(AGENPARL) - Roma, 27 Agosto 2026 - La conclusione della lunga transizione libica non riguarda soltanto la costruzione di un nuovo equilibrio politico interno. Le future elezioni presidenziali e parlamentari potrebbero rappresentare un passaggio assai più profondo: la ricostruzione di una piena legittimità nazionale in un momento nel quale la Libia sta acquisendo una crescente centralità negli equilibri del Mediterraneo, dell’Africa e della competizione internazionale.
È su questo terreno che si sviluppa l’intervista a Mohamed Elmezughi, candidato alla guida di un futuro governo unificato. Al centro del confronto tre questioni strettamente collegate: il significato strategico delle elezioni, la trasformazione della legittimità democratica in credibilità economica e la definizione di una politica estera capace di dialogare con Washington, Bruxelles, Mosca, Pechino e le capitali africane senza collocare la Libia in una sfera d’influenza esclusiva.
Per Elmezughi, il principio guida può essere sintetizzato in una formula: «La Libia non deve scegliere una parte contro un’altra; deve scegliere prima di tutto la Libia».
Elezioni e nuovo Stato: il voto può trasformare la Libia da terreno della competizione internazionale a protagonista della politica mediterranea?
Domanda. Le future elezioni presidenziali e parlamentari sono generalmente considerate il meccanismo attraverso il quale la Libia potrà porre fine alla sua lunga transizione. Il loro significato, tuttavia, potrebbe essere molto più profondo. Il Paese si trova all’intersezione tra Mediterraneo, Sahel e Africa subsahariana, mentre cresce l’interesse strategico di Russia, Stati Uniti, Europa e altri attori internazionali.
Il rafforzamento della presenza russa e l’importanza attribuita alle infrastrutture libiche nella proiezione strategica di Mosca verso l’Africa mostrano quanto gli equilibri interni della Libia siano ormai direttamente collegati alle dinamiche regionali.
In questo scenario, che cosa dovrebbero rappresentare realmente le prossime elezioni: semplicemente la conclusione della transizione istituzionale oppure l’atto fondativo di una nuova sovranità politica, attraverso la quale la Libia possa tornare a essere soggetto — e non terreno — della competizione internazionale?
Se diventasse Primo Ministro di un governo unificato, quale mandato strategico riterrebbe di aver ricevuto dalle urne rispetto alle presenze militari straniere, agli accordi conclusi durante gli anni della frammentazione e alle relazioni con Russia, Stati Uniti, Unione europea e potenze regionali? Ritiene inoltre che gli accordi strategici riguardanti sicurezza e sovranità nazionale debbano essere sottoposti a una revisione istituzionale e a criteri di piena trasparenza una volta insediate autorità dotate di una rinnovata legittimità nazionale?
Mohamed Elmezughi. Sì, ed è precisamente questo che dovrebbero rappresentare le prossime elezioni.
Non considero le elezioni semplicemente uno strumento per porre fine a una prolungata fase transitoria. Le considero il momento fondativo del moderno Stato libico e la restituzione del potere decisionale nazionale dalle istituzioni temporanee al popolo libico.
La Libia non deve essere un terreno sul quale le potenze internazionali competono, né una carta nelle dispute degli altri. È un Paese dotato di una posizione geografica strategica, di risorse importanti e di un popolo capace di costruire uno Stato moderno. La sua collocazione tra Mediterraneo e Africa può renderla un ponte di cooperazione, non un campo di conflitto.
Ma sovranità non significa isolamento dal mondo, così come indipendenza non significa ostilità verso alcun Paese.
Vogliamo che la Libia sia amica di tutti, subordinata a nessuno e partner di tutti sulla base degli interessi reciproci e del pieno rispetto della propria sovranità.
Se il popolo libico mi affidasse attraverso le urne la guida di un governo unificato, considererei quel mandato come una precisa responsabilità nazionale: unificare le istituzioni dello Stato, ripristinare la sovranità decisionale e porre fine all’esistenza di molteplici centri di potere e autorità.
Per quanto riguarda le presenze militari straniere e gli accordi conclusi durante gli anni della divisione, il principio che sosterrò è semplice e chiaro: nessun accordo segreto al di sopra dello Stato e nessun impegno strategico permanente senza legittimità nazionale, partecipazione delle istituzioni costituzionalmente competenti e piena trasparenza.
