(AGENPARL) - Roma, 4 Settembre 2026 - ROMA – Ci sono libri che arrivano sul mercato quando il tema che affrontano appartiene ancora prevalentemente agli specialisti. E ce ne sono altri che, quasi improvvisamente, si ritrovano al centro dell’attualità perché gli eventi trasformano ciò che sembrava materia per esperti in una questione politica quotidiana.
“Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti” di Arturo Di Corinto appartiene sempre più chiaramente alla seconda categoria.
Cyberattacchi, operazioni di influenza, disinformazione russa, intelligenza artificiale generativa, deepfake, algoritmi delle piattaforme, infrastrutture digitali, Big Tech e sovranità tecnologica sono ormai componenti dello stesso campo di battaglia.
Il risultato è che un libro costruito intorno all’architettura invisibile dei nuovi conflitti sta incontrando un interesse particolarmente favorevole proprio mentre la guerra ibrida è diventata uno degli argomenti centrali del dibattito europeo sulla sicurezza.
E il prossimo appuntamento romano offre una misura significativa di questa attenzione.
Il 16 settembre “Guerra profonda” arriva al Centro Studi Americani
Il libro sarà presentato mercoledì 16 settembre 2026 alle ore 17:00, presso il Centro Studi Americani, in Via Michelangelo Caetani 32 a Roma.
A portare i saluti sarà Roberto Sgalla, direttore del Centro Studi Americani.
Con l’autore Arturo Di Corinto interverranno Barbara Carfagna, giornalista del Tg1 e conduttrice di “Codice” su Rai 1; Lorenzo Guerini, presidente del COPASIR; Giampiero Massolo, vicepresidente di Mundys e componente del CdA del Centro Studi Americani; Marco Ramilli, CEO di IdentifAI; e Luca Tagliaretti, direttore esecutivo dell’European Cybersecurity Competence Centre.
A moderare sarà la giornalista e autrice Barbara Gasperini.
La composizione del panel è già indicativa della natura del libro. Giornalismo. Intelligence e sicurezza nazionale. Cybersecurity. Intelligenza artificiale. Politica. Infrastrutture. Tecnologia.
Sono mondi che fino a qualche anno fa venivano analizzati separatamente.
“Guerra profonda” parte invece dalla convinzione che oggi debbano essere letti insieme.
Il successo del libro nasce anche dal momento storico
Il crescente interesse attorno al volume non è difficile da spiegare.
Il suo oggetto coincide con alcune delle questioni più discusse di questi mesi.
La guerra contemporanea non si combatte più soltanto con carri armati, missili, droni e soldati.
Si combatte attraverso reti informatiche. Piattaforme. Server. Satelliti. Dati. Algoritmi. Bot. Video sintetici. Campagne coordinate. Operazioni psicologiche.
Informazioni vere manipolate e informazioni false costruite per sembrare autentiche.
Il confine tra guerra e pace diventa così molto meno netto.
Ed è precisamente dentro questa zona grigia che opera la guerra ibrida.
La disinformazione russa è uno dei grandi casi di studio
Il tema è particolarmente attuale quando si guarda alla Russia.
Le operazioni di influenza attribuite a Mosca sono diventate negli ultimi anni uno dei principali terreni di confronto tra Russia e Paesi occidentali.
L’obiettivo di una campagna di disinformazione non deve necessariamente essere convincere tutti di una determinata versione dei fatti.
Può essere sufficiente ottenere qualcosa di più sottile:
aumentare la confusione,
radicalizzare le divisioni,
ridurre la fiducia nelle istituzioni,
amplificare conflitti già esistenti,
delegittimare fonti informative,
rendere difficile distinguere il vero dal falso.
La disinformazione efficace non inventa necessariamente una società divisa.
Trova le divisioni esistenti e le amplifica.
La guerra dell’informazione precede l’intelligenza artificiale
La propaganda non è certamente un’invenzione del XXI secolo.
Gli Stati la utilizzano da secoli. Ciò che è cambiato è l’infrastruttura attraverso la quale può essere distribuita. Un tempo servivano giornali, radio o televisioni. Oggi un contenuto può attraversare il pianeta in pochi minuti.
