(AGENPARL) - Roma, 25 Agosto 2026 - Un vasto sistema internazionale attraverso il quale merci legate alla Cina verrebbero instradate attraverso Paesi terzi prima di raggiungere gli Stati Uniti, con l’obiettivo di beneficiare di dazi più bassi e, nei casi illegali, nascondere la reale origine economica dei prodotti. È la tesi centrale di “The Great Transshipment Scam: Rise, Scope, and Costs”, rapporto pubblicato nell’agosto 2026 dall’Office of Trade and Manufacturing Policy della Casa Bianca.
Il documento usa un linguaggio particolarmente duro, parlando di “Great Transshipment Scam”, la “grande truffa del trasbordo”, e di una “Shadow Transshipment Network”, una rete ombra del commercio internazionale. È importante precisare che queste espressioni e diverse accuse contenute nel rapporto rappresentano la posizione dell’amministrazione statunitense. Lo stesso studio riconosce che non tutto l’aumento delle esportazioni dei Paesi terzi verso gli Stati Uniti può essere classificato come trasbordo illegale: una parte deriva da autentici cambiamenti della produzione, degli investimenti e delle catene di approvvigionamento.
Cos’è il “trasbordo illegale”
Secondo la definizione adottata dal rapporto, il meccanismo consiste nell’inviare merci provenienti da un Paese sottoposto a dazi elevati attraverso una giurisdizione soggetta a tariffe inferiori, prima che queste entrino nel mercato americano.
Le operazioni contestate possono comprendere rietichettatura, riconfezionamento, rifatturazione, lavorazioni minime e false dichiarazioni sul Paese d’origine, allo scopo di ottenere un trattamento tariffario che non sarebbe applicabile dichiarando la reale origine economica della merce.
Non ogni passaggio attraverso un Paese terzo è naturalmente illecito. Il punto decisivo, anche secondo il documento, è distinguere una vera trasformazione industriale — capace di modificare sostanzialmente il prodotto e quindi eventualmente la sua origine doganale — dal semplice transito accompagnato da modifiche superficiali o documentali.
Ed è proprio questa distinzione a rendere particolarmente complesso il fenomeno.
Il punto di svolta del 2018
La Casa Bianca individua nel 2018 il momento decisivo.
Il 6 luglio di quell’anno l’amministrazione Trump introdusse i dazi della Section 301. Secondo il rapporto, le misure interessarono quasi il 70% delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti, per un valore di circa 370 miliardi di dollari.
Con l’aumento della differenza tra le tariffe applicate alla Cina e quelle riservate ad altri Paesi, sarebbe aumentato anche l’incentivo economico a modificare le rotte commerciali.
Il rapporto definisce questo fenomeno “Great Reallocation”, la “Grande Riallocazione”: merci precedentemente esportate direttamente dalla Cina verso gli Stati Uniti avrebbero cominciato a transitare attraverso Paesi sottoposti a dazi inferiori.
In alcuni casi, sostiene il documento, i prodotti riceverebbero soltanto lavorazioni limitate, nuove etichette, un diverso imballaggio o nuovi documenti commerciali, conservando gran parte del contenuto cinese originario.
Il grande incentivo dell’arbitraggio tariffario
Alla base dell’intero sistema ci sarebbe un’enorme opportunità economica: l’arbitraggio sui dazi.
Se un prodotto cinese è sottoposto negli Stati Uniti a una tariffa molto superiore rispetto allo stesso prodotto dichiarato come proveniente da un altro Paese, la differenza può trasformarsi in un margine economico considerevole.
Il rapporto propone un esempio: merci cinesi per un miliardo di dollari esportate direttamente negli Stati Uniti possono generare centinaia di milioni di dollari di dazi, a seconda della categoria. Se gli stessi beni vengono instradati attraverso un Paese con tariffe inferiori e la loro origine viene falsamente modificata, una parte consistente del costo può scomparire. Nel caso di un utilizzo improprio delle agevolazioni USMCA attraverso Canada o Messico, sostiene il rapporto, il dazio specificamente collegato all’origine cinese potrebbe persino essere azzerato.