Il mio compito non sarà cancellare le relazioni internazionali della Libia, ma riorganizzarle sulla base delle istituzioni dello Stato e degli interessi del popolo libico.
Gli accordi che servono la Libia e ne tutelano gli interessi potranno essere ulteriormente sviluppati. Qualsiasi intesa riguardante sicurezza nazionale, sovranità o risorse strategiche dovrà invece essere sottoposta alla necessaria verifica giuridica e istituzionale e alla piena trasparenza da parte delle autorità legittime.
E voglio essere chiaro davanti alla comunità internazionale: sotto la mia leadership, la Libia non sarà la base militare di nessuno, né una piattaforma contro qualcuno.
Sarà uno Stato sovrano che coopera con Stati Uniti, Europa, Russia, Cina, Paesi della regione e Africa, senza entrare in un blocco esclusivo e senza permettere che il proprio territorio o le proprie risorse diventino strumenti nei conflitti altrui.
È qui che risiede il valore delle elezioni: la Libia deve passare dall’essere un Paese per conto del quale altri negoziano a un Paese che negozia per se stesso; da terreno di conflitto a partner le cui decisioni vengono rispettate da tutti.
Dalla legittimità elettorale alla credibilità economica: quale “contratto istituzionale” offrirà la nuova Libia agli investitori?
Domanda. Per i cittadini, le elezioni devono restituire rappresentanza e sovranità. Per un investitore internazionale, invece, la vera prova della nuova Libia inizierà probabilmente il giorno successivo.
Il capitale non valuta un Paese soltanto sulla base della regolarità delle sue elezioni, ma anche sulla capacità dello Stato di garantire certezza del diritto, stabilità fiscale e normativa, protezione dei contratti e degli investimenti, trasparenza negli appalti pubblici, procedure amministrative prevedibili, indipendenza degli organismi di controllo e continuità della politica economica.
In altre parole, la legittimità politica deve trasformarsi in affidabilità istituzionale.
Se fosse chiamato a guidare il nuovo governo, quali riforme introdurrebbe nei primi dodici mesi per realizzare questo salto di qualità?
Sarebbe favorevole a un vero patto di certezza tra Stato e investitori, nel quale regolamenti, autorizzazioni, gare pubbliche e grandi contratti siano digitalmente accessibili e verificabili, riducendo così la discrezionalità amministrativa? E come impedirebbe che la competizione tra capitali cinesi, europei, americani, russi e del Golfo produca sfere economiche d’influenza all’interno della Libia, anziché una competizione regolata esclusivamente dall’interesse nazionale?
Mohamed Elmezughi. La legittimità elettorale è il punto di partenza, non quello di arrivo.
Gli investitori internazionali non cercano semplicemente un Paese che organizzi elezioni. Hanno bisogno di uno Stato nel quale sia chiaro chi prende le decisioni, quali siano le regole e se i contratti verranno rispettati.
Per questo il mio primo compito, dopo la formazione del governo, sarà trasformare la legittimità politica in fiducia istituzionale ed economica.
La Libia ha bisogno di uno Stato governato dalla legge e non dagli individui; di istituzioni che operino secondo regole e non attraverso relazioni personali; di un’economia produttiva anziché dipendente esclusivamente dalla spesa pubblica.
Nel primo anno lavorerò alla creazione di quello che definisco uno “State–Investor Confidence Compact”, un Patto di fiducia tra Stato e investitori fondato su cinque principi.
Primo: Stato di diritto. Non può esistere un investimento stabile senza una magistratura indipendente e senza contratti che lo Stato rispetti e che siano vincolanti per tutti.
Secondo: trasparenza. Gare, licenze e grandi contratti devono essere digitalmente accessibili e verificabili, riducendo gli spazi per corruzione, favoritismi e decisioni amministrative unilaterali.
Terzo: stabilità normativa e fiscale. Gli investitori devono conoscere le regole prima di impegnare il proprio capitale. Non è possibile attrarre investimenti di lungo periodo se leggi e decisioni cambiano in funzione dei diversi centri d’influenza.
Quarto: istituzioni economiche unificate. Non si può costruire un’economia moderna mentre le istituzioni finanziarie ed economiche rimangono divise. L’unificazione delle istituzioni economiche, monetarie e di controllo dello Stato sarà una priorità.