Una rete relativamente piccola di account può produrre l’impressione di un movimento molto più grande.
Un video può essere tagliato.
Un’immagine può essere decontestualizzata.
Una dichiarazione può essere tradotta in modo scorretto.
Una notizia falsa può essere inserita dentro una sequenza di informazioni vere.
La guerra informativa diventa quindi industrializzabile.
Poi è arrivata l’intelligenza artificiale
Ed è qui che la tesi di “Guerra profonda” diventa ancora più attuale.
L’AI generativa riduce drasticamente il costo della produzione di contenuti.
Testo.
Immagini.
Audio.
Video.
Traduzioni.
Profili artificiali.
Commenti.
Messaggi personalizzati.
Una campagna di influenza che un tempo avrebbe richiesto centinaia di operatori può teoricamente essere automatizzata in misura crescente.
Il salto quantitativo può diventare qualitativo.
Il deepfake modifica il concetto stesso di prova
Per decenni una fotografia o una registrazione video hanno posseduto un valore intuitivo molto forte.
“L’ho visto.”
“L’ho sentito.”
L’intelligenza artificiale sta indebolendo questa certezza.
È possibile generare volti.
Voci.
Scene.
Dichiarazioni.
Documenti apparentemente autentici.
Il problema non è soltanto che qualcuno possa credere a un falso.
Esiste anche il fenomeno opposto.
Una persona ripresa realmente mentre compie qualcosa può sostenere che il video sia stato generato dall’AI.
La tecnologia produce quindi una doppia crisi.
Possiamo credere al falso e dubitare del vero.
È questa la “guerra profonda”
Il titolo del libro acquista qui il proprio significato più interessante.
La guerra profonda non è semplicemente guerra segreta.
È una guerra che penetra nelle infrastrutture invisibili attraverso cui una società comprende il mondo.
Reti.
Algoritmi.
Piattaforme.
Sistemi informativi.
Cloud.
Dati.
Software.
Percezioni.
Fiducia.
Il campo di battaglia non è soltanto geografico.
È cognitivo.
E qui entrano le Big Tech
Una delle questioni più importanti affrontate dal volume riguarda il ruolo delle grandi piattaforme tecnologiche.
Google.
Meta.
Microsoft.
Amazon.
Apple.
X.
E gli altri grandi operatori dell’economia digitale.
Queste imprese non sono semplicemente aziende che vendono servizi.
Gestiscono infrastrutture attraverso le quali circola una quota enorme dell’informazione mondiale.
Cloud.
Social network.
Motori di ricerca.
Sistemi operativi.
App store.
AI.
Data center.
Identità digitali.
Comunicazioni.
In alcuni casi possiedono capacità tecnologiche paragonabili o superiori a quelle di molti Stati.
Chi controlla l’infrastruttura controlla una parte del potere
È qui che cybersecurity e geopolitica si incontrano.
Uno Stato può possedere un esercito.
Ma se i suoi dati dipendono da cloud stranieri?
Se le comunicazioni passano attraverso piattaforme private?
Se l’intelligenza artificiale viene sviluppata altrove?
Se i semiconduttori arrivano da poche fabbriche?
Se il software fondamentale appartiene a società straniere?
La sovranità politica può esistere formalmente mentre quella tecnologica si riduce.
La sovranità digitale diventa quindi sicurezza nazionale
Per l’Europa è una questione particolarmente delicata.
L’UE possiede un mercato enorme e importanti capacità industriali.
Ma in numerosi segmenti digitali dipende fortemente da tecnologie non europee.
Cloud americano.
Chip asiatici.
Piattaforme americane.
Hardware prodotto attraverso supply chain globali.
AI sviluppata prevalentemente negli Stati Uniti e in Cina.
Il dibattito sulla sovranità digitale nasce da questa asimmetria.
Non significa necessariamente costruire un’Europa tecnologicamente autarchica.
Significa evitare dipendenze che possano trasformarsi in vulnerabilità strategiche.
