
Vincenza Baglivo, Maestra del Coro
Massimo Raffa, Concertatore e Direttore
Avviso per la “per la concessione di finanziamenti destinati alla internazionalizzazione degli istituti di istruzione superiore artistica
e musicale (AFAM)” PNRR Missione 4, “Istruzione e Ricerca” – Componente 1, “Potenziamento dell’offerta dei servizi all’istruzione:
dagli asili nido all’Università” – Investimento 3.4, “Didattica e competenze universitarie avanzate”, sotto-investimento T5
“Partenariati strategici/iniziative per innovare la dimensione internazionale del sistema AFAMfinanziato dall’Unione europea
–NextGenerationEU
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