Quinto: passare da un’economia dei consumi a un’economia produttiva. L’investimento straniero non deve essere un fine in sé. Vogliamo investimenti capaci di trasferire tecnologia, creare posti di lavoro, sviluppare competenze, sostenere l’industria nazionale e le infrastrutture e generare valore aggiunto all’interno della Libia.
Credo in un principio molto chiaro: «Investite in Libia, non nell’influenza all’interno della Libia».
Accoglieremo capitali cinesi, europei, americani, russi e del Golfo. Ma la competizione sarà aperta e regolata da un’unica legge. I contratti saranno assegnati secondo criteri chiari e nessun Paese o impresa riceverà privilegi politici semplicemente perché dispone di capitali.
La geografia e le risorse della Libia ci offrono un’opportunità storica, ma non dobbiamo ripetere gli errori del passato. Non vogliamo che la nostra ricchezza diventi una ragione per competere sulla Libia: vogliamo che diventi uno strumento per costruire la Libia.
Per questo “Made in Libya” non è per me soltanto uno slogan economico. È parte del progetto di costruzione dello Stato: utilizzare petrolio e gas, infrastrutture e investimenti stranieri per costruire un’economia libica produttiva e competitiva.
Credo che il mondo non abbia bisogno di un’altra Libia in cerca di aiuti. Ha bisogno di una Libia stabile, credibile e produttiva, capace di essere un autentico partner economico per la regione e per il mondo.
Tra Washington, Bruxelles, Mosca, Pechino e l’Africa: quale sarà la dottrina internazionale di un governo Elmezughi?
Domanda. La prossima leadership libica potrebbe trovarsi davanti a una scelta storica. La Russia considera sempre più il territorio libico un collegamento strategico tra Mediterraneo e Africa; gli Stati Uniti dedicano crescente attenzione agli equilibri regionali di sicurezza; l’Europa considera la stabilità della Libia essenziale per energia, commercio, sicurezza mediterranea e migrazioni; la Cina e altri partner guardano alle opportunità infrastrutturali e industriali del Paese.
Parallelamente, la centralità africana della Libia potrebbe consentirle di diventare una piattaforma economica e logistica tra Europa e continente africano.
Se diventasse Primo Ministro, quale dottrina di politica estera adotterebbe per impedire che questa pluralità di interessi trasformi nuovamente la Libia in uno spazio nel quale altre potenze negoziano i propri equilibri strategici?
Immagina una Libia capace di costruire una propria autonomia strategica, dialogando contemporaneamente con Washington, Bruxelles, Mosca, Pechino e le capitali africane senza entrare in alcuna sfera d’influenza esclusiva? E quale sarebbe il criterio non negoziabile per distinguere una partnership utile agli interessi della Libia da una relazione che — attraverso basi militari, dipendenza finanziaria, infrastrutture strategiche o accordi opachi — rischi invece di limitarne la sovranità futura?
Mohamed Elmezughi. La dottrina nella quale credo può essere riassunta in una frase:
«La Libia non deve scegliere una parte contro un’altra; la Libia deve scegliere prima di tutto la Libia».
Il mondo sta cambiando e la posizione geografica della Libia la colloca al centro di grandi questioni strategiche: Mediterraneo, Africa, energia, commercio, sicurezza e migrazioni. Isolare la Libia dal mondo non è quindi un’opzione, così come non lo è consegnare il proprio potere decisionale a una qualsiasi potenza internazionale.
La nostra politica estera sarà fondata su equilibrio, apertura, uguaglianza e interesse nazionale.
Dialogheremo con Washington, Bruxelles, Mosca e Pechino, così come con i Paesi vicini e le capitali africane, attraverso relazioni fondate sugli interessi reciproci e sul rispetto, non sulla dipendenza o sull’allineamento.
Voglio che la Libia tragga beneficio dalla propria posizione geografica, anziché pagarne il prezzo.
La Libia può diventare una porta economica tra Europa e Africa, un hub energetico e logistico, un partner della sicurezza mediterranea e un ponte per il commercio e gli investimenti tra le due sponde del Mediterraneo.
Esistono tuttavia linee rosse sulle quali non si può negoziare: sovranità libica, integrità territoriale, indipendenza delle decisioni nazionali, protezione delle risorse e delle ricchezze strategiche e rifiuto di qualsiasi accordo segreto o di lungo periodo che limiti le possibilità di scelta delle generazioni future.
