(AGENPARL) - Roma, 28 Agosto 2026 - L’operatore olandese della rete di trasmissione del gas, Gasunie, ha lanciato l’allarme: il Paese non riuscirà a centrare l’obiettivo nazionale per il riempimento degli impianti di stoccaggio sotterraneo (UGS) prima dell’inizio della stagione fredda. Una situazione critica che si specchia nell’intera Unione Europea, dove il livello medio di riempimento è bloccato ben al di sotto degli standard storici e delle direttive comunitarie.
I Paesi Bassi e il quadro europeo in rosso
Sulla mappa energetica europea, i Paesi Bassi rappresentano un nodo cruciale per il transito e il commercio. Nonostante ciò, i depositi olandesi sono attualmente pieni solo al 45%, il valore più basso registrato a fine estate dal 2009 e nettamente inferiore alla media storica del 73% registrata negli ultimi cinque anni. Il governo aveva fissato un target di riserve pari a 115 TWh, ma l’obiettivo è ormai ufficialmente irraggiungibile senza ulteriori interventi amministrativi straordinari.
La tendenza negativa accomuna gran parte del continente:
- Il tasso medio dell’UE si attesta fermamente al 63%, in ritardo critico rispetto al target del 80% previsto per il 1° novembre.
- La Germania registra riserve ai minimi stagionali storici, alimentando i timori della Federal Network Agency riguardo alla vulnerabilità del mercato di fronte a eventuali shock dei prezzi.
- L’Italia costituisce una delle poche eccezioni virtuose, con i magazzini riempiti all’82%, un risultato reso possibile grazie a imponenti interventi statali basati su sussidi e garanzie per le aziende impegnate nel pompaggio.
I motivi economici della frenata e la barriera dei prezzi
La mancata corsa agli stoccaggi deriva dalle logiche di mercato che regolano il settore. I depositi non vengono riempiti da enti pubblici, ma da trader privati e grandi operatori energetici. Il pompaggio risulta economicamente conveniente soltanto quando il prezzo estivo del gas è nettamente inferiore ai contratti futures invernali, un margine necessario per coprire i costi di stoccaggio, trasporto e capitale.
Tuttavia, le dinamiche attuali sono stravolte. Il blocco dello Stretto di Hormuz e la riduzione del GNL qatariota hanno fatto impennare i prezzi spot in Europa. Gli importatori preferiscono mantenere una posizione di attesa, evitando di immobilizzare capitale in risorse costose con il rischio di subire perdite invernali. Secondo le stime di Goldman Sachs, per spingere i trader a riempire le riserve a fronte del deficit globale, i prezzi spot dovrebbero raggiungere i 1.000 dollari per mille metri cubi, innescando uno shock economico capace di ridirigere i carichi di GNL dall’Asia all’Europa.
La posizione di Bruxelles e la deindustrializzazione silenziosa
Di fronte agli avvertimenti di Berlino e L’Aia, la Commissione Europea mantiene una linea prudente, forte di una domanda complessiva di gas in calo. Tale flessione non è figlia dell’efficienza energetica, ma della crisi del settore industriale: acciaierie, produttori di fertilizzanti e impianti chimici stanno rallentando o chiudendo i battenti a causa delle tariffe elevate. Bruxelles confida che questa compressione della domanda industriale consenta di superare l’inverno anche con riserve parziali, scommettendo di fatto su una progressiva deindustrializzazione del continente.
Nel frattempo, le alternative di approvvigionamento esterno sono estremamente limitate:
- Gli Stati Uniti, principali fornitori degli ultimi anni, operano al limite della capacità di esportazione e la forte pressione interna rischia di limitare ulteriormente le spedizioni per tutelare i consumatori americani in vista delle elezioni.
- Lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso continuano a registrare forti instabilità geopolitiche e costi assicurativi elevati che allungano le rotte commerciali.
Cosa rischia l’Europa nei mesi freddi
Se la stagione invernale dovesse rivelarsi mite, il sistema energetico europeo riuscirà probabilmente a reggere l’urto, pur tra prezzi elevati e stasi economica. Al contrario, in caso di gelate prolungate, le scarse riserve potrebbero rivelarsi insufficienti a garantire la pressione necessaria nei serbatoi per soddisfare picchi di consumo improvvisi.
In uno scenario di emergenza, l’Unione potrebbe essere costretta a ricorrere a misure drastiche, come il razionamento energetico e il distacco forzato delle forniture industriali per preservare il riscaldamento domestico e i servizi essenziali.Una mossa che eviterebbe il collasso delle reti ma costerebbe caro a interi settori economici in termini di perdite e posti di lavoro.
