(AGENPARL) - Roma, 18 Agosto 2026 - Libia ed Egitto stanno riportando al centro dell’agenda energetica un progetto che potrebbe modificare sensibilmente le rotte del petrolio nel Mediterraneo orientale: un oleodotto terrestre di circa 800 chilometri tra l’area di Tobruk/El-Hariga e Alessandria, passando attraverso il confine egiziano e il corridoio di Matrouh.
Il progetto è ancora in una fase preliminare e diversi elementi fondamentali — dalla capacità definitiva alla struttura finanziaria — devono essere stabiliti. Ma la sua importanza deriva soprattutto dalla geografia: permetterebbe all’Egitto di ricevere direttamente greggio libico sul Mediterraneo senza dipendere dalle rotte marittime che attraversano Stretto di Hormuz, Bab el-Mandeb e Canale di Suez.
In un Medio Oriente nel quale la sicurezza dei grandi chokepoint energetici è diventata una questione strategica, un collegamento terrestre tra i giacimenti della Libia orientale e il sistema di raffinazione egiziano potrebbe diventare molto più di una semplice infrastruttura petrolifera.
L’idea non nasce oggi. Già più di vent’anni fa Libia ed Egitto avevano valutato un corridoio energetico Tobruk-Alessandria. Il progetto originario prevedeva oleodotti e gasdotti e una capacità iniziale dell’ordine di 150.000 barili al giorno.
La nuova versione appare però più ambiziosa. Sebbene la capacità non sia stata ancora definita ufficialmente, un intervallo iniziale di 150.000-250.000 barili al giorno viene considerato plausibile, con la possibilità di arrivare successivamente a 300.000-400.000 barili qualora la produzione petrolifera libica aumentasse sufficientemente.
Con 150.000 barili al giorno, l’infrastruttura potrebbe movimentare quasi 55 milioni di barili l’anno. A 250.000 barili, il volume salirebbe a circa 91 milioni di barili, mentre una futura espansione a 300.000 porterebbe il flusso vicino a 110 milioni di barili annui.
Numeri sufficienti a trasformare l’oleodotto in una componente significativa del sistema energetico regionale.
È soprattutto la geografia a rendere interessante il progetto per Il Cairo.
Le perturbazioni delle rotte marittime mediorientali hanno evidenziato la vulnerabilità dell’Egitto agli shock dell’offerta. Secondo il materiale disponibile, dopo le interruzioni delle forniture kuwaitiane legate allo Stretto di Hormuz, il Cairo ha già acquistato almeno un milione di barili al mese di greggio libico e contemporaneamente ha cercato di rafforzare le proprie riserve strategiche.
Un collegamento Tobruk-Alessandria cambierebbe strutturalmente questa situazione.
Il greggio proveniente dalla Libia orientale potrebbe raggiungere direttamente il Mediterraneo egiziano senza attraversare Hormuz, Bab el-Mandeb o Suez. Si creerebbe quindi una fonte di approvvigionamento terrestre relativamente isolata dalle principali strozzature marittime del Medio Oriente.
Per l’Egitto significherebbe maggiore sicurezza energetica, possibilità di accumulare scorte e minore esposizione alle interruzioni del traffico navale.
Il progetto assume ulteriore valore perché l’oleodotto terminerebbe nella principale area di raffinazione egiziana.
Alessandria dispone già di un importante apparato industriale. La raffineria MIDOR opera, secondo il materiale fornito, intorno ai 160.000-170.000 barili al giorno dopo un’espansione da 2,7 miliardi di dollari, mentre Alexandria Petroleum e Amreya rappresentano ulteriori componenti del sistema locale.
Il greggio libico potrebbe quindi essere utilizzato per sostituire importazioni più costose o vulnerabili, alimentare direttamente le raffinerie egiziane oppure essere trasformato in prodotti petroliferi a maggiore valore aggiunto.
Benzina, diesel e carburante per aerei potrebbero essere destinati al mercato interno; eventuali eccedenze potrebbero invece essere esportate attraverso i terminal del Mediterraneo.
In questo modo l’Egitto non si limiterebbe a incassare una tariffa di transito: trasformerebbe la propria posizione geografica in margini di raffinazione, occupazione industriale, risparmio di valuta estera ed entrate derivanti dalle esportazioni.
Per Tripoli la logica è differente. La Libia possiede già accesso diretto al Mediterraneo, quindi l’oleodotto non rappresenterebbe semplicemente una scorciatoia geografica.
Rappresenterebbe piuttosto una nuova rotta di esportazione e monetizzazione della produzione.
La National Oil Corporation punta infatti a incrementare sensibilmente la produzione nazionale rispetto agli attuali livelli indicati nel documento, pari a circa 1,4-1,5 milioni di barili al giorno. Se l’espansione prevista nei principali giacimenti avrà successo, diventerà necessario rafforzare contemporaneamente trasporto, stoccaggio ed esportazione.