Allo stesso tempo, non credo in una politica di ostilità verso alcun Paese.
La Libia che guiderò non dirà al mondo: «State lontani da noi». Dirà invece: «Venite, investite e cooperate con noi, ma secondo la legge libica e nell’interesse del popolo libico».
Questa è la differenza tra uno Stato dipendente e un partner sovrano.
Credo che la stessa comunità internazionale abbia bisogno di questa equazione. La vera stabilità della Libia non sarà raggiunta attraverso accordi temporanei tra centri di potere, riproducendo un’altra fase transitoria o attraverso intese riservate per la divisione delle sfere d’influenza.
Una stabilità sostenibile richiede uno Stato dotato di legittimità popolare, istituzioni unificate, un governo capace di rispettare i propri impegni e relazioni internazionali equilibrate.
È questo il progetto che propongo.
Non voglio che la Libia sia alleata esclusiva di alcun blocco: voglio che sia alleata dei propri interessi nazionali.
Non voglio che la Libia rappresenti un problema di sicurezza per l’Europa, gli Stati Uniti o i suoi vicini: voglio che diventi un partner nella sicurezza, nella stabilità e nello sviluppo.
E non voglio che la sua ricchezza diventi una ragione per cui le grandi potenze competano sulla Libia. Voglio che quella ricchezza diventi la base di partnership eque, capaci di servire tanto i libici quanto i loro partner.
In definitiva, la migliore garanzia per la comunità internazionale non è il nome della persona che governa la Libia, ma l’esistenza di uno Stato legittimo, unificato, forte e prevedibile, capace di rispettare gli impegni assunti.
Mi propongo di guidare questa fase sulla base di principi precisi: legittimità derivante dal popolo, sovranità non negoziabile, economia aperta e produttiva, partnership con tutti e subordinazione a nessuno.
Non è semplicemente una visione per un nuovo governo. È un progetto per restituire alla Libia il suo ruolo naturale: Stato sovrano, partner affidabile, attore regionale, ponte tra Europa e Africa e titolare delle proprie decisioni nazionali.

*****
Mohamed Elmezughi: “A sovereign Libya, open to the world and subordinate to no one”
The conclusion of Libya’s long transition is not merely about constructing a new domestic political balance. Future presidential and parliamentary elections could represent something far more consequential: the restoration of full national legitimacy at a time when Libya is assuming growing strategic importance in the Mediterranean, Africa and the wider arena of international competition.
It is against this backdrop that this interview with Mohamed Elmezughi, a candidate to lead a future unified Libyan government, takes place. Three closely interconnected issues lie at the heart of the discussion: the strategic significance of elections; the transformation of democratic legitimacy into economic credibility; and the definition of a foreign policy capable of engaging with Washington, Brussels, Moscow, Beijing and African capitals without placing Libya within any exclusive sphere of influence.
For Elmezughi, the guiding principle can be summarized in one formula: “Libya does not need to choose one side against another; Libya must choose Libya first.”
Elections and a new State: Can the vote transform Libya from an arena of international competition into an actor in mediterranean politics?
Question. Future presidential and parliamentary elections are generally regarded as the mechanism through which Libya can bring its long transition to an end. Yet their significance could be far more profound. Libya today stands at the intersection of the Mediterranean, the Sahel and sub-Saharan Africa, while the strategic interest of Russia, the United States, Europe and other international actors continues to grow.
The strengthening of the Russian presence and the importance attributed to Libyan infrastructure in Moscow’s strategic projection towards Africa demonstrate the extent to which Libya’s internal balances are now directly connected to broader regional dynamics.
In this context, what should the forthcoming elections truly represent: simply the conclusion of the institutional transition, or the founding act of a new political sovereignty through which Libya can once again become an actor — rather than an arena — of international competition?
If you became Prime Minister of a unified government, what strategic mandate would you consider yourself to have received from the ballot box regarding foreign military presences, agreements concluded during the years of fragmentation, and relations with Russia, the United States, the European Union and regional powers? Do you also believe that strategic agreements affecting national security and sovereignty should be subject to institutional review and full transparency once authorities endowed with renewed national legitimacy are in place?
Mohamed Elmezughi. Yes, and that is precisely what the forthcoming elections should represent.