Questa differenza finanzierebbe a sua volta infrastrutture logistiche, magazzini, impianti di assemblaggio leggero e quelle che il rapporto chiama provocatoriamente “screwdriver factories”, fabbriche dove l’attività sarebbe limitata alle operazioni necessarie per sostenere una nuova dichiarazione d’origine.
Più di 40 Paesi sotto osservazione
La portata geografica descritta dal documento è notevole. La Casa Bianca identifica oltre 40 Paesi e giurisdizioni associati a un rischio elevato di trasbordo illegale.
Il rapporto li suddivide in tre grandi categorie.
Nel primo livello, quello dei grandi partner commerciali con economie diversificate, compaiono Canada, Unione Europea, India, Israele, Giappone, Messico, Corea del Sud e Taiwan. Il rapporto precisa che in queste economie il rischio individuato è inserito all’interno di flussi commerciali legittimi molto più ampi.
Il secondo gruppo comprende economie caratterizzate, secondo Washington, da una maggiore integrazione con le catene produttive legate alla Cina: Brasile, Indonesia, Malaysia, Thailandia, Turchia e Vietnam.
Un terzo livello comprende economie più piccole che possono offrire manodopera economica, zone franche, accesso strategico ai porti, depositi doganali, capacità di assemblaggio o controlli doganali più limitati. Tra i Paesi citati figurano, tra gli altri, Cambogia, Bangladesh, Laos, Myanmar, Panama, Costa Rica, Kazakhstan, Kenya, Marocco, Giordania ed Emirati Arabi Uniti.
L’inclusione di un Paese in queste categorie non significa, da sola, che tutte o la maggior parte delle sue esportazioni siano fraudolente: si tratta di una classificazione del rischio elaborata dal rapporto americano.
Dall’Asia all’Europa: come funzionerebbe la rete
Il documento distingue inoltre tra nodi produttivi e logistici.
Nei primi, componenti di origine cinese possono essere sottoposti ad assemblaggio leggero, finitura, test, confezionamento, etichettatura o integrazione con altri componenti. Nei secondi, invece, le attività possono concentrarsi sul deposito, consolidamento dei carichi, cambio della documentazione, rifatturazione e riesportazione.
La Cambogia viene indicata come esempio di micro-hub produttivo; Polonia e Repubblica Ceca vengono utilizzate per descrivere il ruolo attribuito alla cintura manifatturiera dell’Europa centrale e orientale; gli Emirati Arabi Uniti rappresentano invece il modello di grande snodo marittimo grazie a porto, zona franca e infrastrutture logistiche di Jebel Ali.
La tabella dedicata all’architettura della rete include inoltre Belgio, Canada, Paesi Bassi, Singapore, Svizzera e Turchia tra le piattaforme logistiche sviluppate prese in considerazione nell’analisi.
Quanto vale il fenomeno? Le stime vanno da 40 a 303 miliardi
Uno degli aspetti più rilevanti del rapporto riguarda la quantificazione economica.
La Casa Bianca mette a confronto cinque diverse analisi, provenienti dal Council of Economic Advisers, dal Dipartimento del Commercio e da soggetti privati quali Goldman Sachs, Exiger e Altana.
Le stime sono molto diverse e, sottolinea espressamente il rapporto, non devono essere sommate né considerate direttamente equivalenti, perché utilizzano metodologie e definizioni differenti.
Goldman Sachs fornisce la stima più prudente, pari a circa 40 miliardi di dollari l’anno.
Il Council of Economic Advisers individua un intervallo compreso tra 34,2 e 89,6 miliardi, dal quale il rapporto ricava un valore centrale arrotondato di 60 miliardi.
Exiger arriva a una stima centrale di 75 miliardi, mentre l’Office of Trade and Economic Analysis del Dipartimento del Commercio utilizza un benchmark più ampio di 109 miliardi di dollari.
Altana presenta infine la valutazione massima: 303 miliardi di dollari di esposizione potenziale annua, che lo stesso rapporto considera un limite superiore molto ampio e non direttamente confrontabile con le valutazioni più restrittive.