La presenza del presidente del COPASIR non è casuale
La partecipazione di Lorenzo Guerini alla presentazione romana sottolinea proprio questa dimensione.
Cybersecurity, interferenze straniere, disinformazione e protezione delle infrastrutture critiche non sono più esclusivamente questioni tecnologiche.
Sono questioni di sicurezza nazionale.
L’intelligence contemporanea deve osservare contemporaneamente:
movimenti militari,
reti informatiche,
campagne social,
infrastrutture,
flussi finanziari,
tecnologie emergenti.
Il perimetro della sicurezza si è enormemente ampliato.
Anche l’informazione è infrastruttura critica
Tradizionalmente consideriamo infrastrutture critiche:
centrali elettriche,
reti telefoniche,
ospedali,
ferrovie,
porti,
aeroporti,
banche.
Ma una democrazia dipende anche da un’altra infrastruttura.
La capacità dei cittadini di condividere una base minima di realtà.
Quando questa infrastruttura viene compromessa, anche il sistema politico può diventare vulnerabile.
Se nessuno crede più a nulla, governare diventa estremamente difficile.
L’obiettivo della disinformazione può essere proprio il nichilismo
La propaganda classica vuole spesso convincere.
La disinformazione contemporanea può perseguire un obiettivo differente:
fare in modo che il pubblico smetta di credere.
Tutti mentono.
Tutti manipolano.
Tutte le fonti sono uguali.
La verità non esiste.
Quando questa percezione diventa dominante, la società perde uno dei propri meccanismi di difesa.
È molto più semplice manipolare una popolazione convinta che qualsiasi informazione sia potenzialmente falsa.
Per questo il giornalismo torna centrale
La presenza di giornalisti nel confronto organizzato dal Centro Studi Americani è altrettanto significativa.
La risposta alla disinformazione non può essere soltanto tecnologica.
Non basta eliminare bot.
Non basta identificare deepfake.
Non basta moderare piattaforme.
Serve informazione verificata.
Fonti.
Contesto.
Metodo.
Trasparenza.
Il giornalismo diventa parte della resilienza democratica.
Ma anche il giornalismo deve cambiare
L’AI costringe le redazioni a sviluppare nuove competenze.
Verifica delle immagini.
Analisi dei metadati.
Geolocalizzazione.
Controllo dei video.
Open-source intelligence.
Verifica delle reti social.
Analisi delle campagne coordinate.
Comprensione degli algoritmi.
Il giornalista del futuro dovrà conoscere sempre più strumenti che fino a pochi anni fa appartenevano agli specialisti di cybersecurity.
Hacker e giornalisti osservano spesso lo stesso sistema
Da prospettive differenti, entrambi cercano anomalie.
Il giornalista cerca incongruenze in una storia.
L’analista di sicurezza cerca anomalie in una rete.
Entrambi cercano ciò che non torna.
Questa convergenza tra informazione e sicurezza è una delle caratteristiche della guerra ibrida.
Il successo di “Guerra profonda” nasce da questa convergenza
Il libro intercetta un pubblico molto più ampio della tradizionale comunità cyber.
Perché i problemi raccontati non riguardano più soltanto gli informatici.
Riguardano:
politici,
giornalisti,
militari,
imprese,
manager,
studenti,
ricercatori,
cittadini.
Chiunque utilizzi una piattaforma digitale è ormai, almeno indirettamente, dentro questa infrastruttura.
La guerra moderna arriva nello smartphone
È forse l’immagine più semplice.
Per partecipare involontariamente a una guerra informativa non è necessario trovarsi al fronte.
Basta possedere un telefono.
Un contenuto appare.
Lo condividiamo.
Qualcun altro lo rilancia.
Un algoritmo ne aumenta la visibilità.
Migliaia di persone reagiscono.
La percezione pubblica cambia.
Una narrazione nata magari dall’altra parte del mondo entra direttamente nel dibattito politico nazionale.
La distanza geografica perde importanza.
L’algoritmo non distingue necessariamente tra pace e guerra
Le piattaforme sono progettate principalmente per distribuire contenuti e mantenere attenzione.