I do not view elections merely as a means of ending a prolonged transitional phase. I view them as the founding moment of the modern Libyan state and the restoration of national decision-making from temporary institutions to the Libyan people.
Libya should not be an arena in which international powers compete, nor a card in the disputes of others. Libya is a country with a strategic geographical position, significant resources and a people capable of building a modern state. Its position between the Mediterranean and Africa can make it a bridge for cooperation, not a battlefield for conflict.
But sovereignty does not mean isolation from the world, just as independence does not mean hostility towards any country.
We want Libya to be a friend to everyone, subordinate to no one and a partner to all on the basis of mutual interests and full respect for its sovereignty.
If the Libyan people entrust me through the ballot box with the leadership of a unified government, I will regard that mandate as a clear national responsibility: to unify state institutions, restore sovereign decision-making and end the existence of multiple centres of power and authority.
Regarding foreign military presences and agreements concluded during the years of division, the principle I will uphold is simple and clear: no secret agreement above the state, and no permanent strategic commitment without national legitimacy, the involvement of the constitutionally competent institutions and full transparency.
My task will not be to abolish Libya’s international relations, but to reorganize them on the basis of state institutions and the interests of the Libyan people.
Agreements that serve Libya and protect its interests can be further developed. Any agreement affecting national security, sovereignty or strategic resources, however, must undergo the necessary legal and institutional review and be subject to full transparency by legitimate authorities.
And I want to be clear before the international community: under my leadership, Libya will not be anyone’s military base, nor will it be a platform against anyone.
It will be a sovereign state that cooperates with the United States, Europe, Russia, China, regional countries and Africa, without joining an exclusive bloc and without allowing its territory or resources to become instruments in the conflicts of others.
That is where the value of elections lies: Libya must move from being a country on whose behalf others negotiate to a country that negotiates for itself; from being an arena of conflict to becoming a partner whose decisions are respected by all.
From electoral legitimacy to economic credibility: What «Institutional contract» will the new Libya offer investors?
Question. For citizens, elections must restore representation and sovereignty. For an international investor, however, the real test of the new Libya will probably begin the following day.
Capital does not assess a country solely on the regularity of its elections, but also on the state’s ability to guarantee legal certainty, fiscal and regulatory stability, protection of contracts and investments, transparency in public procurement, predictable administrative procedures, independence of oversight authorities and continuity in economic policy.
In other words, political legitimacy must be translated into institutional reliability.
If you were called upon to lead the new government, what reforms would you introduce during your first twelve months to achieve this qualitative transformation?
Would you support a genuine certainty pact between the state and investors, under which regulations, authorizations, public tenders and major contracts would be digitally accessible and verifiable, thereby reducing administrative discretion? And how would you prevent competition among Chinese, European, American, Russian and Gulf capital from creating economic spheres of influence within Libya rather than competition governed exclusively by Libya’s national interest?
Mohamed Elmezughi. Electoral legitimacy is the starting point, not the end point.
International investors are not looking merely for a country that holds elections. They need a state in which they know who makes decisions, what the rules are and whether contracts will be respected.
That is why my first task after forming the government will be to transform political legitimacy into institutional and economic confidence.
Libya needs a state governed by law, not by individuals; institutions that operate according to rules, not personal relationships; and a productive economy rather than one dependent solely on public spending.
During the first year, I will work to establish what I call a “State–Investor Confidence Compact,” based on five principles:
First: the rule of law. There can be no stable investment without an independent judiciary and contracts that the state respects and that are binding on everyone.
Second: transparency. Tenders, licences and major contracts must be digitally accessible and verifiable, reducing the space for corruption, favouritism and unilateral administrative decisions.
Third: regulatory and fiscal stability. Investors need to know the rules before committing their capital. Long-term investment cannot be attracted if laws and decisions change according to centres of influence.
Fourth: unified economic institutions. A modern economy cannot be built while financial and economic institutions remain divided. Unifying the state’s economic, monetary and oversight institutions will be a priority.
Fifth: moving from a consumption-based economy to a productive economy. Foreign investment must not be an end in itself. We want investment that transfers technology, creates jobs, develops skills, supports national industry and infrastructure, and creates added value inside Libya.
I believe in a very clear principle: “Invest in Libya, not in influence within Libya.”
