(AGENPARL) - Roma, 23 Settembre 2026 - Un avvertimento netto e senza filtri quello lanciato da Teheran nei confronti del governo italiano durante i lavori dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in corso a New York.
In occasione del colloquio bilaterale svoltosi a margine del vertice Onu tra il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi e il titolare della Farnesina Antonio Tajani, la Repubblica Islamica ha posto sul tavolo un aut aut diplomatico dal peso specifico rilevante, evidenziando che consentire l’utilizzo delle basi militari presenti sul territorio italiano per preparare o compiere azioni ostili contro Teheran significa di fatto rendersi complici di un’aggressione e correre il rischio concreto di assumersi precise responsabilità sul piano internazionale.
Il faccia a faccia Tajani-Araqchi e il nodo della sicurezza
Il confronto tra i due capi della diplomazia ha toccato molteplici temi cruciali, spaziando dai rapporti bilaterali tradizionali fino ai dossier regionali più caldi dello scacchiere mediorientale.
Mentre il ministro Antonio Tajani ha ribadito con forza l’impegno storico del nostro Paese a favore della pace e della sicurezza internazionale, invocando una de-escalation immediata da parte di tutti gli attori coinvolti, la controparte iraniana ha scelto una linea di assoluta fermezza. Teheran ha infatti puntato il dito contro il progressivo smantellamento delle regole del diritto internazionale, imputando agli Stati Uniti e a Israele una condotta spregiudicata e profondamente destabilizzante per l’intera area.
La denuncia delle infrastrutture strategiche e dei costi globali
Nel corso del vertice, Araqchi ha calcato la mano sulla pericolosità delle scelte operate da alcuni partner europei, tra cui l’Italia, rei di concedere l’uso delle proprie infrastrutture strategiche per scopi militari offensivi. Secondo la diplomazia iraniana, tali decisioni comportano conseguenze ben precise:
- Non costituiscono soltanto un atto ostile nei confronti di uno Stato sovrano.
- Espongono direttamente i Paesi ospitanti a conseguenze giuridiche rilevanti.
Non è mancata inoltre un’attenta analisi delle ricadute economiche globali di questa crisi: Teheran ha evidenziato come l’impennata dei prezzi dei carburanti e delle materie prime sui mercati internazionali rappresenti la conseguenza diretta dell’escalation militare nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz, chiedendo che venga posta una ferrea responsabilità politica sulle spalle di chi alimenta la tensione e minaccia le rotte commerciali marittime.
Lo scontro sui diritti e il futuro della diplomazia
Il confronto si è infine acceso sul terreno scivoloso dei diritti umani e dei presunti doppi standard dell’azione occidentale. Il capo della diplomazia iraniana ha criticato aspramente il silenzio di parte dell’Europa di fronte alle azioni militari e alle violazioni perpetrate nel territorio palestinese e in territorio iraniano – citando esplicitamente i drammatici episodi registrati a Minab e Lamerd – contrapponendovi le sanzioni e la linea dura economica adottata invece contro Teheran.
Nonostante la forte tensione emersa durante il vertice newyorkese, l’Iran ha voluto ribadire di considerare la diplomazia uno strumento centrale per difendere la propria sovranità nazionale e i propri legittimi interessi, ricordando come in passato i canali di dialogo ospitati proprio dall’Italia siano stati bruscamente interrotti da iniziative militari improvvise. Una stoccata che lascia intravedere margini di trattativa estremamente stretti, sullo sfondo di uno scenario internazionale sempre più polarizzato e difficile da ricomporre.