Ma ciò che genera attenzione spesso coincide con ciò che genera emozione.
Paura.
Rabbia.
Indignazione.
Conflitto.
Sono precisamente le emozioni che una campagna di influenza vuole sfruttare.
La struttura economica dell’attention economy può quindi diventare involontariamente compatibile con la logica della propaganda.
Questo pone una domanda difficile alle Big Tech
Quanto devono intervenire?
Troppo poco significa lasciare spazio alla manipolazione.
Troppo significa attribuire a società private un enorme potere nel decidere quali contenuti siano legittimi.
Non esiste una soluzione semplice.
Ed è proprio per questo che la questione riguarda la politica.
Libertà di espressione e sicurezza devono convivere
Combattere la disinformazione non può significare trasformare ogni opinione controversa in un problema di sicurezza.
Una democrazia deve tollerare dissenso.
Critiche.
Errori.
Satira.
Opinioni radicali purché lecite.
Il problema è identificare comportamenti coordinati e ingannevoli senza criminalizzare il normale conflitto democratico.
È uno dei dilemmi più complessi della società digitale.
La risposta migliore è aumentare la resilienza
Una società completamente impermeabile alla propaganda non esisterà mai.
La strategia più efficace è renderla difficile da manipolare.
Educazione digitale.
Giornalismo di qualità.
Trasparenza degli algoritmi.
Cybersecurity.
Istituzioni credibili.
Verifica rapida.
Ricerca indipendente.
Cooperazione internazionale.
Una popolazione informata è molto più difficile da destabilizzare.
L’intelligenza artificiale può essere anche parte della difesa
La stessa tecnologia che permette di generare disinformazione può aiutare a identificarla.
Analisi automatizzata.
Riconoscimento di reti coordinate.
Individuazione di anomalie.
Verifica dei contenuti.
Cyber defence.
Threat intelligence.
La corsa non sarà quindi tra AI e esseri umani.
Sarà sempre più spesso tra AI utilizzata per attaccare e AI utilizzata per difendere.
Marco Ramilli porta proprio questa dimensione al dibattito
La presenza del CEO di IdentifAI collega la discussione alla possibilità di riconoscere contenuti sintetici e manipolati.
È una delle tecnologie che diventeranno sempre più importanti.
Ma nessun sistema di detection sarà infallibile.
Generazione e rilevamento tenderanno a evolvere insieme.
Una continua corsa tra falsificazione e autenticazione.
Luca Tagliaretti porta invece la dimensione europea
L’European Cybersecurity Competence Centre rappresenta un tassello della risposta dell’UE alla crescente centralità della sicurezza digitale.
L’Europa sta cercando di trasformare la cybersecurity da insieme frammentato di politiche nazionali a capacità strategica continentale.
È un processo inevitabile.
Una rete digitale non si ferma al confine nazionale.
Neppure un cyberattacco.
La guerra in Ucraina ha accelerato tutto
Il conflitto russo-ucraino ha reso visibile una trasformazione che era già in corso.
Cyberattacchi.
Droni.
Satelliti commerciali.
Intelligence open source.
Social media.
Propaganda.
AI.
Comunicazioni cifrate.
Immagini satellitari private.
Crowdfunding.
Software civile adattato al combattimento.
Il confine tra tecnologia commerciale e tecnologia militare è diventato estremamente poroso.
Le aziende private sono entrate nel campo di battaglia
È un cambiamento storico.
Una società tecnologica può oggi influenzare indirettamente la capacità operativa di uno Stato.
Cloud.
Satelliti.
Connettività.
AI.
Cybersecurity.
Il potere strategico non appartiene più esclusivamente ai governi.
Ed è esattamente questo che rende il rapporto tra Big Tech e sovranità così importante.
La Russia è soltanto uno dei casi
La disinformazione russa è oggi particolarmente discussa per ragioni geopolitiche evidenti.
Ma sarebbe un errore considerare la guerra informativa un fenomeno esclusivamente russo.
Molti Stati sviluppano capacità di influenza.
Attori non statali possono fare lo stesso.