La Libia orientale presenta inoltre caratteristiche particolarmente favorevoli. Il greggio di Sarir viene già trasportato per centinaia di chilometri verso il sistema Tobruk/Hariga e sono in corso investimenti sulla relativa infrastruttura. Prolungare il sistema verso il confine egiziano creerebbe quindi un’alternativa alle esportazioni effettuate esclusivamente attraverso le petroliere.
Il costo ufficiale preliminare indicato supera un miliardo di dollari, ma una valutazione più completa suggerisce che il capitale necessario potrebbe essere sensibilmente superiore.
Un oleodotto transfrontaliero di 800 chilometri non richiede soltanto tubazioni. Servono stazioni di pompaggio, sistemi di misurazione e controllo, alimentazione elettrica, sicurezza, protezione catodica, infrastrutture di confine, depositi, terminali di ricezione e collegamenti con le raffinerie.
Per questa ragione, nel materiale fornito viene indicato un intervallo realistico nell’ordine di 1,3-2,2 miliardi di dollari, con la possibilità di arrivare a circa 2,5 miliardi qualora vengano incluse infrastrutture aggiuntive di stoccaggio e modifiche a valle. Si tratta comunque di stime analitiche e non di un budget EPC ufficialmente approvato.
Prima ancora della costruzione bisognerà risolvere la questione finanziaria.
NOC e AGOCO sul versante libico ed EGPC e altri enti statali sul versante egiziano vengono indicati come partecipanti naturali. In seguito potrebbero entrare capitali sovrani o infrastrutturali provenienti dai Paesi del Golfo.
Il precedente più interessante è SUMED, infrastruttura energetica egiziana sostenuta anche da azionisti del Golfo e che nel 2025 avrebbe movimentato circa 50 milioni di tonnellate di greggio. Fondi infrastrutturali, agenzie di credito all’esportazione e finanziamenti collegati ai contratti EPC potrebbero contribuire alla struttura finanziaria del nuovo progetto.
Ma i finanziatori vorranno garanzie. Ed è qui che emerge il principale ostacolo.
Dal punto di vista ingegneristico il progetto viene considerato realizzabile. Il problema decisivo è la persistente frammentazione politica e della sicurezza della Libia.
Tobruk e gran parte della Libia orientale si trovano infatti nell’area politico-militare associata a Khalifa Haftar e alle autorità orientali, mentre parte del dialogo istituzionale sull’infrastruttura coinvolge il Cairo e il Governo di Unità Nazionale con sede a Tripoli.
Finché continueranno a esistere centri di potere concorrenti, un’infrastruttura capace di trasportare miliardi di dollari di greggio ogni anno potrebbe diventare essa stessa uno strumento di pressione politica.
La questione non riguarda soltanto chi controllerebbe fisicamente la conduttura, ma anche chi avrebbe autorità sui volumi esportati, sulla distribuzione dei ricavi e sugli accordi internazionali collegati al progetto.
È proprio questo insieme di fattori a rendere Tobruk-Alessandria particolarmente interessante.
Per l’Egitto significa diversificare l’approvvigionamento e ridurre la dipendenza dalle rotte marittime vulnerabili. Per la Libia significa ottenere un nuovo sbocco per una produzione petrolifera che potrebbe aumentare nei prossimi anni.
Per il Mediterraneo orientale significa invece consolidare un nuovo asse energetico terrestre nordafricano, capace di collegare direttamente le riserve libiche alla capacità industriale e portuale egiziana.
Con flussi nell’ordine di 200.000-250.000 barili al giorno, il valore annuale del greggio trasportato potrebbe raggiungere diversi miliardi di dollari. Il documento stima potenzialmente 5-7 miliardi di dollari l’anno.
I tempi restano tuttavia lunghi.
Una possibile decisione finale d’investimento potrebbe arrivare nel 2027, seguita dalla costruzione nel 2028-2029. In uno scenario particolarmente favorevole, i primi flussi potrebbero arrivare alla fine del 2029, ma un orizzonte più realistico viene collocato intorno al 2030.
Il successo del progetto dipenderà quindi meno dalla possibilità tecnica di posare 800 chilometri di tubazioni nel deserto e molto di più dalla capacità di Libia ed Egitto di costruire un accordo finanziario e politico sufficientemente stabile da durare decenni.
È questa la vera posta in gioco. Tobruk-Alessandria potrebbe diventare semplicemente un altro progetto energetico rimasto sulla carta, come già accaduto in passato. Oppure potrebbe trasformarsi in una delle infrastrutture strategiche del Mediterraneo del prossimo decennio, rafforzando contemporaneamente l’Egitto come hub di raffinazione e la Libia come grande esportatore di greggio.
In un sistema energetico sempre più condizionato dalla vulnerabilità di Hormuz, Bab el-Mandeb e delle principali rotte marittime, la possibilità di spostare milioni di barili attraverso un corridoio terrestre protetto assume un valore che va ben oltre il costo dell’oleodotto stesso.
