
(AGENPARL) – Tue 01 April 2025 L’AVVOCATURA CENSURATA DALLA CANCEL CULTURE
Sessanta giorni di sospensione per aver osato scrivere la parola NEGRO. Ora una battaglia di libertà.
Forlì, 01/04/2025- Non è uno scherzo di aprile. Sessanta giorni di sospensione dall’esercizio della professione di avvocato per aver osato scrivere la parola “Negro” su una cartellina interna di studio. Non in un atto giudiziario, non in aula, non in una comunicazione rivolta alla controparte, ma su un fascicolo cartaceo riservato alla gestione interna dello studio per identificare una controparte di cittadinanza nigeriana, dal nome lunghissimo e impronunciabile. Per di più fotografato di nascosto e diffuso alla stampa.
Come dire: punito per aver pensato, scritto e archiviato, ma anche perché da tale vocabolo, utilizzato senza aggettivazioni ed in forma neutra, si pretende di dedurre chissà quale malanimo in chi l’ha scritto. La giustizia disciplinare forense, in nome della dignità e del decoro, ha deciso che una parola, da sola, fuori da ogni contesto offensivo, vale quanto un insulto, quanto una condotta degradante, quanto – perché no – un doping accidentale o un hate speech da social media.
E infatti, come Jannik Sinner con il clostebol, o come chi su Facebook usa un termine sgradito agli algoritmi e si ritrova sospeso. Si ferma un avvocato per sessanta giorni, non per ciò che ha fatto, ma per ciò che ha scritto – in privato e soprattutto per quello che si ritiene che possa avere pensato .
Lo scrivono anche fior di linguisti e sociologi di ogni più varia sensibilità politica ed ha ragione il Generale Vannacci: il termine “negro”, assunto al di fuori di ogni altro contesto, non costituisce offesa.
Qui non c’è un insulto. Non c’è una bestemmia. Non c’è un’aggressione. C’è una parola – Negro – usata come etichetta interna su una copertina di fascicolo, nel 2020, in un contesto puramente organizzativo. Una parola che tra l’altro ha sempre fatto orgogliosamente parte del
Vocabolario Italiano fino a quando le influenze anglosassoni hanno iniziato a pretenderne ed imporne una differente sfumatura.
Eppure, come nei più cupi esperimenti di polizia linguistica, la parola è diventata reato di opinione. L’intenzione? Superflua. Il contesto? Irrilevante. L’offesa concreta? Nessuna. Ma la motivazione della sanzione è esemplare. Testualmente: “La volgarità delle espressioni utilizzate, la violenza insita nelle stesse e la assoluta mancanza della considerazione del grave vulnus che avrebbe comportato all’immagine dell’ordinamento forense…”.
Questa non è giustizia, è ideologia travestita da moralismo, è cancel culture applicata al Codice Deontologico, dove non conta più ciò che fai, ma ciò che dici – o, peggio ancora, ciò che scrivi su una cartellina privata.
È il processo a un’intera categoria che, in silenzio, sta abdicando al proprio diritto di parola e di pensiero, per non finire sanzionata, sospesa, espulsa dal tempio del politicamente corretto. Ed è un vento pericoloso quello che porta a voler sanzionare l’avvocatura per una questione estranea alla professione ma per fatti che costituiscono semplice opinione.
Questa è una battaglia di giustizia alla quale non mi sottrarrò: impugnerò questa decisione innanzi alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione e, se necessario, alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, affinché venga riaffermato un principio elementare:
le parole, senza contesto, non sono reati. La libertà, senza il diritto di parlare, non è più libertà.
Avv. Francesco Minutillo
STUDIO LEGALE
MINUTILLO & ASSOCIATI
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