We will welcome Chinese, European, American, Russian and Gulf capital. But competition will be open and governed by one law. Contracts will be awarded according to clear standards, and no country or company will receive political privileges simply because it has capital.
Libya’s geography and resources give us a historic opportunity, but we must not repeat the mistakes of the past. We do not want our wealth to become a reason for competing over Libya; we want it to become a means of building Libya.
That is why “Made in Libya” is not merely an economic slogan for me. It is part of the state-building project: using oil and gas, infrastructure and foreign investment to build a productive and competitive Libyan economy.
I believe the world does not need another Libya looking for aid. It needs a stable, credible and productive Libya capable of being a genuine economic partner for the region and the world.
Libya between Washington, Brussels, Moscow, Beijing and Africa: What international doctrine for an Elmezughi government?
Question. Libya’s next leadership could find itself facing a historic choice. Russia increasingly regards Libyan territory as a strategic link between the Mediterranean and Africa; the United States is paying growing attention to regional security dynamics; Europe considers Libya’s stability essential to energy, trade, Mediterranean security and migration; while China and other partners are looking at the country’s infrastructure and industrial opportunities.
At the same time, Libya’s central position in Africa could enable it to become an economic and logistics platform connecting Europe with the African continent.
If you became Prime Minister, what foreign-policy doctrine would you adopt to prevent this plurality of interests from once again turning Libya into a space in which other powers negotiate their own strategic balances?
Do you envisage a Libya capable of developing its own strategic autonomy, engaging simultaneously with Washington, Brussels, Moscow, Beijing and African capitals without entering any exclusive sphere of influence? And what would be your non-negotiable criterion for distinguishing a partnership that serves Libya’s interests from a relationship that — through military bases, financial dependency, strategic infrastructure or opaque agreements — risks limiting the country’s future sovereignty?
Mohamed Elmezughi. The doctrine I believe in can be summarized in one sentence:
«Libya does not need to choose one side against another; Libya needs to choose Libya first.»
The world is changing, and Libya’s geographical position places it at the heart of major strategic calculations: the Mediterranean, Africa, energy, trade, security and migration. Therefore, isolating Libya from the world is not an option, just as surrendering its decision-making to any international power is not an option.
Our foreign policy will be based on balance, openness, equality and national interest.
We will engage with Washington, Brussels, Moscow and Beijing, as well as neighbouring countries and African capitals, through relationships based on mutual interests and respect, not dependency or alignment.
I want Libya to benefit from its geographical position rather than pay the price for it.
Libya can become an economic gateway between Europe and Africa, an energy and logistics hub, a partner in Mediterranean security and a bridge for trade and investment between the two shores of the Mediterranean.
But there are red lines that cannot be negotiated: Libyan sovereignty, territorial integrity, independence of national decision-making, protection of strategic resources and wealth, and rejection of any secret or long-term arrangements that restrict the choices of future generations.
At the same time, I do not believe in a policy of hostility towards any country.
The Libya I will lead will not tell the world: “Stay away from us.” Rather, it will say: “Come, invest and cooperate with us — but according to Libyan law and the interests of the Libyan people.”
That is the difference between a dependent state and a sovereign partner.
I believe the international community itself needs this equation. Libya’s genuine stability will not be achieved through temporary arrangements among centres of power, by reproducing another transitional phase, or through closed deals for the division of spheres of influence.
Sustainable stability requires a state with popular legitimacy, unified institutions, a government capable of fulfilling its commitments and balanced international relations.
That is the project I put forward.
I do not want Libya to be an exclusive ally of any bloc; I want it to be an ally of its national interests.
I do not want Libya to be a security problem for Europe, the United States or its neighbours; I want it to be a partner in security, stability and development.
And I do not want its wealth to become a reason for major powers to compete over Libya. I want that wealth to become the foundation for fair partnerships that serve both Libyans and their partners.
Ultimately, the best guarantee for the international community is not the name of the person who governs Libya, but the existence of a legitimate, unified, strong and predictable state that honours its commitments.
I put myself forward to lead this phase on the basis of precise principles: legitimacy derived from the people, sovereignty that is not negotiable, an open and productive economy, partnerships with everyone and subordination to no one.
This is not merely a vision for a new government. It is a project to restore Libya to its natural position: a sovereign state, a trusted partner, a regional actor, a bridge between Europe and Africa, and the master of its own national decision-making.