Il dato sui tre principali hub: 67 miliardi di dollari
Particolarmente interessante è un’analisi più restrittiva del Dipartimento del Commercio.
Utilizzando dati doganali a livello di transazione e cercando corrispondenze molto precise tra prodotti importati dalla Cina e successivamente esportati verso gli Stati Uniti dalla stessa area geografica e nello stesso trimestre, l’OTEA avrebbe individuato circa 67 miliardi di dollari di merci dirette negli Stati Uniti e transitate nel 2025 attraverso Messico, India e Vietnam.
Secondo il rapporto, queste operazioni avrebbero prodotto circa 28 miliardi di dollari di minori entrate tariffarie.
Dazi persi: da 10 fino a oltre 100 miliardi di dollari
Per valutare il danno fiscale potenziale, il documento applica differenziali tariffari ipotetici del 25%, 35% e 45% alle varie stime dei flussi.
Con l’ipotesi Goldman Sachs da 40 miliardi, le entrate doganali potenzialmente perse oscillerebbero tra 10 e 18 miliardi di dollari.
Con i 60 miliardi del CEA, tra 15 e 27 miliardi.
Con lo scenario centrale Exiger da 75 miliardi, tra 19 e 34 miliardi.
Il benchmark Commerce da 109 miliardi produrrebbe un intervallo compreso tra 27 e 49 miliardi, mentre nello scenario molto più ampio di Altana le perdite teoriche raggiungerebbero 76-136 miliardi di dollari l’anno.
Quest’ultimo dato deve essere interpretato con particolare cautela: è uno scenario di esposizione massima e non una misurazione diretta di 136 miliardi di dazi effettivamente evasi.
Antidumping: in alcuni settori le tariffe possono essere enormi
Il rapporto sottolinea inoltre che il normale dazio commerciale non è necessariamente l’unica barriera aggirabile.
Alcuni prodotti cinesi sono sottoposti anche a dazi antidumping e compensativi (AD/CVD). In determinate categorie, la somma delle misure può superare largamente le aliquote tariffarie ordinarie.
Il documento cita, ad esempio, cavi e fili di alluminio, superfici in quarzo, grandi lavatrici residenziali e componenti fotovoltaici. In alcuni casi particolari riportati dalla Casa Bianca, l’esposizione complessiva AD/CVD può raggiungere percentuali estremamente elevate.
Ciò aumenta enormemente l’incentivo economico a nascondere l’origine effettiva di determinate merci.
L’impatto stimato su occupazione e PIL
Il rapporto prova poi a calcolare conseguenze che vanno oltre le entrate doganali.
Qui è necessario distinguere con particolare attenzione dati osservati e simulazioni economiche.
Nello scenario centrale di 75 miliardi di dollari di trasbordo illegale annuo, il documento stima circa 450.000 posti di lavoro diretti e indiretti spiazzati, una riduzione del PIL compresa tra 113 e 150 miliardi di dollari e minori entrate federali comprese tra 19 e 26 miliardi.
Nello scenario ristretto da 40 miliardi, le stime scendono a 240.000 posti di lavoro, 60-80 miliardi di PIL e 10-14 miliardi di entrate.
Nello scenario massimo da 303 miliardi, invece, il modello arriva a oltre 1,8 milioni di posti di lavoro, 455-606 miliardi di PIL e 77-103 miliardi di entrate federali.
La Casa Bianca precisa però che non si tratta di posti di lavoro effettivamente conteggiati, ma di risultati prodotti applicando ipotesi e moltiplicatori economici ai valori stimati del commercio interessato.
Il rapporto, per esempio, assume prudenzialmente circa 6.000 posti di lavoro spiazzati per ogni miliardo di dollari di aumento del deficit commerciale attribuito al fenomeno e utilizza un moltiplicatore del PIL compreso tra 1,5 e 2.
Sono quindi scenari modellizzati, non una misurazione causale definitiva dell’impatto del trasbordo.
La risposta americana: nasce il “Detective Border”
La parte forse più innovativa del documento riguarda la risposta tecnologica che Washington intende sviluppare.
La Casa Bianca parla di un “Detective Border” basato sull’intelligenza artificiale, destinato a rafforzare le capacità della U.S. Customs and Border Protection.
