(AGENPARL) - Roma, 30 Agosto 2026 - Il potere assoluto in Pakistan coltiva un ospite invisibile e costante: la paranoia. È una legge non scritta che accompagna storicamente i dittatori di Islamabad sin dalla fine degli anni cinquanta, quando Ayub Khan prese il controllo del Paese elevandosi a feldmaresciallo. Ma nel caso dell’attuale capo dell’esercito, il generale Asim Munir, l’accelerazione è stata fulminea. In un’epoca dominata dalla velocità dei social e dei video brevi, la concentrazione di poteri vissuta nelle ultime settimane mostra una fretta e un’ansia di controllo senza precedenti, figlie di una profonda insicurezza politica.
Secondo l’agenzia The Print, il blitz legislativo consumato giovedì scorso alla National Assembly ne è la prova lampante. In appena trenta minuti, tra l’approvazione lampo del governo e un’opposizione neutralizzata, sono state varate la legge sulle forze di difesa e la riforma del comando strategico. Un pacchetto normativo che formalizza e amplia ulteriormente le prerogative eccezionali già garantite a Munir: un mandato blindato, il titolo di feldmaresciallo a vita e un’immunità penale permanente.
Entrando nelle pieghe del provvedimento, emerge il reale obiettivo del capo dell’esercito: la gestione diretta e discrezionale dei vertici militari. Munir ha ora il potere formale di assumere, licenziare o prorogare il mandato di qualsiasi ufficiale, inclusi i generali a capo dei corpi d’armata. Questa mossa scompagina gli equilibri interni, spezza le ambizioni della linea di successione bloccata e trasforma i comandi in una gerarchia divisa tra il timore di ritorsioni e l’aspettativa di favori. Più che una riforma strategica, sembra un meccanismo di sopravvivenza politica per sterilizzare sul nascere qualsiasi fermento o ribellione nei quartieri alti delle forze armate.
Il punto critico, sempre secondo la fonte di informazione indiana, risiede nella fragilità strutturale su cui poggia questa architettura di potere. La proiezione internazionale di Munir si scontra con una realtà economica interna disastrosa, priva di un piano di rilancio e cronicamente dipendente da prestiti e aiuti esteri incerti. Le tensioni irrisolte lungo i confini occidentali e l’impossibilità di incidere militarmente nei confronti dell’India riducono i margini di manovra dell’establishment pakistano.
La storia politica del Pakistan, del resto, insegna che i dittatori difficilmente pianificano una transizione indolore. Da Ayub Khan e Yahya Khan travolti dai disastri bellici, fino a Pervez Musharraf finito condannato per tradimento, la traiettoria di chi accentra tutto il potere si scontra quasi sempre con esiti drammatici, che la politica definisce storicamente nei tre classici scenari della prigione, dell’esilio o dell’eliminazione. Asim Munir si muove all’interno di questo stesso perimetro, blindandosi dietro nuove armature giuridiche ma facendo i conti con la solitudine di chi sa di non poter prevedere il proprio domani.