Movimenti politici.
Gruppi criminali.
Società private.
Singoli influencer.
Con l’AI, le barriere d’ingresso continuano ad abbassarsi.
La minaccia quindi non è una nazionalità.
È una capacità.
La prossima guerra ibrida potrebbe essere molto più automatizzata
Immaginiamo campagne capaci di produrre automaticamente milioni di messaggi differenti.
Non spam identico.
Messaggi personalizzati.
Una narrativa per un pensionato.
Una per uno studente.
Una per un imprenditore.
Una per un elettore conservatore.
Una per un elettore progressista.
Tutte progettate per sfruttare vulnerabilità differenti.
È questa una delle implicazioni più inquietanti dell’AI applicata all’information warfare.
La sovranità del futuro sarà anche cognitiva
Proteggere un territorio non sarà sufficiente.
Gli Stati dovranno proteggere la capacità dei propri cittadini di prendere decisioni senza manipolazioni sistematiche provenienti dall’esterno.
Non attraverso censura.
Ma attraverso resilienza.
È una differenza fondamentale.
Una democrazia forte non è quella nella quale circolano soltanto informazioni approvate.
È quella nella quale le informazioni manipolate hanno maggiore difficoltà a distruggere il dibattito pubblico.
Perché “Guerra profonda” sta funzionando
Il successo e l’attenzione crescente attorno al libro possono quindi essere letti come il risultato di una coincidenza particolarmente favorevole tra contenuto e momento storico.
Il volume parla di:
hacker quando i cyberattacchi sono diventati geopolitica;
disinformazione quando l’Europa discute quotidianamente di interferenze e propaganda russa;
Big Tech quando il potere delle piattaforme è diventato questione politica;
sovranità digitale mentre l’Europa cerca maggiore autonomia tecnologica;
intelligenza artificiale mentre l’AI sta trasformando informazione, economia e sicurezza;
guerra ibrida mentre il confine tra pace e conflitto diventa sempre più difficile da individuare.
È difficile immaginare un’agenda più contemporanea.
Dal libro al dibattito sulla sicurezza italiana
L’appuntamento del Centro Studi Americani conferma che “Guerra profonda” sta uscendo dal perimetro della semplice presentazione editoriale.
Il confronto coinvolge figure provenienti da istituzioni, intelligence parlamentare, informazione, cybersecurity e tecnologia.
Questo trasforma la presentazione in qualcosa di più interessante:
un dibattito su come l’Italia debba prepararsi ai conflitti digitali e informativi del prossimo decennio.
Roma, 16 settembre: il libro incontra il suo momento storico
È forse questo l’elemento che spiega meglio l’interesse che il volume sta raccogliendo.
“Guerra profonda” non descrive un futuro remoto.
Descrive un’infrastruttura di conflitto che è già intorno a noi.
Ogni volta che un cyberattacco blocca un servizio.
Ogni volta che una rete coordinata amplifica una narrativa.
Ogni volta che un deepfake diventa indistinguibile da un video autentico.
Ogni volta che un algoritmo decide cosa milioni di persone vedranno.
Ogni volta che un governo scopre di dipendere da un’infrastruttura digitale che non controlla.
La guerra profonda diventa visibile.
Ed è proprio questo paradosso a rendere il libro particolarmente attuale:
racconta la parte invisibile dei conflitti nel momento in cui quella parte invisibile sta diventando impossibile da ignorare.
Il 16 settembre al Centro Studi Americani di Roma, la discussione partirà dal libro di Arturo Di Corinto.
Ma inevitabilmente arriverà molto più lontano.
Alla Russia e alla guerra ibrida.
Alla sicurezza delle democrazie.
Alle Big Tech.
All’intelligence.
Alla sovranità digitale europea.
Alla disinformazione.
All’intelligenza artificiale.
E soprattutto alla domanda che accompagnerà governi e società per molti anni:
chi controllerà l’architettura digitale dei nuovi conflitti avrà anche il potere di determinare come combattiamo, come ci informiamo e, sempre più spesso, che cosa consideriamo vero?