Il sistema dovrebbe analizzare enormi quantità di dati commerciali e mettere in relazione Paese d’origine dichiarato, percorso seguito dalla merce, componenti, capacità produttiva degli stabilimenti, classificazioni doganali, rapporti societari e anomalie nei flussi commerciali.
Gli algoritmi potrebbero così individuare situazioni sospette: per esempio, un’azienda che dichiara improvvisamente enormi esportazioni di un prodotto senza possedere impianti, personale o macchinari compatibili con quei volumi.
Il progetto prevede anche l’impiego di computer vision, machine learning, immagini dei container e scansioni a raggi X per confrontare ciò che viene dichiarato nei documenti con la realtà fisica delle merci.
L’obiettivo dichiarato è permettere alle autorità doganali di concentrare i controlli sulle spedizioni con la maggiore probabilità di irregolarità, distinguendo al tempo stesso il trasbordo illegale dal nearshoring e dagli investimenti produttivi autentici.
L’Executive Order 14411 rafforza i controlli
Alla tecnologia si aggiunge un nuovo quadro di enforcement.
L’Executive Order 14411 punta, secondo il rapporto, a rafforzare la responsabilità degli importatori, i requisiti sulle garanzie doganali e sugli asset domestici, la trasparenza della proprietà societaria e delle affiliazioni commerciali e il sistema delle sanzioni.
Il documento riporta anche un forte aumento dell’attività di controllo della CBP. Confrontando periodi di 526 giorni prima e dopo l’insediamento, le spedizioni nelle quali sarebbero state rilevate discrepanze dopo lo svincolo sarebbero aumentate del 245%, da 93.744 a 323.677, mentre gli accertamenti sulle entrate sarebbero saliti del 169%, da 9,6 a 25,8 miliardi di dollari.
Ma la Casa Bianca ammette che il risultato non è ancora misurabile
Nonostante i toni molto assertivi utilizzati in diverse sezioni, il rapporto contiene una precisazione fondamentale.
La stessa amministrazione afferma che è ancora troppo presto per determinare rigorosamente l’effetto netto della nuova politica tariffaria e delle misure contro il trasbordo.
Da una parte, infatti, maggiori differenze tariffarie tra Paesi aumentano l’incentivo economico a cercare percorsi alternativi. Dall’altra, controlli più sofisticati e sanzioni più severe dovrebbero aumentare il costo e il rischio dell’evasione.
Inoltre, i dati doganali completi arrivano con ritardo e alcune disposizioni dell’Executive Order non sono ancora pienamente operative.
Una nuova fase della guerra commerciale
Il rapporto The Great Transshipment Scam mostra quindi come la competizione commerciale tra Stati Uniti e Cina stia entrando in una fase molto più complessa rispetto alla semplice imposizione di dazi.
La questione non è più soltanto quanto tassare una merce cinese alla frontiera, ma stabilire dove sia stata realmente prodotta, quale percentuale del valore sia stata generata in ciascun Paese, chi controlli gli stabilimenti, quali componenti siano stati utilizzati e se una trasformazione effettuata in una terza economia sia industrialmente sostanziale oppure soltanto sufficiente a cambiare i documenti.
La conseguenza è una crescente integrazione tra politica commerciale, intelligence economica, dati doganali e intelligenza artificiale.
Washington sostiene di trovarsi davanti a una rete mondiale capace di sfruttare le differenze tra i regimi tariffari. Ma proprio perché il commercio globale è costituito da catene produttive sempre più frammentate, la sfida decisiva sarà evitare di confondere investimenti industriali autentici e diversificazione delle supply chain con operazioni fraudolente.
Ed è un limite riconosciuto dallo stesso rapporto: l’efficacia della strategia potrà essere valutata soltanto quando saranno disponibili dati commerciali e doganali sufficienti per stabilire se il volume dei trasbordi illegali e le relative perdite economiche stiano effettivamente diminuendo.
Fonte: The White House, Office of Trade and Manufacturing Policy, “The Great Transshipment Scam: Rise, Scope, and Costs”, agosto 2026.
