(AGENPARL) - Roma, 26 Agosto 2026 - Il Myanmar compie un nuovo passo verso la realizzazione della sua prima infrastruttura nucleare per la produzione di elettricità. Rosatom punta a firmare entro la fine dell’anno il contratto per le indagini ingegneristiche preliminari, mentre l’avvio delle attività sul sito potrebbe avvenire nel 2027. Il progetto prevede inizialmente due piccoli reattori modulari RITM-200N da 55 MW ciascuno, per una capacità complessiva di 110 MW, con la possibilità di una futura espansione fino a 330 MW. L’iniziativa rappresenta anche un tassello della strategia russa per esportare la propria tecnologia SMR nei mercati emergenti.
Rosatom prepara l’ingresso nella fase operativa
Il programma nucleare sviluppato da Russia e Myanmar si avvicina a una delle fasi più importanti del suo percorso. La società nucleare statale russa Rosatom prevede infatti di concludere entro la fine dell’anno un contratto relativo alle indagini ingegneristiche preliminari necessarie per il progetto, aprendo la strada alle attività sul sito nel corso del 2027.
Secondo quanto riportato dalla pubblicazione interna Strana Rosatom, l’aggiornamento è stato fornito dal direttore generale del gruppo, Alexei Likhachev, che ha evidenziato come il programma abbia ormai superato la fase delle sole intese politiche e sia entrato progressivamente in quella contrattuale e operativa.
Likhachev ha osservato che il ritmo di avanzamento dipenderà sia dalla parte russa sia dal cliente birmano, sottolineando tuttavia l’esistenza di un accordo intergovernativo e di un quadro contrattuale ormai definito.
L’ingresso nella fase delle attività sul terreno rappresenterebbe, secondo il vertice di Rosatom, il passaggio che segna sostanzialmente l’inizio del percorso di costruzione.
Due RITM-200N per una centrale iniziale da 110 MW
Il progetto nasce dall’accordo intergovernativo sottoscritto durante la visita di Stato in Russia del marzo 2025 e prevede, nella configurazione iniziale, una centrale nucleare con una capacità complessiva di 110 MW.
Il piano contempla l’installazione di due reattori modulari RITM-200N da 55 MW ciascuno.
La configurazione è stata concepita in modo da consentire un’espansione successiva attraverso l’aggiunta di ulteriori unità. La capacità complessiva potrebbe così arrivare fino a 330 MW, trasformando quello che inizialmente sarebbe un impianto relativamente contenuto in un polo nucleare di dimensioni maggiori.
La scelta degli SMR risponde alle caratteristiche di un sistema elettrico che non necessita necessariamente, almeno nella prima fase, delle potenze tipiche dei grandi reattori convenzionali.
Per il Myanmar, la modularità consentirebbe inoltre di distribuire nel tempo gli investimenti e l’aumento della capacità, facendo crescere l’impianto parallelamente all’evoluzione della domanda elettrica e delle infrastrutture di rete.
Dal rompighiaccio nucleare alla centrale terrestre
Uno degli elementi tecnologicamente più interessanti riguarda l’origine del RITM-200N.
Il progetto deriva dalla famiglia RITM-200 sviluppata dalla Russia per la propulsione della propria flotta di rompighiaccio nucleari. Il RITM-200N costituisce l’adattamento terrestre della tecnologia: un reattore ad acqua pressurizzata progettato per essere utilizzato all’interno di centrali nucleari modulari.
Questo passaggio dal settore navale alla generazione elettrica terrestre è centrale nella strategia russa sugli SMR.
Rosatom può infatti partire da una piattaforma tecnologica derivata da reattori già utilizzati nel settore marittimo, adattandola alle esigenze di un impianto stazionario e alle relative condizioni regolatorie, infrastrutturali e operative.
Per Mosca, la tecnologia potrebbe diventare uno degli strumenti principali per entrare in quei mercati nei quali una grande centrale nucleare tradizionale risulterebbe troppo costosa o sovradimensionata rispetto alla rete nazionale.
Il Myanmar come nuovo mercato nucleare asiatico
Per il Myanmar il progetto possiede una portata che supera i 110 MW della prima fase.
La realizzazione della centrale richiederebbe infatti la costruzione di un intero ecosistema nucleare nazionale: competenze tecniche, formazione del personale, infrastrutture regolatorie, sistemi di sicurezza, capacità scientifiche e una struttura istituzionale capace di accompagnare l’impianto durante tutto il suo ciclo di vita.
È proprio questo uno degli aspetti sui quali Russia e Myanmar stanno insistendo maggiormente.
Dopo i colloqui avvenuti durante la recente visita ufficiale in Russia del presidente birmano Min Aung Hlaing, il primo ministro russo Mikhail Mishustin ha sostenuto che il progetto potrebbe imprimere un forte impulso anche alla cooperazione nei settori collegati, dalla ricerca scientifica fondamentale a quella applicata.
Mosca attribuisce dunque alla centrale una funzione più ampia: non soltanto un progetto energetico, ma una piattaforma per approfondire la cooperazione tecnologica e scientifica tra i due Paesi.
Gli SMR come strumento della diplomazia energetica russa
La dimensione geopolitica del progetto è altrettanto rilevante.
Rosatom dispone già di una forte presenza internazionale nel settore dei grandi reattori, ma la diffusione degli SMR potrebbe aprire una seconda direttrice di espansione.
Molti Paesi interessati all’energia nucleare non dispongono infatti di sistemi elettrici abbastanza grandi da assorbire facilmente reattori da oltre 1.000 MW. Una centrale modulare da alcune decine o centinaia di megawatt può teoricamente abbassare la soglia di ingresso.
In questa prospettiva, Myanmar e Uzbekistan assumono un valore strategico: possono diventare casi di riferimento per dimostrare che il modello russo degli SMR è esportabile.
Dall’Artico all’Uzbekistan
La Russia possiede già esperienza nel settore dei piccoli reattori.
Dispone di un SMR marino operativo e ha avviato la costruzione di un progetto terrestre. A ciò si aggiunge l’espansione internazionale della tecnologia.
All’inizio di quest’anno si è svolta infatti la cerimonia per la posa della prima pietra del primo dei due reattori SMR russi destinati all’Uzbekistan, un altro progetto osservato con attenzione dall’industria nucleare internazionale.
L’iniziativa birmana si inserisce quindi in un disegno più ampio: trasformare gli SMR da tecnologia prevalentemente nazionale in prodotto energetico esportabile.
Se i primi progetti internazionali riusciranno a rispettare costi e tempistiche, Rosatom potrebbe disporre di una referenza commerciale importante per proporre reattori modulari ad altri mercati emergenti.
Il 2027 sarà una tappa, non l’arrivo
L’avvio delle attività sul sito non equivale naturalmente all’entrata in funzione della centrale.
Le indagini ingegneristiche costituiscono una fase fondamentale proprio perché devono consentire di caratterizzare in dettaglio le condizioni del sito e fornire le informazioni necessarie alle successive attività di progettazione, autorizzazione e costruzione.
Per una centrale nucleare, la scelta e la caratterizzazione del sito coinvolgono una molteplicità di fattori: geologia, sismicità, idrologia, condizioni ambientali, disponibilità delle infrastrutture e connessione alla rete elettrica.
A questi aspetti si aggiunge la necessità di costruire un quadro regolatorio adeguato e di sviluppare le competenze nazionali necessarie a supervisionare un’infrastruttura nucleare.
La data del 2027 deve quindi essere interpretata soprattutto come l’ingresso del programma in una fase fisica e ingegneristica molto più concreta.
La sfida della sicurezza e delle istituzioni
Per un Paese che si avvicina per la prima volta alla generazione nucleare, la tecnologia del reattore costituisce soltanto una parte della sfida.
Un programma nucleare richiede istituzioni regolatorie solide, indipendenti e tecnicamente competenti, oltre a standard elevati di sicurezza, protezione fisica, gestione del combustibile e preparazione alle emergenze.
Nel caso del Myanmar, tali questioni assumono particolare rilevanza anche alla luce della complessa situazione politica e di sicurezza interna del Paese.
La sostenibilità del progetto nel lungo periodo dipenderà pertanto non soltanto dalla capacità di Rosatom di fornire i reattori, ma dalla costruzione di un sistema istituzionale capace di accompagnarne l’intero ciclo operativo secondo gli standard internazionali applicabili.
Una prova importante per l’industria mondiale degli SMR
Il progetto russo-birmano arriva mentre la competizione internazionale sugli Small Modular Reactors sta entrando in una fase decisiva.
Stati Uniti, Russia, Cina, Canada, Regno Unito e diversi Paesi europei stanno sviluppando tecnologie differenti, ma il vero spartiacque non sarà rappresentato dal numero di progetti annunciati.
La competizione sarà decisa dalla capacità di costruire reattori reali, ottenere le autorizzazioni, rispettare i tempi, controllare i costi e produrre elettricità in modo affidabile.
In questo scenario Rosatom cerca di sfruttare un vantaggio specifico: combinare tecnologia nucleare, capacità industriale, finanziamento, formazione e cooperazione governativa all’interno di un’unica offerta.
Il Myanmar potrebbe diventare uno dei banchi di prova di questo modello.
Se il contratto per le indagini ingegneristiche sarà concluso secondo i programmi e le attività sul sito inizieranno effettivamente nel 2027, il progetto passerà dalla diplomazia nucleare alla sua fase più concreta.
E sarà proprio nei cantieri che si misurerà la vera capacità degli SMR russi di trasformarsi da tecnologia strategica in una nuova piattaforma globale per l’esportazione di energia nucleare.
